La riforma che non ci sarà mai. Giustizia e politica: connubio mortale

Dalla mala politica alla mala giustizia il passo è breve, molto breve
Più che altro dovremmo chiamarla controriforma, alla quale ha dato un grosso aiuto un magistrato ancora in servizio.
Dalla mala politica alla mala giustizia il passo è breve, molto breve
La riforma tanto osannata della giustizia è una riforma che non c’è e mai ci sarà in Italia.

E’ inutile che Renzi abbia annunciato proclami di grandi mutamenti, assecondato dall’adepto Orlando. Infatti, si vede che fine ha fatto!

Quella scarabocchiata mesi addietro non è che una pseudo riforma di sistema, cioè non esiste, non c’è nulla di nulla che possa tranquillizzare il cittadino contro questo strapotere che tutto annienta e divora.

Gli italiani si sentono accerchiati soprattutto dal problema della giustizia penale, ma tutti vacillano fra la richiesta di effettività della pena, di cui ci si ricorda quando scatta qualche patteggiamento, all’indignazione vera e propria.

L’individuo ha il terrore di essere perseguito dalla legge italica, dall’idea che la giustizia si manifesti esclusivamente con la pena e solo con la condanna al carcere.

Chiunque, ora come ora, grazie ai vari siti on line tipo errorigiudiziari.com è atterrito dai magistrati, con la politica che da oltre un ventennio ha alimentato la domanda di sicurezza rispondendo sempre con interventi emergenziali, tutti all’insegna del più carcere per tutti, più tranquillità per tutti. Peccato che dentro ci siano finiti più di 50mila innocenti.

Una mera strategia, perché diventa il modo più semplice per catturare il consenso, così come è da sottolineare la negazione della politica verso questo compito fondamentale, cioè di intervenire tra la gente per risolvere i problemi, delegando, al contrario, tutto all’azione della magistratura.

La mala politica italiana ha basato tutto il suo modus operandi sul fatto che ogni questione di allarme, di sovvertimento dell’ordine, di presa di posizione per debellare i conflitti, dovessero essere considerati solo ed esclusivamente dalla mera azione giudiziaria, dando così alla magistratura la possibilità di colpire indisturbata anche in situazione lontane, molto lontane dalle sue competenze, con il risultato finale che le galere nostrane scoppiano dal sovraffollamento.

Ecco, dunque, che –allora- per ogni minimo sospetto, dubbio, tensione che allarma la società delle toghe non c’è da aspettarsi nient’altro che una condanna, possibilmente nei Grand Hotel Carceri d’Italia.

Il passaggio successivo alla prigione preventiva, perché il criminale, non ancora definito tale da una sentenza, deve stare in gattabuia immantinente, è cosa risaputa da anni e anni.

In Italia il principio di civiltà non esiste per cui al processo si va in stato di libertà.

Da ciò e dall’idea che l’unica pena possibile sia la detenzione, nasce, di fatto, lo stato di decadimento e di barbarie dei nostri penitenziari, che ha già subito varie volte la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Ma siamo uno degli ultimi Paesi al mondo per efficienza del sistema giuridico, cosa vogliamo sperare di più?

IMPUNITÀ DEI GIUDICI Errori giudiziari senza fine e carceri disumane; ma nessuno ne parla

Non colpevoli in galera, e che galera!

Innocenti sbattuti dietro le sbarre per il solito errore dei giudici che, pedissequamente, credono a tutto ciò che viene loro proposto dai pm.

Il cittadino, molto spesso, non viene risarcito per l’ingiustizia subita.

Il magistrato, al contrario, resta impunito nella maggior parte dei casi, nonostante la vittoria di un referendum che chiedeva, anzi urlava a gran voce, che le toghe fossero considerate direttamente responsabili dei loro mortali sbagli.

Esiste, però, una barbara, cinica, identica sorte per due tipologie di persone “battezzate” da questi paladini dell’ingiustizia: le carceri sovraffollate, paragonabili a luculi cimiteriali, sia per gli innocenti che per i “veri” colpevoli.

In Italia si parla di tutto, di sport, di politica, del meteo, di cinema e televisione, gossip e moda, ma nessuno sfiora il problema giustizia.

Tutto rimane statico, pietrificato, immutabile: le persone si suicidano per le disumane condizioni delle carceri e i giudici continuano, senza sosta, a commettere errori inimmaginabili, mandando le persone quasi a morte.

Ma non preoccupatevi, siamo in Italia, quindi al peggio non c’è mai fine…

C’è in Italia un malato molto grave che non vogliono curare: la giustizia

Molto spesso ho gridato, con quanto fiato in gola, che la legge italiana è gravemente malata.

E’ un paziente che non viene considerato appieno e che sta infettando con i suoi germi i tribunali del Paese.

I finti medici che l’hanno esaminato non sono andati più in là di futili spiegazioni, le quali hanno irrimediabilmente ridotto a stato influenzale una malattia che invece si chiama cancro, il cancro della giustizia.

Ormai chi sta dietro a tale moribondo ha capito che la magistratura si è distaccata dal diritto, trasformatosi in mero, mortale, strumento di potere.

E il diritto medesimo, di conseguenza, si è disgiunto dalla consapevolezza.

Da una prima risonanza se ne deduce, quindi, che il paziente ha contaminato in maniera letale non solo il giudice ma anche l’uomo stesso.

Questa patologia sta aggredendo molti magistrati preposti solo ad amministrare la giustizia; al contrario molti di loro hanno perso la concezione di cosa sia il bene.

E ciò è dovuto al fatto che detti giudici sono riusciti a “metamorfosizzare” parole fragorose e fatalmente isolate, anzi disperse, come verità assoluta e ragione.

La ragione non è più una porta aperta alla realtà ma un mero principio della stessa, una predisposizione di concetti finalizzati alla sua manipolazione, alla sua interpretazione soggettiva.

La legge si modifica ordunque, non risultando più il mezzo di una giustizia da ricercare nell’oggettività di un ordine. E a causa di questo bailamme le norme e i verdetti si mischiano come intrugli pestilenziali, contraddicendosi pericolosamente e da qui alla libera uscita elargita a un serial killer il passo è breve, alla liberazione dopo dieci anni di uno spietato assassino che ha fatto a pezzi la fidanzata…

Pertanto, il ridimensionamento della ratio non porta altro che allo smarrimento totale dell’unità di giudizio.

E la malattia, inarrestabilmente, si propaga passando da un tribunale all’altro, da un magistrato all’altro, da una città all’altra.

E quello che è stato appurato in prima istanza può essere smentito senza remora alcuna dalla corte d’appello e poi ancora ritrattato dalla cassazione in un’estenuante danza macabra senza fine.

Una cura? Ricompattare e ricreare l’uomo così da riorganizzare il grande caos all’interno della giustizia italica.

E, per terminare, una frase dello scrittore brasiliano Millor Fernandes che vorremmo un giorno mettere nel dimenticatoio:

“La Giustizia può essere cieca; ma che olfatto! Riconosce le classi sociali a chilometri di distanza”.

Amen!

GIUSTIZIA. Al pluriomicida e mafioso Brusca il permesso di celebrare il Capodanno a casa, a Cosentino, indagato e forse innocente, negata la visita in carcere della moglie. Ecco, questo è il sistema giustizia nel nostro Paese…. Se hai la fortuna di essere un pluriomicida, boss della mafia, reo confesso, in gattabuia con una pena a 30anni, potrai tranquillamente celebrare il Capodanno a casa o con gli altri amici mafiosi grazie a un permesso che il buon giudice di turno ti elargisce per i tuoi meriti civili. Se, al contrario, sei un politico indagato, quindi ancora innocente, ma sottoposto alla tortura del carcere preventivo, te ne rimani in quella cella irrespirabile con ogni permesso negato. Fantasia, solo la storia di un movie drama? Magari! È tutto diabolicamente vero, stiamo parlando della sinistra realtà della nostra legge che pochi anni fa vide tristemente i giudici dire no alla visita in carcere della moglie dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, e che poi accettarono il ritardo del serial killer all’udienza del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia, causa l’elargizione di un permesso premio per le vacanze di Capodanno, al mafioso, per ricordarlo ai piú svagati, che premette il tasto del telecomando che il 23 maggio del ’92 fece saltare in aria a Capaci Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini di scorta. Un assassino spietato che non ricorda nemmeno il numero di persone ammazzate, compreso un adolescente, il giovanissimo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido nel gennaio del 1996, dopo un sequestro lungo 26 mesi. Ecco, questo è il sistema giustizia nel nostro Paese, che facilita i serial killer, gli assassini più disgustosi e non permette a un presunto innocente in carcere di vedere la moglie a causa di una legge inflessibile solo per determinate categorie. Ed è appunto sulla presunzione di colpevolezza che si basa la maggior parte dei magistrati e non sulla presunzione di innocenza, come invece fanno gli altri sistemi giudiziari europei e non. Brusca ai domiciliari per capodanno, mentre a Cosentino -che non ha ucciso nessuno e forse innocente- fu stata negata la visita, nel carcere di Terni, della consorte. No, cari lettori, non mi va giù… e più ci penso più mi faccio il sangue amaro. E, come potrete immaginare, non è certamente il primo caso, come la storia di Salvatore Cuffaro ci insegna o quella dell’ex numero 2 del Pirellone Mario Mantovani. Un truculento serial killer, invece, ha trascorso in famiglia le festività. Purtroppo, nel nostro marcio paese, queste notizie fanno scalpore al momento, poi si torna a parlare di cazzate varie e ci ubriachiamo di MasterChef, C’è posta per te e via dicendo. Finchè non incappiamo nella vischiosa rete della legge nostrana. E allora sì che vorremmo fosse fatta vera giustizia! Non è troppo egoistico? No, è solo cosa nostra

 

 

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