Perchè si arriva all’estremo gesto del suicidio?

Negli animali è molto ben radicato l’istinto di sopravvivenza, il desiderio spasmodico di vivere. Nell’uomo tale impulso naturale viene molto spesso deliberatamente ripudiato. Le motivazioni per spingersi all’estremo gesto finale possono essere molteplici: un distruttivo periodo della nostra esistenza, la mancanza di risorse finanziarie, o dopo un conscio e intenzionale cammino alla ricerca della strada che ti porti a liberarti di una vita colma di sofferenze e disperazione. L’improvviso desiderio di morte in una persona che magari fino a pochi giorni prima era l’immagine della vitalità, genera forte malessere tra parenti, amici e conoscenti. Per suicidio, quindi,  (dal latino suicidium, uccisione di se stessi) si intende il momento in cui un individuo si procura deliberatamente la fine della sua vita.

Fino a pochi anni fa questo atto estremo veniva quasi sempre associato ad una malattia mentale o a certi disturbi causati dall’abuso di droghe, alcool e psicofarmaci. Poi la mente umana si è un tantino più aperta e si è resa conto che l’essere umano si suicida pur non facendo uso di sostanze stupefacenti, alcolici e via dicendo. L’ uomo (o la donna), può uccidersi anche perché è stato tradito dalla sua compagna/o ; se, come detto sopra, non ha più la possibilità di sostenere la famiglia economicamente e preso da un profondo senso di inutilità misto a vergogna decide di farla finita. È il mercato della vita! Non ce la fai a pagare i debiti, non sei stato capace di fare fortuna, sei un poveretto che si barcamena per pagare le tasse e debitori? Peggio per te, dovevi fare un altro mestiere, in questo sistema sopravvivono solo i veri duri. Questa una della possibili risposte al perché si arrivi a tanto. Cinismo? Cattiveria? Disinteresse? Solo una risposta: Italia!!!

Pensiamo a coloro che vivono in carcere, in quelle strettissime celle dove manca l’aria e si respira a stento. L’unica via d’uscita è l’impiccagione.Parliamo delle centinaia, delle migliaia di italiani qualunque, vittime della malagiustizia. Degli oltre 50mila casi che vedono e hanno visto gente innocente sbattuta come cani in un canile chiamato galera e trattenuti in attesa di giudizio. Ora come ora le carceri italiane sono un ammasso di carne umana in attesa di essere divorata da questo o quel giudice che, accerchiato dal PM di turno, viene martellato con prove non comprovate e denunce accettate per far numero, e si prepara a sentenziare la fine morale dell’imputato. Cosa deve fare una persona, fino a pochi giorni prima incensurata e d’improvviso rinchiusa in carcere per non aver commesso niente? Cosa deve fare di fronte alla non legge italiana?

 

Sapete i paladini della giustizia, alias PM, Gip, Gup e compagnia varia, cosa rispondono? Che è tutta colpa degli avvocati e che noi italiani siamo un paese troppo litigioso, che ci incendiamo con nulla, e che andremmo fatti fuori sin dalla culla, dal primo vagito… Uno dei più grandi mali della giustizia italica è l’imperante protagonismo di chi usa il proprio mestiere come trampolino di lancio verso la politica, il potere a 360°. Come possono riuscire ad essere dei buoni e imparziali giudici se la loro mente è 24 ore al giorno intrappolata da pensieri di grandezza e dominio? Non gli basta l’egemonia che hanno su quei poveri cittadini che non hanno mezzi per difendersi?

In fondo più carcerati s’impiccano più casi verranno chiusi. La carta più alta sarà sempre e comunque in mano alle toghe nere, causa molto spesso di veri massacri.

 

Annunci

Uno studio del Baker Heart Research Institute di Melbourne riferisce che la primavera e l’estate sono causa di molti suicidi

Primavera ed estate sono le stagioni a maggiore rischio suicidio. A dispetto delle credenze piu’ comuni, che vogliono la depressione e l’istinto al suicidio legati ad autunno e inverno, arriva uno studio australiano condotto nel corso di dieci anni. ”Nei periodi di maggiori ore di luce aumenta la percentuale dei suicidi, mentre non esistono altri legami significativi tra questo gesto e altri elementi meteorologici come il cambio della temperatura o la pioggia”, riferisce sull’American Journal of Psychiatry Gavin Lambert, del Baker Heart Research Institute di Melbourne.

La spiegazione di questo fenomeno appare pero’ ancora incerta. Ricerche precedenti hanno stabilito una connessione tra il maggiore irraggiamento solare e i livelli di serotonina nel cervello, l’ormone con comprovati effetti benefici sulla depressione.

D’inverno la quantita’ di serotonina ‘precipita’ e quindi aumenta la depressione. Ma per i ricercatori australiani non bisogna confondere la depressione vera e propria, con il disordine affettivo stagionale (Sad), che colpisce con maggiore frequenza nei mesi invernali.

”A dispetto del fatto che i depressi hanno bassi livelli di serotonina e che la depressione e’ legata alle probabilita’ di suicidio, il suicidio stesso non sembra in relazione con bassi livelli di serotonina nel cervello”, continua Lambert. Una possibile spiegazione, per l’esperto, e’ che i mesi invernali ‘preparino il terreno’, per una situazione esplosiva che puo’ innestarsi con l’arrivo della primavera. ”In ogni caso – conclude – i fattori che determinano l’attitudine al suicidio sono tanti. Certo e’ che da sola la light terapy non riesce a curare le persone depresse”.

 

Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

Piaciuto questo Articolo? Condividilo…

1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

Inserisci un Commento

Nickname (richiesto)
Email (non pubblicata, richiesta) *
Website (non pubblicato, facoltativo)
Capc inserisci il codice
Inserendo il commento dichiaro di aver letto l’informativa privacy di questo sito ed averne accettate le condizioni.

Le puttane e il mio modo di giudicarle

Quelle che chiamano puttane al liceo perchè hanno un fidanzato. Perchè si baciano a una festa con un ragazzo. Perchè nel periodo adolescenziale iniziano ad avere desideri sessuali, permessi ai maschi, ma non alle ragazze. Perchè perdono la verginità a 14anni. O quelle che la perdono a 30 e vengono definite piante essiccate o suore.

Quella ingenua che ha donato la sua foto nuda al proprio uomo di cui si fidava ciecamente. E che, poco dopo, l’ha minacciata di mettere in internet o darla ai genitori per ricattarla. Perché il giorno dopo amiche e amici la ripudieranno dopo aver visto la sua foto, definita da tutti pornografica.

Perché non ha resistito alla gogna dei media e si è suicidata.

Quelle che restano incinte e vengono trattate da troie perchè non hanno saputo tenere le gambe chiuse. Che saranno delle fallite perchè diventeranno madri single o quelle più fortunate che si sposeranno, ma sapranno che per la gente rimarranno delle puttane. O quelle che decidono di non avere figli e vengono definite egoiste, persone da stare alla larga, che vogliono divertirsi e basta.

Quelle che escono con uomini sposati. E nonostante lui abbia già deciso di separarsi, la colpa sarà sempre e solo della donna, che distrugge la famiglia. E, il più delle volte, lui non le dice che è sposato.

Perchè si addormentò, quasi svenuta, per aver bevuto troppo e alcuni suoi amici ne approfittarono stuprandola. E lei, dalla vergogna, non li denuncerà mai, portando questi mascalzoni a parlare di lei come della troia della serata.

Quelle che si sposano giovani. O non lo fanno. Quelle che baciano lo sposo nella sua serata d’addio alla vita da single e che il giorno dopo tutto il mondo, persino persone sconosciute, viene a conoscenza. Cioè, il fare qualcosa per cui nessun uomo sarebbe giudicato mediáticamente. Solo pura e sana goliardia. Per divertirsi. Per sentirsi dire dalle amiche che il bacio con colui che il giorno dopo si sposerà non verrà diffuso nel web per la vergogna.

Quelle che ogni tanto nella vita sono state chiamate puttane, semplicemente perchè, in una società oppressiva e patriarcale, non hanno rispettato certe regole di puro bacchettonismo. Perché il corpo e certune  decisioni delle donne si considerano ancora di dominio pubblico. Perché ‘prostituta’, e qualunque insulto equivalente, è la parola atta per etichettare le donne che esercitano diritti per i quali gli uomini non sarebbero mai giudicati.

Alle puttane. Perché non importa quello che farete, vorranno sempre limitarvi, controllarvi e criticarvi. Ma, se essere libere vuol dire accettare tutto ciò, allora viva le puttane…che io adoro.

 

Italia, il Paese dei balocchi? No, dei suicidi. Ecco le cause

L’Italia sta sempre più divenendo il Paese dei suicidi.

C’è chi capisce questo gesto disperato e liberatorio e chi lo definisce pura codardia.

Ci sono individui che si tolgono la vita per problemi economici o perché chiusi in un carcere dove diventa un lusso anche respirare.
Nel periodo aristotelico il suicidio veniva definito un vero e proprio atto di viltà.

Lo stesso Platone, maestro di Aristotele, non accettava il suicidio se non per certune necessità ineluttabili e ne condannava l’atto vergognoso, meritevole di sepoltura senza nome.

Lo stoicismo, al quale mi sento molto vicino filosoficamente parlando, è forse uno dei modelli più conosciuti di norma di vita che accetta il suicidio e, anzi, in determinate situazioni, lo rappresenta come un atto assolutamente naturale.

Seneca, immenso filosofo che ha posto fine alla sua vita con un atto volontario, quantunque imposto da Nerone, ma ben ricordiamo che uno stoico non fa mai nulla contro il proprio volere, spiega nei suoi scritti che il vero stoico, quando ritiene di aver portato a termine il compito che il fato gli ha riservato, può decidere serenamente di uscire dalla vita.

L’approvazione del suicidio è la sintesi di una filosofia che insegna che i mali spesso sono tali solo in apparenza, e la morte non fa minimamente eccezione.

Occorre però ricordare che il suicidio è consentito non come fuga, ma solo quando il proprio dovere è compiuto, e anche in questa circostanza è chiaramente solo una personale scelta.

Pensate a un condannato accusato per un reato che non ha commesso e che, comunque, ha portato avanti una vita di rettitudine e lealtà.

Lo sgomento angosciante che lo attanaglia e che cosparge di disperazione anche i suoi cari, non può che trovare soluzione nel togliersi stoicamente la vita, dal momento che la giustizia sta massacrando senza pietà il suo corpo e la mente. Un’uscita di scena con una lettera che ne spiega il motivo, ben sapendo di aver fino a quel momento svolto una vita di cui non vergognarsi, è un atto da apprezzare e condividere.

Il più delle volte, infatti, si uccide l’innocente, non pronto nell’affrontare un’onta così dilaniante e umiliante; il colpevole lo può fare se già profondamente malato o se oppresso da un’estrema severità all’interno del carcere.

Molti PM sono causa di questi gesti e lo stesso Seneca definirebbe loro i ,veri carnefici del suicida.

Per Epicuro il suicidio è una totale attestazione della libertà umana sulla legge della necessità che governa la natura. Egli scrive: “È una sventura vivere nella necessità, ma vivere nella necessità non è per niente necessario”.

Dante Alighieri collocherà i suicidi nell’Inferno nel cerchio dei violenti contro sé stessi (XI, 40-45 ove condanna Pier delle Vigne. Ma giustifica Catone, uccisosi ad Utica, collocandolo nel Purgatorio poiché aveva rinunciato alla vita per non sottomettersi al regime di Giulio Cesare. Presenta questo personaggio scrivendo: “libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta” (Purgatorio ,I, 71-72).

Alfieri, dal canto suo, descrive il suicidio come atto non di debolezza ma di vera ribellione: quando gli ostacoli della vita diventano insormontabili e l’uomo si sente sopraffatto da un destino che lo condanna implacabilmente alla sconfitta, egli può ricorrere a tal gesto, inteso, non come vigliaccheria, ma come opposizione a ciò che il fato gli ha riservato.

Personalmente credo che il continuo pensiero verso la morte sia un fattore insostituibile alla creazione della morale soggettiva; fondamentale, pertanto, è l’atteggiamento del suicidio, senza l’dea del quale, sarebbe difficile resistere a qualsiasi dolore.

Il suicidio è dunque l’extrema ratio, sempre costantemente conservata nella sua fattibilità anche se poi non attuata, così da rendere sopportabile ogni dolore del corpo e dell’anima, sapendo che abbiamo questa risorsa da adoperare.