La collezione Gucci-Dapper Dan è ora disponibile in tutto il mondo

FOTOGRAFO per GUCCI, ARI MARCOPOULOS

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Dapper Dan, vero nome Daniel Day, è il couturier di Harlem che ha trascorso gran parte degli anni ’80 inventando il proprio genere di campionatura, remixando beni di lusso di marchi come Gucci e Louis Vuitton in nuovi, più strani capi indossati da regine, modelle, attrici, attori ed esponenti dello show-business. Non molto tempo dopo che la maison italiana ha sfruttato la popolarità del designer di Harlem, Gucci ha citato Dan in tribunale per aver tratto profitto dal suo marchio di fabbrica.

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Poi, la famosa griffe ha raggiunto un fatturato altissimo e ha annunciato che avrebbe finalmente dato all’uomo il merito che meritava. Nè è seguito un piano per riaprire la boutique di Dap con l’aiuto di Gucci stesso. Il negozio di Harlem offre abbigliamento Dapper Dan Gucci personalizzato – con materiali, toppe, stampe e tutto il resto fornito da Gucci – ma è aperto solo su appuntamento. Tuttavia, martedì, Gucci ha finalmente deciso di lanciare l’attesissima gamma in tutto il mondo. Per celebrare l’evento, la casa di moda ha sfruttato il fotografo newyorkese Ari Marcopoulos per presentare la collezione in una serie di ritratti ispirati a fotografie di archivio degli anni ’80.

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La gamma di capi di abbigliamento e accessori rivisitati comprende tute, maglieria, articoli sportivi, occhiali da sole, gioielli e scarpe da ginnastica, che possono essere osservati presso i rivenditori Gucci e su Gucci.com.

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Esiste ancora il Dandy? La moda non è più quella di una volta…

Non potevamo nemmeno fidarci di Tom Wolfe. Anche se lo scrittore sempre vestito in modo diverso, sempre avvolto dalla sua originale ambizione estetica, la storia familiare del suo abito bianco ha più a che fare con l’intenzione sociale che con il  puro evento formale. L’abito come immagine di marca e come tuffatore di conversazioni, nel bene e nel male. La sua dipartita, poco più di un mese fa, ha recuperato la figura del dandy per testi di moda perché era uno degli ultimi romantici di tutto questo, in un modo di intendere il maschile con cura, sensibilità e rigore. Forse non era un vero dandy, ma almeno lo sembrava.
E noi siamo orfani di lui. Pitti Uomo è sempre apparso sul calendario come quel luogo in cui le cronache dello streetstyle si sfregavano le mani. Abiti, blazer, tweed , seersucker, doppiopetto, cravatte, scarpe bicolori, pantaloni con pinces, borse, cappelli, anelli. Disegni giapponesi, fazzoletti italiani. Ma fino a quando il New York Times non si è reso conto che la cosa sta gradualmente diventando testimonial, tutti quegli uomini ben vestiti sembrano, letteralmente, “uomini che fanno solo cosplay, vestiti in modo anacronistico”. Lontano dalla realtà attuale. Oggi l’uomo non si veste come un dandy, si veste come gli pare. Una rinuncia storica o la vittoria della normalità?

Parte di questo cambiamento ha a che fare con i cicli della moda stessa e ora sembra di essere nel momento dell’ironia. Ciò che prima appariva assurdo, oggi ci piace; quello che era eccessivo, oggi è routine. Basta solo dare un’occhiata ai marchi più famosi e capire il desiderio che si genera ora: non troviamo niente che richiama lo stile classico, abiti impeccabili o il gesto di concentrare i propri sforzi sulle texture, materiali e forme. Balenciaga, Gucci, Vetements, Stone Island , Givenchy, Moncler, Dolce & Gabbana, Yeezy e Valentino sono i segni della top attuale (in base ad un importante studio per l’industria) e tutti si muovono tra streetwear, universo personale e opulento, brutto stile puramente utilitaristico. Il dandy ( “l’uomo che si distingue per la sua grande eleganza e raffinatezza” , secondo il dizionario) non ha spazio in questi negozi. Potrebbe essere che oggi il dandy sia qualcos’altro? I consumatori di oggi non sono vincolati dal protocollo sartoriale, i designers non vogliono dire loro che non possono indossare un abito nero ogni volta che vogliono, che non capiscono le misure o le norme che qualcuno ha scritto una volta. Stanno imponendo nuove regole.

I Millennial, per esempio, vedono tutto con occhi nuovi, come se non fosse successo niente prima ed è qualcosa che dobbiamo prendere in considerazione. O, per dirla in altro modo, oggi i giovani vogliono una maglietta perché è accessibile a tutti e ha anche una storia dietro con la quale si identificano. Le nuove generazioni hanno cambiato il modo in cui le persone “consumavano”. Ora tutto è mix & match, non vogliono un unico stile, non vogliono che nessuno indichi loro cosa scegliere o cosa indossare in ogni momento; tutto è gioco per loro, ma con uno scopo finale. Un gioco molto brutto stilisticamente parlando, con tutte quelle strane scarpe, camicie strappate e pantaloni allo stinco, simboli di un nuovo dandismo sgraziato. Un cattivo gusto, brutto e mediocre soprattutto se si considera che griffe come Balenciaga rispettano pedissequamente tali nuovi canoni. Solo Hermès, probabilmente il marchio che continua ancora oggi a non perdere la sua aura aspirazionale, diciamo, classica, dispensa con il ‘Dandy’ nelle sue proposte. Nell’ ultima sfilata, presentata pochi giorni fa, ci sono abiti senza maglietta sotto; abiti da ufficio come li comprendiamo (con cravatta, gemelli e fazzoletto le taschino). In effetti, è quasi impossibile trovare questo modello sulle passerelle di oggi; è ancora un indumento utile e necessario … ma non è di moda, è qualcos’altro. I nuovi consumatori, invece, puntano a tutto ciò che non vogliono essere, tutto ciò con cui non si connettono. È una coincidenza che Brioni, un marchio incentrato sui soliti abiti, concentri le sue campagne su uomini adulti pensando che questo sia il loro unico obiettivo oggettivo? Probabilmente no.

Un altro esempio Hender Scheme, una marca giapponese di scarpe fatte a mano (per lo più a mano, con la migliore pelle possibile e disegni unici) ha appena lanciato quello che potremmo chiamare i ‘Crocs formali’, scarpe, quasi come un mocassino, che ricreano l’aspetto di questa nuova calzatura nonostante la sua cattiva reputazione e il suo aspetto brutto e inguardabile. E il vestito prende altre strade; il lusso rappresenta nel 2018 qualcosa di molto diverso da come era una volta; e l’idea di combinare mondi apparentemente opposti è l’oggetto principale del desiderio di chiunque decida di spendere soldi per abiti e accessori.
Abbiamo ancora dei riferimenti, ovviamente, ma oggi la definizione di dandy è completamente diversa da quella che avevamo nelle nostre teste. Tale nuovo universo è una sfida interessante, è vero, ma non possiamo non affermare che non ci dia un po’ di dolore nel vedere come niente è quello che era. Non indossiamo più “sublimi abiti sartoriali senza interruzione di sorta”, come ebbe a dire Baudelaire. Anche se parliamo di moda, quindi, non dubitiamo che prima o poi tutto tornerà.

La storia del bikini, per tanti anni ripudiato dai bacchettoni americani e europei

La storia del Bikini e la sua evoluzione negli anni

L’origine del bikini si situa intorno al 1600 aC, grazie ad alcuni mosaici decorati con immagini di donne in costume da bagno ( due pezzi ) che si trovano in un’antica villa siciliana.

Da parte sua, lo stilista francese Louis Réard presentò il 3 Luglio 1946, per la prima volta in una sua collezione, dei costumi, uno dei quali era un due pezzi, che chiamò Bikini in onore del Bikini Atoll, uno dei tanti atolli delle Marshall Islands del Pacifico centrale. Questo luogo è conosciuto per essere ideale per chi ama la vita da sub, per la sua ricchezza naturale ed è diventato famoso alla fine degli anni Quaranta, quando gli Stati Uniti lo usarono come un sito di test nucleari.

L’accesso del bikini non raccolse subito favorevoli consensi e l’attrice americana Esther Williams dovette subire critiche furiose negli anni ’50, sia dalla societá di appartenenza sia da quella europea, nonostante la sua fama per il ruolo in Sirens School ( George Sidney, 1944 ) ove, continuamente, veniva inquadrata in un costume da bagno, che venne censurato per presunta immoralità in merito ad un particolare modello che indossava.

Esther Williams 

Nel 1951 durante il concorso di Miss Mondo sarà nuovamente vietato, e sostituito da un unico pezzo coprente, considerato sinonimo del buon gusto.

La popolarità del bikini esploderá agli inizi degli anni ‘60, più per motivi etici che estetici; tuttavia, grazie a fattori tanto influenti come le grandi dive del cinema, i mezzi di comunicazione e l’apertura politica e sociale dell’ovest, inizierá gradualmente la sua ascesa nelle simpatie di molti.

   Micheline Bernardini

Si narra che una ballerina del Casino de Paris, Micheline Bernardini, fu la prima modella a posare in bikini. L’inventore del capo, Louis Réard, dovette ricorrere alla Bernardini, poiché nessuna modella professionista osò indossare un indumento così succinto.

Fu, proprio, lei che suggerì il nome al suo creatore, sostenendo che sarebbe stato “più esplosivo di una bomba sganciata su Bikini Atoll”.

Con Brigitte Bardot e i suoi due pezzi indossati a Saint Tropez e Cannes, si innescherà una vera e propria promozione di tale indumento.

Brigitte Bardot

Il suo ruolo in E Dio creò la donna del 1957, incoraggiò molte ragazze ad usarlo.

Così pure la collaborazione del cantante Brian Hyland e la sua canzone Itsy Bitsy Teenie Weenie Yelow Polka Dot Bikini sveglierà, tra le adolescente americane, il desiderio verso questo capo d’abbigliamento, dai più ancora definito scandaloso.

Sei anni più tardi, la bellissima attrice Ursula Andress, indosserà il bikini durante la riprese del Film “007, contro il Dr. No” in cui interpreta la bond girl del momento.

Ursula Andress

Raquel Welch d’altra parte apparve con un bikini suggestivo in “Un milione di anni fa“, quando ebbe ad interpretare il ruolo di una feroce cavernicola.

Raquel Welch

Mentre in America ormai il minuscolo indumento era di gran moda, al contrario in Spagna, Grecia e Portogallo, a causa del contesto politico e religioso, le donne si dimostravano molto più pudiche, indossando costumi intieri o a punto piquet, con gonne corte e scollature alte.

Anni ’60

Con l’evoluzione e l’avanguardia dei tessuti, il bikini otterrà una maggiore diffusione.

E’ il caso della fibra di Lycra che, negli anni sessanta, darà maggiore vestibilità, elasticità e praticità a questo accessorio balneare.

Ne guadagneranno anche le industrie cosmetiche, perché, scoprendosi di più, le donne inizieranno ad acquistare freneticamente creme solari e abbronzanti.

Più tardi, con la libertà di espressione, in molti paesi in cui prima latitava, arriverà il topless e il tanga.

Quest’ultimo proviene dalle spiagge del Brasile e riduce il bikini al minimo; solo un filo.

L’aria di libertà che permea gli anni Ottanta, l’interesse per la moda e la passione per il fisico scolpito, continuano col trionfo dei tanga, ed il cinema innalza Bo Derek a donna perfetta in costume da bagno. Negli anni novanta, i bikini proseguono il loro aggiornamento, mostrando linee rette e colori semplici, e farà scalpore il bikini dal design sportivo che mostrò la regina del volleyball Gabrielle Reece nel 1993.

  Gabrielle Reece

Facendo un resoconto di tale indumento, si può veramente dire che i design attuali del bikini sono una raccolta migliorata, attualizzata e più discreta dei modelli degli anni ‘60 e ‘70.

Stilisti famosi come Dolce & Gabbana, Ralph Lauren, Andres Sarda, ogni anno escono con collezioni originali, piene di sensualità ed eleganza.

Polo Ralph Lauren

Marchi famosi come Gucci, Fendi, Dior, LV, affermano con rotondità che questa estate il bikini sarà il capo d’abbigliamento che regnerà sovrano su tutto.

 Gucci 

Intanto, noi sappiamo la sua storia e, francamente, non è poco.

 

 

La foto in alto: Bikini Ralph Lauren 2017

Il capo più utile e trend del guardaroba? Il Trench, naturalmente

Il capo più trend del guardaroba di stagione? Il trench, of course!

Puntuale come un orologio svizzero, sembra chiamarti facendo capolino dal tuo guardaroba con i primi raggi di tiepido sole.

Capospalla iconico e senza tempo, conferma il suo status di autentico must-have, grazie, in primis, alla sua versatilità e all’affascinante storia che lo ha portato dalla trincea di guerra alle passerelle. E anno dopo anno, continua a essere il protagonista delle collezioni di tantissimi stilisti.

Dai brand più fedeli alla tradizione, come Burberry che dell’impermeabile ha fatto il suo marchio di fabbrica, ai designer più cool e avanguardisti, che si sono confrontati con questo grande classico dell’abbigliamento per stravolgerlo e reinterpretarlo secondo i propri statuti stilistici e nuovi codici della moda attuale. Il risultato? Il trench è più vivo e mutante che mai!

Anche per questa primavera-estate 2017, a dimostrazione che sa cambiare volto e anima, ma rimane sempre fedele a se stesso.

A noi resta solo l’amletico dubbio se preferire le versioni più cool o le proposte più classic.

Ampio e rilassato? O meglio in una reinterpretazione in chiave easy dress?

Trench coat, super femminile con tanto di applicazioni?

Oppure via libera alla pelle nella variante lusso estremo?

Intanto, mi son permesso di darvi 5 suggerimenti su come indossarlo, e in tutti i casi si tratterà di una scelta in perfetta sintonia con la tendenza di stagione.

Eccoli!

 

 

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Buona Eleganza a tutte!

La storia delle scarpe a tacco alto. Dall’antico Egitto ai giorni nostri

 

image  Scarpa greca.

La scarpa con tacco 4 cm, o quella il cui tacco è appena 2 cm, è materia di discussione ormai da tempo immemore. Le calzature in generale, sono state di solito dei veri e propri marcatori di genere, classe, razza ed etnia – e sia il piede sia la scarpa sono stati ritenuti influenti e potenti simboli fallici e di fertilità, come evidenziato nella pratica contemporanea di legare un paio di scarpe all’ auto della coppia appena sposata. Nessun’altra scarpa, però, ha una così ampia approvazione di calzabilità per il tempo libero, per la sensualità e la sofisticazione quanto la calzatura con i tacchi alti, per le donne in particolare. Piena di contraddizioni, con tacchi 13 paradossalmente inibitori di movimento, ma tendenzialmente amici sinceri nel mascherare la vera altezza, almeno in apparenza. In piedi con i tacchi, una donna si presenta già a metà cammino e al tempo stesso riduce la lunghezza del suo passo, favorendo l’illusione della reattività e della velocità, suggerendo nel contempo, a chi l’ammira, la promessa di una caduta imminente. Più alti sono i rialzi e più instabile è il tallone, e maggiormente evidenziate sono queste contraddizioni. Medici e studiosi del piede dissertano tutt’ oggi circa l’effetto fisico e culturale, sia positivo che negativo, che i tacchi hanno non solo sulle donne, ma sulla società nel suo complesso.

Precursori delle scarpe con tacco

La maggior parte del ceto inferiore, nell’antico Egitto, camminava a piedi nudi, ma i rilevamenti delle pitture murali -risalenti al 3500 aC- mostrano una prima versione di scarpe indossate soprattutto dalle classi superiori. Queste erano pezzi di cuoio tenuti insieme con un’ allacciatura spesso disposta per rassomigliare il simbolo di “Ankh”, dio della vita. Ma sono ben visibili anche alcuni dipinti di entrambi i ceti alti, maschili e femminili, con i tacchi probabilmente indossati per scopi cerimoniali. I Macellai egiziani calzavano i rialzi, per aiutarsi a camminare sopra il sangue degli animali morti.

Calzature egizie in onore al dio Ankh image

Nell’antica Grecia e a Roma, i sandali con piattaforma, denominati kothorni, più tardi conosciuti come coturni o stivaletti nel Rinascimento, erano calzature con suole di legno o sughero a base alta, molto popolari soprattutto tra gli attori che avrebbero indossato simil calzature -di altezze così diverse- per indicare lo status sociale o la diversa importanza dei personaggi rappresentati.

Nell’antica Roma, il commercio del sesso non era illegale e certune prostitute venivano prontamente identificate dai loro tacchi alti.

Durante il Medio Evo, uomini e donne, indossavano zoccoli, o suole di legno, chiaramente precursori del tacco alto. Tali zoccoli venivano a sostituire, in strade fangose e piene di detriti, le scarpe fragili e costose soggette a minore duratura temporale, proprio per il materiale (lino, seta e caucciù) con cui erano modellate.

Nel 1400, chopines o zeppe, vengono create in Turchia ed introdotte in seguito, alla metà del 1660, in tutta Europa. Queste calzature potevano avere dei rialzi in sughero o legno di 8-10 cm, ma talvolta arrivavano anche a 18-20 cm, la qual misura richiedeva alle donne di usare bastoni o servi per aiutarle a restare in equilibrio. Venivano indossate solitamente dal sesso femminile o da eunuchi.

Zeppa turca      image

I Veneziani hanno fatto delle pianelle un loro status symbol, rivelando con esse la ricchezza e la posizione sociale delle donne, sebbene alcuni viaggiatori orientali solessero indicare ironicamente l’uso di queste calzature definendole “scandalosamente alte”.

Un visitatore persiano osservò -ad un’asta di gioielli che – “quei trampoli sono stati inventati dai mariti di belle mogli, con la speranza che il loro movimento ingombrante renda loro difficili le relazioni illecite”.

Possiamo già orientarci, a questo punto, su certe questioni di dominazione e sottomissione associate alle scarpe, proprio come le pianelle di loto della Cina.

Infatti, sia le concubine cinesi che le odalische turche indossavano scarpe alte, costringendo gli studiosi a ipotizzare se i tacchi fossero stati utilizzati non solo per ragioni estetiche ma anche per impedire alle donne di fuggire dagli harem.

Le scarpe, durante il 1550, cominciavano ad essere create in due pezzi, con una sezione superiore flessibile collegata ad una base pesante e rigida. Questa nuova calzatura dalle due parti ha portato il tacco ad essere congiunto alla parte effettiva della scarpa, piuttosto che a fare solo da copriscarpa collegabile.

I tacchi sono cresciuti in popolarità, nel corso del 1500, soprattutto per evitare ai cavalieri, sia maschi che femmine, di scivolare dalle staffe. I tacchi di questi stivali, a metà del suddetto secolo, vennero resi più stilizzati e sottili da Caterina de’ Medici che ne fece una vera e propria moda da utilizzare anche fuori dall’ambito prettamente equestre. L’introduzione del tacco alto e la concomitante difficoltà a creare una forma speculare rigida (uno stampo di piede usato per fare le scarpe) portò i calzolai a ideare “la scarpa dritta” o le calzature che potevano adattarsi sia al piede sinistro o destro. La destra e sinistra sarebbero poi tornare agli inizi del 1800, quando i tacchi furono abbandonati.

L’invenzione formale dei tacchi alti come Fashion

L’invenzione formale dei tacchi alti come moda è solitamente attribuita alla bassa statura di Caterina de’ Medici (1519-1589). All’età di 14 anni era fidanzata con il potente duca di Orleans, poi re di Francia. Era minuta (non del tutto un metro e mezzo) rispetto al Duca e difficilmente considerata una regal bellezza. Si sentiva insicura di fronte a quel matrimonio combinato, sapendo che sarebbe stata la regina della Corte di Francia, ma soprattutto temeva la concorrenza con l’amante del duca, certamente più alta di lei, Diane de Poitiers. Alla ricerca di un modo per stupire la nazione francese e compensare la sua mancanza di appeal estetico, Caterina aveva indossato, durante una festa di ricevimento, delle scarpe con tacchi alti 7 cm che le avevano dato un fisico più imponente e un seducente ondeggiare quando camminava. I suoi tacchi riscossero un successo enorme e, da allora, vennero associati con privilegio all’abbigliamento femminile.

Mary Tudor, o “Bloody Mary”, un’altra monarca che cercava di apparire più alta, iniziò, senza mai smettere, di indossare rialzi: i più alti possibili. Dal 1580, questi rialzi divengono popolari per entrambi i sessi, e una persona che aveva autorità o ricchezza, e indossava scarpe con tacchi alti ,veniva spesso definita “benestante”.

All’inizio del 1700, in Francia, re Luigi XIV (il Re Sole) spesso portava tacchi con personali decorazioni che raffiguravano scene di battaglia in miniatura. Questi rialzi vennero denominati “tacchi Louis,” e la loro altezza toccava solitamente i 9 cm.

Il re decretò che solo la nobiltà poteva indossare rialzi colorati di rosso ( les talons rogue ) e che nessuno mai avrebbe potuto portarli uguali ai suoi.

Il Re Sole, con i rialzi rossi       image

Nel corso del secolo, una sorta di feticismo culturale del piede veniva manifestandosi in vari modi.

Per esempio, sotto l’influenza del Rococò, che evidenziava una corte nobiliare basata sullo stile decorativo e ornamentale, i tacchi diventavano più alti e slanciati, una mossa questa altamente femminile che completava lo stile della corte stessa.

Inoltre, il romanziere Restif de Bretonne, creò un’enfasi erotica con il piede finemente ad arco unito al tacco alto delicatamente curvato “a memoria di piede piccolo e amabile”.

Di conseguenza, molte donne iniziarono a coprire i piedi con nastri di seta per ridurne, apparentemente, le dimensioni. Come il corsetto, i tacchi alti scolpivano il loro corpo per farlo sembrare più aristocratico, puro, raffinato e desiderabile. La natura sessuale del tacco alto veniva notata anche dai Puritani nel Nuovo Mondo. La colonia del Massachusetts ebbe ad approvare una legge che vietava alle donne di indossare rialzi alti per irretire l’uomo. Nel caso fosse stata trovata con scarpe coi tacchi alti veniva processata come strega “istigatrice di sesso demoniaco”. Solo a metà del 1800 l’americano medio avrebbe abbracciato e accettato la moda della scarpa europea.

Rivoluzione Francese e la rivolta contro i tacchi alti.

Nel 1791, “ i tacchi Louis” scomparvero con la rivoluzione, e Napoleone bandì i rialzi, nel tentativo di mostrare l’uguaglianza tra i cittadini. Nonostante il codice napoleonico contro i tacchi alti, nel 1793 Maria Antonietta salì sul patibolo per essere ghigliottinata indossando rialzi alti 9 centimetri. Il tacco, pertanto, veniva abbassato notevolmente a partire dal 1791 trasformandosi in un ridottissimo, minuto cuneo o sostituito da bassi rialzi a molla. Queste scarpe risultavano per lo più molto fragili e dovevano essere rinforzate da nastri o spaghi che le attraversavano legati intorno alla caviglia, in stile sandalo romano.

Calzature con tacchi alti di Maria Antonietta    image

La scomparsa del tacco, a questo punto, rendeva più facile la calzabilità delle scarpe -da portare sia col sinistro che col piede destro- e rendendo le stesse più confortevoli. Da questo periodo al 1930, vennero creati quattro principali tipi di scarpe con tacchi, utilizzate dalle donne occidentali: il knock-on (o tacco a catena), impilati, primaverili, e il neo “tacco di Luois”.

Le scarpe col tacco alto ritornano à la page.
Nel 1860, le calzature con i tacchi, grazie alla moda, tornano di nuovo popolari, e l’invenzione della macchina per cucire permetterà una maggiore tipologia di rialzi. Nell’arte e nella letteratura vittoriana, disegni e allusioni ai piedi piccoli, come creati da Dio, e l’afflizione dei piedi di grandi dimensioni, tipici delle anziane zitelle, erano onnipresenti. L’età Vittoriana soleva sostenere che il tacco alto sottolineava sensualmente l’arco del piede ed era visto come simbolo di curve o fattezze della donna. Il collo del piede alto veniva associato, generalmente, ad una persona aristocratica ed europea, mentre quello più basso veniva accostato ad un’etnia afro-americana.

Quando le calzature con i tacchi alti fecero il loro ritorno, alcune delle loro indossatrici si sentirono confortate anche con rialzi da dieci, tredici centimetri.

Come per i corsetti dell’epoca, le calzature con i tacchi alti, secondo quanto sostenuto da alcuni specialisti del piede, risultavano essere non solo innocui, ma pure benefici per la salute perché contribuivano ad alleviare il mal di schiena, quando uno si chinava, e rendevano meno faticoso il cammino.

Ma i più attenti critici di moda affermavano, sicuri, che i tacchi alti creavano solo un’andatura più sessualmente aggressiva e servivano, seconda la divina Greta Garbo, come “poisoned hook” (gancio avvelenato) per catturare i maschi incauti. Alcuni addirittura associavano il tacco alto alle unghie divise di un diavolo o di una strega.

Racconti ammonitori, da questo momento in poi -come le molte versioni di Cenerentola- si occupavano con particolare feticismo del piede e della determinante importanza del materiale che li avvolgeva.

Usufruendo di queste considerazioni, l’America apriva, nel 1888, il suo primo magazzino di tacchi. Tuttavia, questo e altri paesi europei, si sentivano ancora ben lungi dall’imitatissima moda francese, dalla quale attingevano a man basa.

Mentre i tacchi alti hanno goduto di una diffusa popolarità verso la fine del XIX secolo, agli inizi del XX secolo, le donne hanno reclamato una calzabilità più comoda, scarpe possibilmente con suola piatta – accorgimento, questo, che si radicherà ancora più negli anni ruggenti (la decade 1920-30), quando suole dette “quasi a terra” -con tacchi visibilmente più elaborati e di minore altimetria- incoraggeranno, le donne di charme, al ritorno al “tacco Luois”. Ma la depressione di quegli anni influenzerà particolarmente la moda occidentale, con calzature dai rialzi meno stilizzati e più bassi.

Scarpe anni ’30       image

Hollywood, tuttavia, darà al tacco un nuovo e più elegante look, come le scarpe delle stelle del cinema (Ginger Roger) con tacchi, non altissimi, bianchi e scintillanti di glitter. Sta iniziando una sfida alla moda calzaturiera francese ed europea in generale.

Nel 1940, gli accessori di lusso erano molto scarsi tra le famiglie occidentali, a causa della Seconda Guerra Mondiale, e le calzature con i tacchi tendevano a rimanere moderatamente alte e spesse.

Scarpe anni ’40

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La rinascita dell’Europa occidentale nell’alta moda inizia nel dopoguerra, in particolar modo nei primi anni ’50, grazie al designer francese Christian Dior e alla sua collaborazione con lo stilista di scarpe Roger Vivier.

Insieme sviluppano una tomaia scollata denominata “very vamp cut” (con la parte della scarpa che copre la punta e il collo del piede) con un tacco sottile chiamato stiletto, parola italiana che indica un piccolo pugnale con una sottile lama affusolata.

La prima menzione di questo nuovo shoes look si leggerà, sul Daily Telegram, di Londra, il 10 settembre del 1953, e conterrà queste testuali parole: “ Il tacco esageratamente esile e stretto equiparato all’altezza pura dello stesso suggeriscono un percettibile simbolismo fallico-erettile a dimostrazione di una maturità sessuale raggiunta almeno dai francesi”.

I tacchi-Stiletto vennero frequentemente vietati all’interno degli edifici pubblici, perché erano causa di danni ai parquet e alle pavimentazioni con moquette.

Con la creazione della minigonna nei primi anni 1960, gli stiletti sono associati agli stivali che miglioreranno notevolmente il look a gambe nude.

Stivali anni ’60

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Mentre il movimento femminista, proprio in quegli anni, stava catturando l’attenzione di migliaia di ragazze e signore, di lì a poco spostò la sua attenzione sulle scarpe coi tacchi a spillo, definendoli una vera e propria disgrazia contro le donne. Gli slogan contro Dior e la moda francese si sprecavano: “ Liberate il prigioniero piede dalla femminilità forzata”.

Per molte di loro, i rialzi alti indicavano puro servilismo e raffiguravano degli stereotipi sessuali solo a favore del maschio. I tacchi erano eccitanti oggetti artigianali, creati consapevolmente per invalidare le donne, paralizzandole o almeno rallentandone i movimenti quando dovevano fuggire dalla violenza maschile o dagli oppressori sessuali. I tacchi venivano visti, dalle femministe, come fasciature improbabili e deturpanti dei piedi, paragonabili agli stretti e perversi corsetti regolatori della silhouette femminile.

Di conseguenza, crollato il mito della scarpa con il tacco vertiginoso, prende sempre più campo il rialzo basso e ispessito, che va di prepotenza a sostituire il fascinoso stiletto.

La disillusione degli anni sessanta con il logorio della vita contemporanea e l’angoscia per il futuro porta i giovani, in gran parte dell’Occidente, ad abbracciare la cultura hippie che riscopre la scarpa rasoterra o a piattaforma.

Le calzature piattaforma diventano immensamente popolari nel 1970, e forse nessun esempio incarna quest’epoca come le scarpe col tacco piattaforma di John Travolta nella sequenza di apertura del film “ La Febbre del Sabato Sera” del 1977.

Scarpa Piattaforma

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Gli anni settanta, in generale, mostrano un periodo tumultuoso di sperimentazione di droghe, sesso e, naturalmente, fashion. Il cinismo abbonda, in quest’ arco di tempo, come le varie culture e sottoculture che gareggiano per attirare l’attenzione del pubblico. Uomini e donne vestono per scioccare, spesso indossando scarpe che ricordano gli antichi kothorni e chopines con tinte psichedeliche e turbinii di colori.

Nel contesto post-moderno degli anni 1980, il rifiuto femminista verso la moda inizia a perdere gran parte del suo sostegno popolare. L’idea che la moda, specificatamente le scarpe sexy, non è solo opprimente rinuncia al proprio ego, ma anche piacere estetico – fa si che la scarpa si impadronisca del suo unico, vero significato: fare la donna elegante e sensuale. I critici, in particolare le femministe degli anni 1980, sostengono che il fashion può essere un esperimento fatto di apparizioni, un esperimento che sfida ogni significato culturale. Quest’ alterazione di atteggiamento in merito ai tacchi alti, forse è provocata dalla contro-cultura della moda di strada dei primi anni 1980, così come dai dibattiti femministi circa il piacere e il desiderio femminile. Le donne occidentali ora affermano che indossavano i tacchi alti per loro stesse e che un po’ più di altezza è sinonimo di potere e autorità.

Mentre i tacchi più bassi sono stati preferiti durante la fine degli anni ’60 e ’70, quelli più alti tornano negli anni ‘80 e i primi anni ‘90.

La televisione mostra sempre più opulenza e eccessi come Dallas e Dynasty suggeriscono, e la dismisura diventa il marchio distintivo degli anni 1980.

Calzature anni ’80

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Mentre le scarpe basse erano probabilmente indossate da una società corporativa, i tacchi dai design più sofisticati ed alti ora sono un segno di successo; la versione Yuppie al femminile. Laddove gli stilisti hanno contribuito a creare calzature con rialzi molto alti a partire dai primi anni ’90, come Jimmy Choo, Emma Hope, e ancora prima Manolo Blahnik , guidando le proprie aziende a grandi introiti, gli inizi del XXI secolo vedono le scarpe con i tacchi perdere terreno e abbassarsi ancora una volta, nel modo in cui il revival hippie sottolineava il comfort sull’ enfatizzazione della moda.

Scarpa Manolo Blahnik, anni ’90

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Al giorno d’oggi.

Le donne del 21 °secolo hanno oramai una vastissima gamma di scarpe con le quali sentirsi al settimo cielo. Dall’abbigliamento sportivo del 2006 di Fendi alla scarpa col tacco vertiginoso di Manolo Blahnik del 2008-2009, le donne possono scegliere di indossare quello che vogliono, anche scarpe ibride, con i rialzi, scarpe da tennis e infradito. Quel che è certo è che i tacchi non sono scomparsi e anche in questo fine 2011 Gucci ha creato per le signore e le ragazze una collezione di scarpe con i tacchi da far perdere la testa.

Addirittura le filiali Crunch, una linea di palestre a livello internazionale, offre ai suoi abbonati femmine, 45 minuti di “Stiletto Strength”, esercizi che rafforzano le gambe e i polpacci delle donne rendendole così più sicure sui tacchi a spillo. Forse in parte influenzate dal successo televisivo di Sex in the City e Il diavolo veste Prada, alcune donne sono addirittura andate sotto i ferri per accorciarsi le dita dei piedi o farsi iniettare del padding -un’ imbottitura in sfere di cristalli liquidi- per permettere ai loro piedi di adattarsi, nel modo più confortevole, in un paio di scarpe con i tacchi a spillo.

Louboutin  2017

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Cosa non farebbero queste incantevoli sirene per apparire più belle ed eleganti; e pensare che lo fanno per noi uomini!

“Non bisogna mai cercare di capire una donna. Le donne sono delle immagini; gli uomini sono dei problemi. Anche se queste possono essere stravaganze della moda, servono comunque per leggere nel pensiero di una donna”. Oscar WILDE.

Alcune regole da seguire per essere una donna elegante

Essere “elegante” non è tanto vincolato da cosa indossi, ma dalla tua predisposizione naturale ad esserlo.

È il risultato di una formazione precoce, dell’osservazione costante, di una predisposizione personale alla raffinatezza.

Ma esistono alcune regole che si possono imparare; soprattutto, alcuni aspetti dell’immagine esterna che v’instraderanno all’eleganza più pura.

Eleganza è una parola difficile da definire.

E’ un concetto soggettivo, che può mal confondersi con altri come stile, moda, lusso.

Allora, con cosa ha a che vedere? Né più né meno con lo stile di vita.

È un insieme di qualità che vanno dal comportamento sociale fino alla semplice delicatezza e il buon gusto. Insomma, l’eleganza è la scienza di non fare niente come gli altri, sembrando che sia fatto tutto così come fanno gli altri.

Un metodo per eludere di essere esattamente l’opposto di una donna elegante è quello di evitare gli eccessi (1).

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Questo vale per l’abbigliamento: taglie, colori, stampe e accessori

Facile a dirsi ma difficile, molto difficile da attuare.

Il problema delle dimensioni è ricorrente.

Si devono sempre acquistare vestiti della taglia alla quale appartenete, né troppo stretti né troppo larghi, per dopo indossarli perfettamente.

Se il tuo obiettivo è quello di essere elegante, allora dovresti dimenticare quelle passerelle di moda che insegnano a mescolare stampe o colori a più non posso.

È molto fashion, ma poco consigliabile se vuoi ti ricordino come una persona elegante.

In questo senso, lo stile classico non fallisce mai.

“Coco Chanel raccomandava: “Prima di uscire guardati allo specchio e lascia qualcosa che hai di troppo: meno è più”.

Toilette e cura dell’abbigliamento (2).

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E’ fondamentale che ciò che indossi sia in perfette condizioni, dalla testa ai piedi.

Il tuo vestito può essere perfetto, ma anche facilmente demolibile a causa di un paio di scarpe consumate. Dobbiamo imparare a prenderci cura dei nostri capi.

Il tutto inizia con un armadio ben organizzato e ordinato, di cui parleremo in altra opportunità.

Nel frattempo, occorre essere sicuri di non indossare vestiti logorati, orli strappati, maglie con buchi, macchie, che denotano una notevole dose di negligenza o scarsa igiene.

Un consiglio per quando fate shopping (3).

Ci sono quattro cose in cui suggerisco di investire un paio di euro in più e, cioè, accessori, borse, scarpe e profumi.

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Gli accessori completano il vostro look, rendendolo più gradevole, aumentandone il fascino e la bellezza, e rendendo meno anonimo un completo. In questi ultimi anni sono progressivamente diventati una parte importante dello stile e delle tendenze. Un cappello, un paio di guanti, una cinturla, un gioiello, fanno molto e sono indispensabili per la donna. 
Un bracciale può dire parecchio di chi lo indossa e, spesso, riesce a risolvere una situazione d’imbarazzo da “non so cosa mettere”; un paio di guanti può rendere chic il tuo stile, un foulard può donare quell’aria retrò che proprio non riesci a darti.

Una borsa, sia essa di Hermes, Gucci, LV, Dior, ti marchierà a fuoco come sofisticatissima signora o signorina e, se abbinata correttamente, farà risaltare maggiormente il tuo abito o il tuo paio di jeans. Se poi una donna possiede l’innato dono del buon gusto potrà sbizzarrirsi a trovare borse, non griffate, ma ugualmente fascinose e di classe.

Cosa intendiamo veramente per scarpe giuste ? Molte persone le giudicano giuste o sbagliate senza sapere realmente come stimarle.
Ovviamente ognuno ha il proprio gusto in fatto di moda, c’è chi preferisce Gucci e chi Chanel, Louboutin o Ferragamo, ma –comunque- siamo d’accordo che queste case di moda facciano delle scarpe perfette o come si suole dire giuste. Esse sono la base, in tutti i sensi, della donna; infatti, il gentil sesso si sente sicuro solo se indossa un paio di calzature in tono con l’abito, di una certa marca, e perché no … di un certo valore affettivo.

Il profumo è l’anima della donna.

Un aroma femminile deve sprigionare tutta l’essenza del fiore che lo contraddistingue e che si fonde con abbinamenti di gelsomino e pesca. Tali elementi si uniranno e vibreranno all’unisono, sdrucciolando poco a poco verso le note vellutate della soavità dei muschi bianchi.

La postura (4).

Parlai, in altro magazine, dell’importanza della posizione mentre camminiamo, siamo fermi o seduti.

La questione posturale dice ancora molto di noi, senza che usiamo alcuna parola.Per la donna è fondamentale.

Cercate sempre di stare dritte, di sedervi con le gambe giunte e non lasciarvi cadere come un sacco di patate sulla poltrona.

Controllate di fronte ad uno specchio la vostra camminata e cercate di correggerne le goffaggini.

Buone maniere (5).

Essere educati e avere buone maniere è il miglior “investimento” che si può fare in tutti i settori della vita.

E’ quello che più facilmente si ricorda o si detesta di una persona.

Si può essere vestiti all’ultima moda, con colori ben assortiti, ottimamente pettinati, impeccabili, ma se mastichiamo chewing-gum, parliamo con la gente usando un tono autoritario, siamo sguaiati, entriamo in qualsiasi conversazione a voce alta e ci comportiamo come dei maleducati, il glamour scompare come per magia, e prima di ritrovarlo -se mai ne abbiamo avuto- ne deve trascorrere di tempo…

Buona eleganza a tutte

 

 

La foto in alto: Audrey Hepburn