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La pubblicità americana che ha creato la società dello stupro e delle molestie sessuali. E oggi…tutto come prima!

Al giorno d’oggi quesa tipologia di pubblicità verrebbe sicuramente censurata per il contenuto estremamente sessista e razzista. La propaganda americana ha dato il là alla società dello stupro e delle molestie sessuali senza nessun ostacolo da parte delle autorità sol perchè l’oggetto/soggetto era una donna. Beh, certo, le violenze perpetrate verso il sesso femminile esistono dai tempi dei tempi, ma arrivare a pubblicizzarle appare abbastanza disgustoso.

“Soffiale il fumo in faccia e lei ti seguirà ovunque” recitava vigliaccamente uno spot del 1969.

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Ancora più cinico lo slogan della Kellog’s del 1930 : “Più duramente lavorerà una moglie e più sembrerà carina”. Da vomito!

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Le marche più famose di allora, dai pantaloni Mr Leggs ai saponi N.K.Fairbank, con un piccolo bimbo bianco che incuriosito chiede ad uno di colore perchè sua madre  non l’avesse lavato con il sapone pubblicizzato, fanno capire che la Guerra di Secessione è servita ben poco agli americani.  

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Immagini ignobili e sconcertanti che gli statunitensi accettavano senza batter ciglio e che parevano sponsorizzare un’ideologia e non un prodotto da consumare. Una sorta di fascismo all’americana che se ne fregava altamente dei diritti umani; veri e propri stimoli -espliciti e diretti- verso l’acclamazione della violenza nei confronti dei soggetti più deboli. Guardate con attenzione questa locandina che evidenzia un uomo che si domanda se sia ancora illegale uccidere una donna!

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Oppure questo spot che sosteneva il machismo più arrogante e perverso, raffigurante una donna schiava del marito.

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Pubblicità più recenti sembrano continuare, non tanto velatamente, la pessima sinfonia degli anni che furono con immagini che raffigurano giovani donne sculacciate dal marito, calpestate e con la testa sotto i piedi di predatori casalinghi, assolutamente assoggettate al capo e ritenute addirittura incapaci di aprire una bottiglia di passato di pomodoro.

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“È bello avere una ragazza intorno”.

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“Il capo sa fare tutto, ma non cucinare; per quello ci sono le mogli!

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“Pensi una donna possa aprirlo?”

Non che nel 2017 le cose siano migliorate; no, non volevo scrivere questo. Anzi, pubblicità con modelle brutalizzate, come quella censurata di Dolce & Gabbana, quelle con fastidiosi doppi sensi tipo “Fidati…Te la do gratis- La montatura !” e via dicendo, sottolineano ancora di più quanto l’ Homo Erectus sia attualmente presente nella nostra iper-tecnologizzata società, sempre alla ricerca, stavolta, di prede umane preferibilmente di sesso femminile, stimolato giornalmente da certa propaganda “svestita” che diventa un pericoloso pungolo ad agire nel peggiore dei modi.

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La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

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Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

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Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

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Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

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Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

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1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

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“Kalaka Skull”, l’uomo teschio che ha deciso di mutilarsi il volto in onore della madre morta

Il ragazzo, Eric Yeiner Incapié, colombiano, è un tatuatore di 22 anni, che ha deciso di mutilarsi le orecchie e il naso e di tatuarsi gli occhi, trasformando la sua lingua in biforcuta.

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Questi i cambiamenti che ha voluto apportare al suo corpo, così da sembrare un vero e proprio teschio. Nel web è conosciuto come “Kalaka Skull”, l’uomo del cranio.

Ora, sembra abbastanza simile a Zombie Boy, il modello che pare un “morto vivente” e deceduto poche settimane fa.

Come spiega il ragazzo, il motivo di tale mutazione è dovuta ad un episodio molto doloroso: dopo la morte di sua madre, il ragazzo ha iniziato ad intervenire sul suo corpo per assomigliare al cadavere della sua progenitrice.

“Sono una persona normale ma ho un aspetto diverso dagli altri. Un modo di pensare, di vestire, uno stile musicale diverso. Mi sento bene così “, dice in un’intervista.

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Il ritorno al lavoro dopo le vacanze estive. Ecco alcuni consigli per non deprimersi troppo

Bye Bye spiaggia, sole, mare, tuffi e divertenti serate a base di rum all’ananas.

Ormai non rimane che piazzarsi davanti alla tediosa scrivania, unica meta da (ri) esplorare di nuovo. E’ innegabile, tornare in ufficio, dopo un bel po’ di ferie è dura, molto dura.

Nostalgia e stress prevalgono su tutto. Ma ogni cosa va affrontata nel modo migliore, sopportando i ricordi dei pomeriggi sotto il sole dorato e le spensierate risate in compagnia.

Come affrontare, dunque, il primo giorno di lavoro?
Un passo alla volta, accettando il suono della sveglia, la fugace colazione, il traffico snervante e l’apertura della porta dell’ufficio. Piccoli step, pertanto, lontani dal ritmo frenetico della lettura delle email, delle telefonate, dei saluti forzati che trasformerebbero tutto in una situazione insostenibile.

Uno studio americano, infatti, afferma che “Il ritorno alla solita routine può creare problemi al fisico nella sua interezza e creare un malessere profondo”.

Quindi, precedenza ai piccoli obbiettivi, come leggere i messaggi sul PC, organizzare gli appuntamenti, mangiare sano. Buon rientro!!!

Cristiano Ronaldo e la Juventus sono fatti l’uno per l’altra: piuttosto appiccicosi, orgogliosi e notevolmente odiati

” Venire alla Juventus è stata una decisione facile”, ha detto Cristiano Ronaldo tempo fa nella sua presentazione nella sede di Torino . “Mi piacciono le sfide e vorrei fare la storia anche nella Juve. Sono sicuro che le cose andranno bene. Sono quasi certo iamo che sarà così, perché il portoghese e la Vecchia Signora sono fatti l’uno per l’altro. E lo dimostro in questi pochi punti.

Addii astiosi
Cristiano Ronaldo ha detto addio al Real Madrid senza una sola lacrima, o almeno una foto in cui su Instagram, o sui social network mostra un po’ di delusione. Praticamente come la Juventus ebbe a salutare ha salutato il suo vecchio stadio con disprezzo. E in più, battezzando la sua nuova casa con un nome impersonale: lo Juventus Stadium. Un nome assolutamente grigio, che ricorda le prime versioni di Pro Evolution Soccer in cui Konami non aveva i diritti di immagine delle squadre, quelli in cui Cafu era “Facu”, Frank de Boer era Frank de Mole o Rivaldo era Ravoldi . Non escludiamo di un Cristiano Ronaldo che corre sul prato con una maglietta con la scritta  Crustianu Radolno.

Odiato allo stesso modo
Se Florentino Perez è ossessionato dall’universalità del Real Madrid, e ha detto che ci sono Scuole Calcio del Real Madrid anche nelle Isole Galapagos, la Juve vanta due caratteristiche che la rendono unica: la sua italianità e il suo anti campanilismo. Entrambi i concetti fanno riferimento a quella Juve come squadra di italiani e non-luppolo. Ma dimmi cosa pensi e ti dico cosa ti manca: la Juventus è di gran lunga la squadra più odiata del calcio europeo. Se il Real Madrid è invidiata perché è la compagine più famosa e vittoriosa al mondo, e perchè molti affermano essere molto esperta nel barare ed essere assecondata dal governo, la Juve è diffamata perchè è una potenza economica senza limiti che le permette di strappare i migliori giocatori alle altre squadre.
In aggiunta, c’è il rapporto tra la famiglia Agnelli e il club, che risale a prima della prima guerra mondiale. La più famosa e potente industria del Nord Italia ha nutrito i bianconeri con le sue finanze sino a oggie, cosa questa veduta da molti italiani come un doping monetario, che ha condizionato da anni il campionato.
Dell’odio che Cristiano Ronaldo suscita, non parliamo nemmeno. L’attaccante è stato apostrofato brutalmente in tutti i campi che ha calcato, e pur avendo eseguito prestazioni antologiche in molti di essi, è stato solo applaudito in tre stadi. Il Bernabeu, Old Trafford e curisamente allo Juventus Stadiom, dove ha segnato il suo storico goal su rovesciata.

Ambizione senza limiti
Lo slogan non ufficiale di Juventus è “Vincere non e’ importante e’ l’unica cosa che conta”, un mezzo gioco di parole che viene verniciato di crack Portoghese, il giocatore che vuole sempre di più. La Juve dice di aver vinto 34 campionati di Serie A (gli ultimi sette consecutivi) e 13 Coppe Italia, trofei che prevede di aumentare con Crisitiano Ronaldo.

Qualche gaffe
La Juventus è in ritardo nelle coppe europee per club, perdendo addirittura ben 7 finali, guadagnate negli ultimi 22 anni. Cristiano Ronaldo ha vinto 5 coppe europee e ha vinto 12 delle 15 finali giocate con il Real Madrid. Ma senza la camicia bianca non è stato poi così vittorioso individualmente. Con il Portogallo ha perso la finale dell’Eurocup nel 2004 e ha potuto giocare solo pochi minuti nel 2016. Inoltre, ha perso una finale di Champions League con il Manchester United in cui non ha mai tirato in porta.

Orgoglio
“Tutto questo accade perché sono Cristiano Ronaldo “, ha rilasciato in un interrogatorio il portoghese al giudice che stava prendendo in carico il suo caso di frode fiscale, per il quale è stato infine condannato a due anni di prigione e a una multa di 18,8 milioni di euro. Questo aneddoto è solo uno dei mille esempi dell’arroganza di Cristiano Ronaldo, che si sentirà a casa a Torino. La sua nuova squadra è così somigliante a lui, che per anni ha rifiutato di indossare la sua maglia con due stelle che le hanno accreditato come vincitrice di 20 o più campionati,  perché i supponenti Agnelli hanno ritenuto che ne meritava 3, “perché ne avevano vinte più di 30 sull campo”. Quei campionati persi corrispondono agli anni bui di Luciano Moggi, direttore generale della squadra, che fu condannato per aver influenzato la designazione di arbitri “favorevoli”. Il caso si è concluso con la scomparsa dalla Juventus dei suoi ultimi due scudetti (2004-2005 e 2005-2006) ed è stata condannata a scendere in serie B e iniziare con 30 punti di svantaggio. Ma non ha mai voluto assumersi la colpano istante le varie sentenze del tribunale.

Un punto negativo
La Juventus ha qualcosa che dà un po’ di brividi e che non ha nessuna altra squadra di calcio nel mondo. Sono i cartelloni con la faccia dei loro giocatori, che spuntano ogni volta che uno di loro segna un goal. Una situazione surreale e un campione di uniformità degno di un campo sovietico. Dobbiamo riconoscere che le foto sono stampate in alta qualità, con una definizione incredibile … ma a loro manca il calore che si vede in altri stadi. Nonostante il Crisitano sia atterrato a Torino indossando un elegante due pezzi di Trussardi, il portoghese è un po’ pacchiano.

Artificiosità
La Juventus è una squadra artificiale. Non è nemmeno la prima squadra di Torino – quell’onore è detenuto dal grande Torino. Ma la sua mancanza di naturalezza non è dovuta al fatto che ha cambiato colore (inizialmente era rosa e nero) o perché ha copiato la sua maglia dal Nottingham Forest (a causa di uno dei suoi primi giocatori, un inglese di nome John Savage stanco del rosa).
È a causa della sua strana politica di stadio. Il suo precedente campo, il Delle Alpi , aveva una gigantesca pista di atletica, che lo rendeva più che uno stadio di calcio un terreno polifunzionale. Sembrava che il sabato la Juve vi avesse già giocato, la domenica toccasse al Torino, e il lunedì ci fosse una gara sui 1.500 metri in onore dei pompieri in pensione del Piemonte. Ed era vero: le due grandi squadre della città condividevano lo stesso campo, che serviva anche a celebrare gli eventi locali del re degli sport olimpici. Infatti, più eventi di atletica internazionale si sono tenuti in pista, perché i progettisti hanno dimenticato di includere un posto per riscaldarsi. In altre nazioni, gli stadi durano almeno mezzo secolo. E poi vengono  abbattuti.
Il Delle Alpi non aveva nemmeno trent’anni. E’ stato costruito nel 1990, in occasione del Mondiale tenutasi in Italia, e demolito nel 2006. E’ sempre stato conosciuto per essere uno stadio freddo, con scarsa visibilità e mai pieno. Il suo punto più basso è stato una partita di coppa contro la Sampdoria, dove solo 230 persone hanno preso il loro posto sugli spalti (69.000 era noi posti a sedere). È interessante notare che il suo miglior box office nei suoi 26 – anni di storia è avvenuto in Champions nel 2003, quando il Real Madrid dei Galacticos ha firmato la sua condanna a morte in quella semifinale in cui Figo ha sbagliato un rigore che doveva essere battuto da Ronaldo Nazario e che Hierro è stato ridicolizzato da quella corsa galoppante di Nedved.

Cristiano Ronaldo è artificiale? Assolutamente no. Ma il suo stile di vita asettico, i suoi distaccati saluti ai tifosi, e il suo sorriso sforzato non è che trasmettano molta naturalezza. Confermo, Cristiano e Juventus, un matrimonio perfetto .

Kylian Mbappe è già più forte di Cristiano Ronaldo; vi spiego perché

Il mondo del calcio non ha più due poli. L’egemonia Messi – Cristiano Ronaldo è finita. I mondiali di Russia hanno World dimostrato che la palla ha abbracciato il politeismo, e gli dei si sono moltiplicati: in aggiunta alle due “primedonne” che hanno dominato i premi individuali nell’ultimo decennio, ora ci sono nuovi titani come Griezmann, Salah e soprattutto Kylian Mbappe .
Da Pelé – né più né meno – nessun debuttante aveva debuttato con un tale potere in una Coppa del Mondo. Se il brasiliano brillava in Svezia 1958, a 17 anni (ma ancora secondario nella gloriosa squadra del guidata da Garrincha e Vava), i francesi hanno espresso in Russia, a 19 anni, una star galattica della squadra che ha vinto il titolo .
In Russia Mbappé ha fatto capire che solo il più grande di questo sport è capace di curare terrore e funk nelle difese. Basta ricordarsi l’espressione da parte croata quando il parigino aveva la palla ai piedi: puro panico.

Mbappé sente l’odore del Golden Ball. Forse non lo vincerà quest’anno ( Modric è il cervello del club che ha vinto 4 Champions negli ultimi cinque anni, e ha anche portato la Croazia al più alto livello di sempre), ma probabilmente vincerà nei prossimi due o tre anni. Perché? Perché è meglio di Cristiano Ronaldo, l’attuale proprietario del più importante premio individuale nel mondo del calcio. Non è un apprezzamento personale. Mbappé è migliore dell’attaccante portoghese per tre aspetti chiave di questo sport. Eccoli:

1) Mbappé è più veloce di Cristiano Ronaldo
Il record di velocità del giovane attaccante francese è stratosferico. Nel dicembre 2017, in una partita del PSG contro il Lille, Mbappé ha raggiunto una velocità massima di 44,7 chilometri all’ora. La velocità media dei suoi sprint in quella partita è stata di 36 chilometri all’ora.
Cristiano Ronaldo è ancora veloce, ma non veloce come il francese. Nella Liga ha una media di una velocità massima vicino a 31 chilometri all’ora per partita. Nella Coppa del Mondo in Russia, ha ottenuto uno sprint che ha raggiunto i 33,98 chilometri l’ora nella sua miglior partita, contro la Spagna, in cui ha segnato 3 gol ad uno stordito David De Gea.
Per quanto riguarda la velocità, Mbappé non dovrebbe essere paragonato ad altri giocatori, ma con velocisti puri come Usain Bolt. Non è una mia esagerazione. Il giamaicano ha battuto il record mondiale dei 100 metri nel 2009 con una media di 37,5 chilometri all’ora.

2) Mbappé dribbla più di Cristiano Ronaldo
I fan del Real Madrid non ricordano l’ultima volta che Cristiano Ronaldo ha seminato per strada una caterva di avversari. Negli ultimi anni il portoghese preferisce essere il migliore sul campo, segnare, correre e concludere in porta. Prima, sì, prendeva la palla sulla tre quarti e andava alla linea di fondo per lanciare la palla al centro dell’area.
Nella Liga, Ronaldo riesce, riusciva, a dribblare una media di 1,1 volte a partita, rispetto ai 2,9 dribbling mediati da Mbappé la scorsa stagione. Ma a questo proposito, il re è Messi : l’argentino ha raggiunto una media di 5,14 a partita. Altro pianeta.

3 Mbappé è associato meglio di Ronaldo
L’ex Monaco ha ottenuto una media dell’83% di passaggi riusciti nel campionato francese, oltre a generare due chiare opportunità per partita, oltre a perfezionare 8 assist nelle 24 partite giocate quest’anno. Tuttavia, Ronaldo ha l’81% dei passaggi riusciti e ha dato 5 assist nelle 27 partite di campionato che ha giocato.
Inoltre, va notato che Mbappé non è la stella assoluta del suo club. Quell’onore è detenuto da Neymar. Inoltre, la sua squadra ha già un capocannoniere della statura di Cavani, il che significa che il francese non può segnare con tale assiduità. Cristiano Ronaldo è divenuto immenso al Real Madrid. Il club bianco ha giocato per lui e solo per lui, ed è per questo che non aveva quasi bisogno di unirsi ai suoi compagni di squadra : un chiaro esempio della sua ibrahimovication.
Ma c’è qualcosa in cui Cristano è ancora il migliore
CR7 ha segnato 44 gol in 44 partite la scorsa stagione. In totale, il numero di gol realizzati con il Real Madrid è di 451 in 9 stagioni. Una barbarie con cui Mbappé, al momento, può solo sognare: il francese ha solo convertito 24 gol durante l’anno. Qui, sì, ha ancora molto Coca Cola da ingurgitare.

L’unico modo per chiedere una promozione al tuo capo senza che ti dica di no

Chiedere una promozione può essere (o meglio, è) molto complicato. Non solo perchè non si deve andare a parlare al capo ed esporre tutti e ciascuno dei motivi per cui si pensa che si meriti il passaggio al livello superiore, ma anche perchè si dovrebbe fare in modo di guardare senza arroganza colui che si presenta di fronte a te e, allo stesso tempo, non essere così umili da far pensare di non essere pronti per una posizione di maggiore responsabilità.
È fondamentalmente un gioco di prestigio a cui dobbiamo aggiungere i nervi, e la possibilità che venga negata la richiesta (e quindi, ancora più nervi).

Ma guarda sempre al lato positivo, proprio ora in estate, con una media elevata di persone in vacanza e l’altra a “godere” dell’aria condizionata dell’ufficio, situazione che può essere il momento ideale per affrontare le tue paure. La gente è più rilassata, v’è meno movimento e forse il caldo di questi giorni farà al capo (se settimanalmente torna dal mare) accettare più facilmente la proposta.
Eppure, se si vuole arrivare al punto che il tuo superiore non sia in grado di dire di no, e non vuoi lasciare il futuro nelle le mani del tempo, è possibile seguire alcuni suggerimenti come quelli a seguire.

Devi essere chiaro su esattamente quello che vuoi
Questa è la prima regola. Perché vuoi una promozione? E’ di aumento di stipendio che vuoi trattare ? A seconda della risposta, è possibile creare il discorso più coerente ed efficace e il tuo capo potrà capire molto meglio perché lo meriti.
Puoi anche spiegare quali sono i tuoi obiettivi professionali, dove pensi di essere in questo momento e dove vuoi andare. Potresti addurre che il passo migliore sia salire di livello, o che ci sia un’altra posizione più indicata per avanzare nella tua carriera e tu non lo sai. Forse i tuoi superiori ti possono aiutare e consigliarti su questa strada .

Trova il momento giusto
Puoi essere il più laborioso, intelligente ed efficiente impiegato dell’impresa e quello che più di tutti si merita l’ascesa e qualcosa di più, ma è fondamentale come porre la tua domanda è cioè solo ed esclusivamente al momento opportuno.
Se i risultati della settimana non sono stati i migliori, o c’è stato un grande cambiamento nell’azienda, per esempio, è meglio tenere la bocca chiusa. Sembra ovvio, ma a volte siamo così concentrati su ciò che dobbiamo dire che rischiamo poi di fallire, dimenticando un fattore semplice come il tempo. Ora, se il progetto a cui stavi lavorando è stato un successo, non esitare, bussa alla porta ed esponi il caso, come se la vita dipendesse da questo.

Ciò che conta è l’azienda, non tu!
Sembra un po’ drastico ma è vero. Ricorda la famosa frase del presidente Kennedy “non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, ma cosa puoi fare tu per il tuo paese“. Bene, è esattamente lo stesso.
Se il tuo capo vede che nell’aumento dell’azienda ci sei anche tu, è molto più probabile che accetti la proposta. Inoltre, in questo modo otterrai valore senza apparire egocentrico o arrogante. Sono tutti vantaggi.

Richiedi referenze
Se pensavi che le lettere di raccomandazione fossero scomparse dalla tua vita il giorno in cui hai ottenuto un lavoro, non potresti sbagliarti di più.
Non è che ne hai bisogno per iscritto, ma parlare con alcuni colleghi o altri superiori più vicini che possono intercedere e mettere una buona parola è sempre il benvenuto. Alla fine della giornata, se anche il resto del tuo dipartimento crede che tu sei l’unico a salire di livello, sarà perché lo è davvero e il capo capirà.

Sii paziente
Una volta che hai parlato con i tuoi superiori, non c’è più nulla da sperare. Queste decisioni non vengono prese da un giorno all’altro (di solito). A volte possono essere necessari anche mesi, ma se ritardano la comunicazione se hai ottenuto o meno la posizione, ciò non significa che non la stanno prendendo in considerazione o che non accadrà.
Sii paziente, continua a lavorare altrettanto duramente, o anche di più mentre aspetti. Non puoi all’ultimo momento cambiare idea a causa di un malinteso.

Il segreto per durare più a lungo a letto e diventare un “mediofondista”

Il ritmo frenetico della vita che le persone hanno oggi crea molti effetti negativi sulla salute; dal non riposare di notte, anche se passiamo 10 ore a letto, fino alla comparsa di problemi di pelle.
E poi gli altri sintomi possono manifestarsi sull’ attività sessuale, che è ancora un tabù per molti uomini che non si sentono a loro agio a parlarne, aggiungendo così ancora più stress alla giornata.
L’eiaculazione precoce è più comune di quanto molti credano. E anche se l’ansia, lo stress o altri aspetti psicologici non sono l’unica causa, di solito sono tra i più comuni.

Una delle proposte è andare da un consulente psicosessuale. Per alcuni, questa soluzione potrebbe essere l’ultima della loro lista, ma non è meno importante. Parlare può salvarti dal passare attraverso un catalogo quasi infinito di esercizi, posizioni o farmaci inutili.
Esercizi comportamentali
Perché ci sono molti modi per risolvere questo problema. Ad esempio, la tecnica comportamentale, che si concentra sulla recitazione prima e durante l’attività sessuale. Tra le raccomandazioni vi è quella di masturbarsi una o due ore prima di andare a letto con la compagna, passare al cambio di posizione, modificare il ritmo o addirittura interromperlo completamente fermandosi e ritornando al preliminare. Farmaci C’è anche la possibilità di ricorrere a terapie mediche. L’applicazione di creme anestetiche per ridurre la sensibilità o usare i preservativi che contengono questo tipo di prodotto è un’altra opzione. Ci sono anche pillole come la diapoxetina , che sono usate per trattare l’eiaculazione precoce. Anche se ovviamente per ricorrere a ciò è meglio andare prima da uno specialista e ascoltare quale trattamento è consigliabile.

Esercizi fisiologici
E se non vuoi prendere rischi con creme o pillole, puoi anche applicare la tecnica fisiologica. Uno degli esercizi più semplici e più tipici è il Kegel, per rafforzare il pavimento pelvico. Lavorare i muscoli nell’area e controllarli aiuta a ritardare l’orgasmo. L’esercizio si basa sul contrarre e rilassare i muscoli del pavimento pelvico per alcuni secondi, e può essere fatto da seduto o anche camminando.
Un’altra opzione è quella di effettuare un respiro profondo e poi lasciare andare, così da rilassarsi e ritardare l’orgasmo. E se si vede che questo non funziona, occorre premere il glande e aspettare che la voglia di raggiungere l’orgasmo passi.
Tuttavia, la cosa più importante è il dialogo di coppia, per sapere se si ha la sensazione che ci sia qualcosa di irrimediabile nel rapporto o se si sta pensando a dei cambiamenti relazionali. Se è così, è consigliabile utilizzare queste tecniche per trovare un possibile rimedio, ma sarà molto difficile arrivati a questo punto.

Muore nella sua cella noto serial killer tedesco mentre stava praticando su se stesso un bizzarro gioco sessuale con l’elettricità

La vittima era un noto serial killer tedesco, il quale è stato trovato con un cavo della lampada collegato ai capezzoli e intorno ai genitali e connesso all’alimentazione. Egidio Shiffer, questo il suo nome, morirà folgorato, mentre stava attuando il suo perverso piacere sessuale con i cavi dell’elettricità.

Questo assassino, popolarmente conosciuto in Germania come ‘Lo strangolatore di Aachen’, è stato trovato morto domenica nella sua cella. Schiffer, che era tenuto prigioniero nel carcere di Bochum, nello stato federale del Nord Reno-Westfalia (Germania), è stato rinvenuto con un cavo della lampada collegata ai capezzoli e intorno ai genitali.

Il defunto aveva collegato il cavo alla rete ed è così che lo hanno trovato i funzionari, quando Domenica mattina hanno aperto la porta della sua cella. La polizia tedesca ha stabilito che l’uomo è deceduto durante il tentativo di uno strano atto sessuale.

Schiffer aveva ucciso tra il 1983 e il 1990 cinque donne. Nel 2008 è stato condannato all’ergastolo. Lui ha trasformato il tutto in una specie di sedia elettrica.