La volgarità, fenomeno transculturale e transnazionale

La volgarità si veste di seta. Avvolta in sateen, morbido, lucente, la volgarità si è insinuata in televisione, nel cinema, nella pubblicità, nel linguaggio, in politica… ” Vi è una incredulità volgare nei fatti storici, così come in quelli religiosi, che è più facile mettere in dubbio che esaminare“. Walter Scott

Il fatto basilare è che la volgarità, seppur vestita di seta, volgare rimane. È un fenomeno molto esteso soprattutto per le manifestazioni culturali che accadono sotto il suo influsso, come per la sua rilevanza geografica. Sicuramente, è da mettere in connessione col clima intellettuale degli anni cinquanta e sessanta: la rivolta del 68, la controcultura e, nell’educazione, la rivoluzione antiautoritaria; il rifiuto delle virtù secondarie: puntualità, disciplina, pulizia, ordine, applicazione… Insomma, con certe virtù potrebbe essere gestito tranquillamente un campo di concentramento. In quei periodi, si respinse la memoria come modello docente, e ciò che importava era la spontaneità, ogni rifiuto verso l’autorità, e la comprensione primeggiava su ogni cosa. In questo clima, le tipologie comportamentali si basarono sugli esempi della borghesia, del sentimento reazionario e alienante. Ed in onore della spontaneità bisognava rompere con tutto quello che era stato, come fattore culturale profondo che esiste ben vivo oggi. Quindi, la volgarità è l’acquaforte della mediocrità. Nell’ostentazione del mediocre risiede la psicologia della cosa volgare; basta insistere nei tratti soavi dell’acquarello per avere l’acquaforte.

Potremmo definirla una reminiscenza di antichi atavismi. Gli uomini si volgarizzano quando riappare nel loro carattere quella che fu la mediocrità nelle generazioni ancestrali: i volgari sono i mediocri di razze primitive: sarebbero stati perfettamente adattati in società selvagge, ma senza possedere l’ingentilimento che li confonderebbe con i loro contemporanei. Se conserva una docile acclimatazione nel suo habitat il mediocre può essere routinario, onesto e mite, senza essere decisamente volgare. Esiste una moltitudine di esseri che si sforzano di non essere volgari. Ma sembra che non capiscano quanto sia difficile non esserlo. Poiché, in generale, tutti siamo volgari. Vivere, è già una felice volgarità. Esistono persone intellettualmente molto valide e complesse, per niente volgari, compromesse con la società, torturate dalle responsabilità e che desidererebbero ritirarsi e portare avanti una vita volgare. Così, dunque, dobbiamo ammettere che la volgarità ha un gran valore e ha un alone di vitalità e di pace quotidiana che ce la rende più desiderabile.

Ma, come nasce la volgarità? Soggettivismo e volgarità sono il prodotto della lotta per la liberazione dell’uomo occidentale negli ultimi tre secoli. E’ stata una lotta contro il dispotismo ideologico, l’oppressione e la coercizione che gravitavano sopra l’individuo. La critica nichilista, dalla fine del XIX secolo, ha delegittimato i costumi, le credenze collettive, (in particolare la religione, il patriottismo e l’ideologie) battendo il sacrosanto principio dell’ autorità (il genitore, professionista, insegnante, leader politico, ecc), che funzionava come asse attorno al quale ruotava la società. La realtà in cui viviamo sta cambiando giorno dopo giorno. Per capire come si esprimono e si comportano gli “altri” ci rendiamo conto che dietro a quello che pensavamo “volgare” c’è anche un modo diverso di vedere il mondo. Dopo una dittatura in grado di sbatterti in prigione per aver detto qualcosa di “piccante”, dopo che un’ impresa ti impedisce di praticare una professione o un mestiere perché sei di una religione diversa, dopo che le parole come pene o vagina continuano ad essere per alcuni un tabù, mi domando se la volgarità è tale e se quello che alcuni chiamano “volgare” è qualcosa che impedisce di risolvere i problemi di comunicazione e convivenza che abbiamo, tutti noi, come società.

Chi può giudicare la volgarità? Chi può decidere se essa può danneggiarci formalmente? Il gioco del potere è anche quello di mantenere il processo consolidato, affinché il mediocre volgare non si renda conto della realtà costruttiva all’interno della collettività. Quel qualcosa che noi chiamiamo “volgare” può essere solo un ostacolo cognitivo per imporre uno “status quo” e prevenire la mobilità sociale e/o culturale. Un nuovo vocabolo non è sempre “volgare” per tutti, e ciò che è “volgare” per alcuni può essere “appropriato” per altri, dobbiamo decidere, poiché la volgarità è tanto variabile da rendere un individuo capace di adattare la sua cultura in favore della comprensione e la comunicazione umana.

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Autore: massimomelani-italiasenzagiustizia

Con i miei articoli capirete perchè non avere mai a che fare con le toghe italiche è vivere sereni. Parlerò anche di moda, attualità e politica...

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