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La pubblicità americana che ha creato la società dello stupro e delle molestie sessuali. E oggi…tutto come prima!

Al giorno d’oggi quesa tipologia di pubblicità verrebbe sicuramente censurata per il contenuto estremamente sessista e razzista. La propaganda americana ha dato il là alla società dello stupro e delle molestie sessuali senza nessun ostacolo da parte delle autorità sol perchè l’oggetto/soggetto era una donna. Beh, certo, le violenze perpetrate verso il sesso femminile esistono dai tempi dei tempi, ma arrivare a pubblicizzarle appare abbastanza disgustoso.

“Soffiale il fumo in faccia e lei ti seguirà ovunque” recitava vigliaccamente uno spot del 1969.

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Ancora più cinico lo slogan della Kellog’s del 1930 : “Più duramente lavorerà una moglie e più sembrerà carina”. Da vomito!

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Le marche più famose di allora, dai pantaloni Mr Leggs ai saponi N.K.Fairbank, con un piccolo bimbo bianco che incuriosito chiede ad uno di colore perchè sua madre  non l’avesse lavato con il sapone pubblicizzato, fanno capire che la Guerra di Secessione è servita ben poco agli americani.  

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Immagini ignobili e sconcertanti che gli statunitensi accettavano senza batter ciglio e che parevano sponsorizzare un’ideologia e non un prodotto da consumare. Una sorta di fascismo all’americana che se ne fregava altamente dei diritti umani; veri e propri stimoli -espliciti e diretti- verso l’acclamazione della violenza nei confronti dei soggetti più deboli. Guardate con attenzione questa locandina che evidenzia un uomo che si domanda se sia ancora illegale uccidere una donna!

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Oppure questo spot che sosteneva il machismo più arrogante e perverso, raffigurante una donna schiava del marito.

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Pubblicità più recenti sembrano continuare, non tanto velatamente, la pessima sinfonia degli anni che furono con immagini che raffigurano giovani donne sculacciate dal marito, calpestate e con la testa sotto i piedi di predatori casalinghi, assolutamente assoggettate al capo e ritenute addirittura incapaci di aprire una bottiglia di passato di pomodoro.

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“È bello avere una ragazza intorno”.

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“Il capo sa fare tutto, ma non cucinare; per quello ci sono le mogli!

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“Pensi una donna possa aprirlo?”

Non che nel 2017 le cose siano migliorate; no, non volevo scrivere questo. Anzi, pubblicità con modelle brutalizzate, come quella censurata di Dolce & Gabbana, quelle con fastidiosi doppi sensi tipo “Fidati…Te la do gratis- La montatura !” e via dicendo, sottolineano ancora di più quanto l’ Homo Erectus sia attualmente presente nella nostra iper-tecnologizzata società, sempre alla ricerca, stavolta, di prede umane preferibilmente di sesso femminile, stimolato giornalmente da certa propaganda “svestita” che diventa un pericoloso pungolo ad agire nel peggiore dei modi.

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La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

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Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

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Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

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Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

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Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

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1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

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Il cellulare ha modificato in maniera massiccia il rapporto tra le persone. Rivoluzionato l’ordine tra spazio e tempo

Il telefonino, prima di tutto nell’ambito giovanile e in particolare in quello adolescenziale, raffigura la modalità più adatta per entrare in contatto con gli altri unitamente ai vari Social Network, al mondo dei blogs, delle chat, dei forum; una sorta di adesione ad una precisa tribù di appartenenza. Se ne deduce che il continuo sviluppo tecnologico che non ha requie e la propaganda giornaliera dei nuovi mezzi di comunicazione ha cambiato in maniera massiccia il tipo di rapporto tra gli esseri umani, evidenziando una rapidità comunicativa che sta rivoluzionando l’ordine naturale tra spazio e tempo.  I giovani, pertanto, tendono ad aumentare gli stimoli ben al di là delle loro conoscenze, delle loro possibilità di recepirli, sviluppandoli a livello individuale…  Insomma, viene a mancare del tutto il cosiddetto vuoto adolescenziale, sostituito da una ripetitiva visione unitaria sintomatica a carattere affettivo-cognitivo. Per loro conta maggiormente il presente, mentre l’attesa non è contemplata e per quanto riguarda il futuro esso appare come la dimensione dominante dell’effimero. All’interno di un cellulare puoi crearti e-mail, chat, forum: tutte cose che obbligano i nostri figli, ma anche gran parte degli adulti, a convivere un periodo di vita senza rimemebranze del passato, senza propositi per il futuro; imperversa solo la non contemplazione, la mancanza di riflessione. L’adolescente può arrivare addirittura a perdere la dimensione della profondità.

Praticamente i giovani di oggi non si rendono conto di essere sommersi in una perdurante modernità liquida che uccide il senso e l’equilibrio delle forme. Con il cellulare siamo riusciti ad abbattere i limiti imposti dalla lontananza fisica. Questo oggetto è divenuto col tempo un vero dispositivo soggettivo dell’intervallo spaziale tra due luoghi e un regolatore della separazione fisica. Con il telefonino puoi fare di tutto: rendere più vicina una relazione tra due individui o esercitare un desiderio di rottura definitiva di un rapporto. Nel 2017 uno strumento tecnologico può tranquillamente essere la forma più predominante dell’interscambio umano. Un piccolo robot che si è trasformato in un arnese che sostituisce la realtà e che appanna la cognizione della distanza.                                                                                                                        D’altronde è innegabile che il cellulare sia diventato, sin dalla prima “sua uscita”, un business planetario. Non si fa in tempo ad acquistare il nuovo smartphone Apple, Samsung, Motorola e via dicendo, che già dopo poco è in produzione un altro modello contenente nuove e più esaltanti migliorie. Come già detto sopra viviamo in una società il cui modo di comunicare è radicalmente cambiato ad opera del telefonino e dei social network. Se ci voltiamo un attimo indietro, ad una trentina di anni fa, il contatto telefonico era possibile solo con dispositivi fissi o cabine telefoniche, in seguito la rivoluzione con la venuta al mondo del cellulare. Il telefonino però, contrariamente a quanto quasi tutti pensano, non è una scoperta contemporanea. La prima chiamata da un dispositivo mobile fu effettuata negli anni ’70 in prossimità della Sesta Strada di New York da due grandi esperti e competitors del settore della telefonia mobile: Joel Engel di “Bell Labs” e Martin Cooper di Motorola. E la telefonata fu fatta proprio da Cooper al suo concorrente dicendogli che lo stava contattando dal nuovo dispositivo mobile. Questo per dirvi come già dai primi vagiti del cellulare la guerra, tra le aziende che producevano telefoni, divenne aspra e senza esclusione di colpi.

È da tempo che anche i bambini hanno il loro cellulare e chi non ne possiede uno è definito una persona d’altri tempi. Ma sì, regaliamo il telefonino anche ai neonati in fasce così che le radiazioni emanate dal dispositivo li rendano subito schiavi di questo attrezzo. Lo ammetto, in certuni casi l’uso dello smartphone può essere utile, ma sono anche del parere che l’abuso che ne viene fatto renda l’individuo succube di tale marchingegno. Preferisco mille volte la comunicazione reale, dal vivo, fatta di gesti e sguardi, di sensazioni e umanità. Un modo di rapportarsi questo che sta diventando sempre meno frequente soprattutto tra le nuove generazioni. La comunicazione virtuale è il futuro! Io preferisco il contatto materiale con il prossimo.

Amen!

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Donald Trump e la folle idea di compiacere Netanyahu. Una strategia che porterà al rischio nucleare

 

Ormai sono mesi che osservo ogni mossa di Trump, ogni sua vaneggiante frase, tutte le sue repellenti prese di posizione, ogni sua invettiva contro il mondo. È un Presidente che non pondera, senza la minima cautela, un pazzo squilibrato, ancor più pericoloso del bamboccio coreano. Ieri, ha fomentato una nuova, più che possibile Terza Guerra Mondiale. Senza riflettere minimamente ha annunciato lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme spiegando che “lui le promesse elettorali le mantiene, non fa come gli altri, che avevano preso lo stesso impegno senza rispettarlo”. Questa scellerata strategia è figlia dei suoi tanti debiti elettorali che è chiamato a pagare, uno dei quali lo deve alla comunità ebraica, a Netanyahu in primis, il quale lo ha puntellato, insieme agli evangelici integralisti, durante la campagna elettorale.

Trump è arrivato addirittura a promettere il suo totale impegno per un durevole accordo di pace. Infatti, esplosa la notizia, è esploso anche il mondo arabo con reazioni durissime e proclami di guerra a tutto il mondo occidentale, ma in particolare a quello americano. Un concentrato di narcisismo senza limite. Il presidente degli Stati Uniti d’America è un rischio mortale per il globo terrestre. Spero con tutto me stesso che i capi di Stato si sveglino e si schierino apertamente contro questo folle personaggio da fumetti di Max Bunker e che il suo mandato sia interrotto entro la fine dell’anno. In pochi lo riportano, ma negli USA  si parla apertamente di arrivare, in un modo o in un altro, all’impeachment. E si tratta anche sull’eventualità di dimissioni forzate. C’è una Nazione esasperata. Esiste un Congresso che si rivolge al Presidente con crescente preoccupazione anzi, oserei dire, con avversione. Non ha offeso con la mossa di ieri solo tutto il mondo non radicale musulmano e gli arabi moderati; ha oltraggiato la stessa America e i cittadini non di origine statunitense. Ha offeso anche tanti repubblicani che non volevano questa sua azione. Ha fatto male all’Europa, inasprendo ancora di più il radicalismo islamico forzandolo a nuovi atti di terrorismo. Insomma, la sua promessa di  pace a breve si tramuterà in rivolta mondiale.

I vari Salvini, Berlusconi, Grillo e lo stesso Renzi affermeranno che comunque è lui ad aver vinto le elezioni. Sì, ma è diventato Presidente grazie ad una minoranza degli elettori, puntando sulle paure ataviche degli americani, sulle frustrazioni, diffamando il mondo dei democratici. In seguito, però, è venuto fuori l’orco Trump, con le sue parole oltraggiose sull’immigrazione, sulla cultura, sulla Siria, sull’ambiente, sui dazi doganali, sui tagli alla ricerca… Un vero psicopatico della non politica internazionale. Il massimo della demenza lo ha toccato con l’idea di costruire un muro al confine con il Messico. Le offese agli immigrati, sono le offese rivolte a tutti gli americani, essendo quest’ultimi immigrati al tempo stesso. Una mitragliatrice di cazzate che ha scosso il mondo e che ci porterà ben presto ad una serie di azioni belliche devastanti. Ieri, alle sue innumerevoli ‘orrorifiche’ proposte ha aggiunto forse quella che creerà una futuribile Terza Guerra Mondiale.

Purtroppo, con certi uomini al potere, il nostro pianeta avrà un futuro ancora più tentennante e il rischio nucleare diverrà una minaccia facilmente concretizzabile. Se Trump, come promesso, spingerà il bottone contro la Corea, anche la Cina e la Russia lo faranno. E sicuramente ad una guerra atomica perdureranno solo qualche classe di entomi. Gli esseri umani scompariranno. Perderanno la vita tutti gli animali. Ecco a cosa può portarci l’avariata pannocchia americana e non mi perito a scrivere che paleso una certa paura verso questo bruto. L’unica mia speranza è affidata alla capacità del popolo americano di ribellarsi, di creare ostacoli al miliardario senza senno, all’uomo incapace di essere consapevole fino in fondo dei suoi tantissimi limiti; inadeguato nel guardare avanti e di zittire le differenze e gli innumerevoli scompensi; mai propenso nel tentativo di abbattere i divari e le ingiustizie… Bisogna rimuoverlo e in fretta, perchè questa volta il futuro è solo nelle mani degli americani.

Non per tutti il periodo natalizio è fonte di felicità e spensieratezza

La felicità per molti, anche per il sottoscritto, è una mera reminiscenza, sebbene  siamo cresciuti quasi tutti con tale felicità per la festa più importante dell’anno che ormai è divenuta solo una rievocazione temporale che, nonostante tutto, riporta la memoria al periodo della scuola e alle sospiratissime vacanze, ai profumi, le illuminazioni, i sorrisi, i regali, gli abbracci e alla possibilità di indugiare oziosamente sul divano davanti alla TV.
Questi ricordi, anche se inconsciamente, cagionano un’improvvisa e indelicata melanconia, perché poi si aggiungono ai sentimenti più profondi della nostra infanzia come i dolci dell’amata nonna, i giochi sotto l’albero, la lettera a Babbo Natale, insomma una marcata propensione verso la tristezza, dove i bei tempi ‘iti’ e magari il rimpianto per certune persone amate che non ci sono più, trasformano il “magico momento” in un viaggio verso la depressione.

Il Natale, pertanto, si tramuta in un rivale che, quasi come una tortura, ci obbliga a ricordare il nostro status attuale. Infatti, la situazione psicologica di ogni essere vivente può essere vissuta più o meno serenamente a seconda del proprio momento affettivo, arrivando alla totale drammaticità se si sta attraversando un periodo di cocente delusione sentimentale. E il tutto si traveste da oscura solitudine, da cui ne deriva il disincanto, la perdita dell’illusione e le festività cominciano a evidenziare tutto ciò che ci manca e forse continuerà a mancare. A questo punto, le melense pubblicità, dove tutti vivono in armonia e letizia dividendosi enormi fette di panettone, possono renderci manifestamente non adeguati e inadatti a quella strabordanti allegria. Così come i pranzi o le cene con parenti o amici, individui non considerati per l’intiero anno e forzatamente amabili per un paio d’ore.
Poi, è inevitabile, si devono tirare le somme. E, allora, si fa il bilancio su ogni cosa accaduta durante i 365 giorni… E su tutta la vita vissuta fino a quell’istante, comprendente gli errori, i rimorsi, l’inappagamento, le doglianze, le prevaricazioni e chi più ne ha più ne metta.

Alcuni ricercatori americani hanno definito tale malessere, che si presenta nel periodo natalizio, “Christmas Blues” (Tristezza di Natale). È, in poche parole, una sorta di depressione che può iniziare e finire quando si spengono le luci della festa, o continuare per mesi e mesi ancora. Di solito scompare quando i ritmi tornano regolari e la quotidianità ha di nuovo il sopravvento. “Bene, bravo, bis!”, penserete. Ma come si può combattere questa melanconia natalizia?
Innanzitutto non creandoci molte aspettative. E’ normale che le persone in certi periodi si creino dei grandi auspici e pensino di far sparire quasi per magia tutti i problemi della vita. Ma, sovente, queste illusioni si scontrano con muri altissimi chiamati delusione. Quindi, il consiglio è di pensare a ciò che non piace e di organizzarci prima che sia troppo tardi. Pianifichiamo con netto anticipo quanto fare durante il periodo di Natale, soprattutto se alcuni di noi sono single o la fidanzata/o ci ha lasciati di punto in bianco. Non dobbiamo stare assiduamente con amici o parenti che vi possano riportare alla mente la nostra situazione sentimentale e psicologica.

Poi, una cosa importantissima: non crediate che, chi ci circonda, sia sempre così sereno e felice e che gli unici ad essere sottotono siamo noi. Bisogna assolutamente non paragonarci agli altri e ricordarsi del proverbio ” Tutto ciò che luccica non è oro”. Personalmente, ho capito da poco che la felicità non la fanno le cose costose e le famiglie visivamente perfette. E ora, una serie di suggerimenti veloci a cui dovremmo fare riferimento:

  1. Trascorrere il Natale con le persone che più ci piacciono e che riteniamo più consone al nostro carattere. Non c’è bisogno di fingere per andare d’accordo con tutti. Basta utilizzare la strategia dei brevi saluti… et voilà, ci sentiremo liberi e leggeri.
  2. Sentiamoci liberi di evitare i cosiddetti esami di coscienza dell’ultimo istante, perchè non faranno che creare inutili sensi di colpa, ansia e scomoda agitazione. Passare a trovare un amico o la ex con i quali ci siamo lasciati male, inviare una mail a un parente con cui avevamo litigato anni prima, solo per ritrovare la pace in un momento di pace, ci farà passare per “banaloni” e insulsi.
  3. Che la nostra attenzione sia solo per le cose belle, senza pensare a ciò che possiede quello o quell’altro, non rimuginando su ciò che ci manca o sugli sbagli del passato. Adoperiamo la melanconia come una necessità per comprendere a fondo quali ferite sono ancora aperte nel nostro cuore e per curarle nel miglior modo possibile. E non sforziamoci di nascondere il vuoto della nostra anima, iniziamo a pensare che è giunto il momento di fare un lavoro su noi stessi per evitare di precipitare nel baratro dell’oscurità. Soprattutto ora che siamo in piena festività.
  4. Ho imparato che la felicità è una preda difficile da catturare, quindi cerchiamo di vivere questo periodo al meglio perchè almeno siamo vivi; usciamo di casa e respiriamo l’aria rarefatta dell’inverno, voltiamoci a guardare il mondo che ci circonda, sentiamoci melodiosi con la nostra insicurezza, delicati con la nostra melanconia, poichè solo noi potremo ovviare ai nostri innumerevoli bisogni….E tutto con pazienza e perchè no, un pizzico d’amore.

L’enigma svelato delle calorie consumate durante il sesso

Sesso e sport sono due temi che ossessionano un po’ tutti. E quando li combini assieme opprimono ancora di più. Risulta particolarmente interessante l’ipotesi di sostituire il rapporto sessuale in luogo dello sport. Le teorie al riguardo sono numerosissime e quasi tutte confuse: alcune affermano che una notte di sesso passionale equivale ad un giro in barca nel laghetto dietro casa tua ed altre situano tale attività al livello di una mezza maratona. Un paio di anni fa, l’Università di Bath, nel Regno Unito, ha pubblicato uno studio che pretendeva di conoscere fino a che punto il sesso permette di bruciare calorie. Perciò misurarono il dispendio energetico, facendo accoppiare vari giovani tra i 19 e i 21 anni, attraverso un sensore di flusso calorico. La durata standard degli scambi di fluidi che analizzarono fu di 24 minuti. In quel preciso periodo le donne consumarono 69 chilocalorie e gli uomini, 101.

Quello che gli inglesi non investigarono furono gli sforzi, le posizioni e l’intensità degli abbracci. Quindi, mancano molti dati per rendere certe determinate conclusioni. Inoltre, come può essere del tutto affidabile una ricerca che ignora la frangia di età compresa tra i 22 ed i 99 anni?  Il Best Seller ‘The Ultimate Sex Diet’, di Kerry McCloskey,  è il riferimento mondiale di chi considera il sesso un’attività sportiva. Questa esperta del vizio utile, patrocinatrice della dieta del cartoccio, situa il consumo medio di chilocalorie tra 150 e 350 per coito, cioè, più o meno quello che bruceremmo salendo e scendendo le scale per mezz’ora o passando l’aspirapolvere in una casa di novanta metri quadrati. Non ho idea se la McCloskey si sia basata su qualche tipo di ricerca o se abbia tirato fuori detti risultati dal suo chignon. Il giornale argentino Clarin in un articolo su questo tema si è addirittura permesso di non citare alcuna fonte e ha osato sfornare dati quasi matematici a seconda delle varie attività sessuali. Così, per il quotidiano, un bacio equivarrebbe a bruciare 4 chilocalorie; l’atto sessuale supporrebbe un ventaglio tra le 50 e le 100 chilocalorie, e le stesse cifre ingloberebbero anche il momento dell’orgasmo.

Ma concentriamoci su ciò che dice la scienza. L’università del Quebec ha riunito in un test 21 coppie eterosessuali tra i 18 e i 35 anni, sane e sportivamente attive, le quali sono state obbligate a portare a termine quattro coiti…anche anali! In totale, 84 relazioni sessuali di cinque minuti approssimati ognuna. Dopo siffatto spiegamento di vigore è stato concluso che gli uomini hanno consumato 101 chilocalorie per incontro e le donne 68. Secondo i dati, i maschi avrebbero bruciato un 45% in più di energia delle femmine. Dopo questa pioggia di numeri e percentuali, devo parlare dello studio che merita più credito, pubblicato tempo fa dal New England Journal of Medicine. Anche se sembra poco, per le ragioni che sostengono e i dati che offrono, credo che l’informazione più attendibile sia quella che un rapporto sessuale di sei minuti sia equivalente a una spesa di 21 kcal. È molto probabile. Perché? Perché al momento è l’unico lavoro scientifico che ha misurato con molta perizia questo enigma. Sia l’ampia varietà di età dei soggetti che sono stati oggetto di studio sia le condizioni che sono state prese in considerazione hanno dato una certa credibilità alle conclusioni.
Pertanto, fare l’amore è molto utile. E nessuno può negarlo, sebbene le calorie bruciate siano praticamente aneddotiche. La tentazione è grande, ma credere che un movimento pelvico possa sostituire il “cardio” della palestra è una forma di auto-inganno…e almeno il sottoscritto non ci casca.

Jack lo Squartatore e Pietro Pacciani: angoscianti analogie di due predatori sessuali vissuti in epoche diverse

Londra, 31 agosto 1888, un carrettiere diretto al lavoro sposta lo sguardo su un involto appoggiato a terra in Bucks Row. Quel fagotto si rivelerà essere una giovane donna. L’uomo si renderà conto poco dopo che quel fardello è il corpo di una ragazza con la gonna sollevata fin sopra i fianchi, una giovane che prima di morire sembrava fosse stata violentata. L’uomo le toccherà il viso e si renderà conto della freddissima pelle, il freddo lasciato dall’oscura mietitrice. All’obitorio, gli investigatori constateranno che la ragazza, una prostituta di nome Mary Ann Nicholls, era stata sventrata ed uccisa lo stesso giorno del suo ritrovamento. Il cadavere presentava la gola tagliata e varie mutilazioni all’addome, con una concentrazione di pugnalate nella zona vaginale. L’8 settembre 1888, un altro corpo senza vita verrà scoperto nel cortile posteriore di un motel al 29 di Hanbury Street, sempre nello stesso quartiere di Londra: il Whitechapel. Anche in questo caso, si tratterà di una giovane donna, Annie Chapman, il cui corpo era posizionato come se avesse subito uno stupro, con le gambe divaricate e le ginocchia sollevate. Lei, come Mary Ann Nicholls, era morta per strangolamento e sgozzamento; poi l’assassino le aveva selvaggiamente mutilato gli organi sessuali ed il torace fin sotto al ventre, estraendo alcuni organi interni dal suo corpo. Le budella e gli intestini erano stati sistemati a drappeggio su una spalla e la vescica, la vagina, l’utero e le ovaie collocate accanto al cadavere.

Le mutilazioni sembravano rivelare una certa conoscenza dell’anatomia umana. Questa nuova tipologia di delitti, così efferati e disumani, provocò un vero e proprio shock nella popolazione del tempo, che cominciò ad aver paura e a non sentirsi più al sicuro nemmeno in casa. Londra cadde nel panico a causa di un assassino folle e sadico che si aggirava liberamente tra i suoi vicoli. Le donne sgozzate ed uccise continuavano ad affiorare dalle viuzze di Londra con cadenza quasi settimanale e dozzine di squilibrati si recavano alla polizia rivendicando la paternità degli omicidi. Alla fine di settembre, poi, l’agenzia di stampa Central News Agency ricevette una lettera nella quale si preannunciavano altri omicidi: “Sono a caccia di puttane e non la smetterò di squartarle finché non mi prenderanno”. Due giorni dopo il recapito della lettera, lo “Squartatore” colpì ancora per ben due volte nella stessa nottata. Probabilmente ciò accadde perché, dopo aver tagliato la gola ad una prostituta svedese di nome Elisabeth Stride, l’assassino fu interrotto dall’arrivo di un carretto trainato da un cavallo e fuggì via nella notte, mentre il conducente, allarmato, lanciava l’allarme a squarcia gola. Infatti, sul cadavere di questa giovane donna non vennero notate mutilazioni, segno che l’assassino venne interrotto nel suo macabro rituale. Il Killer, allora, proseguì per quasi un chilometro verso il centro, adescò una prostituta di nome Catherine Eddowes, la condusse in un angolo di Mitre Square e la uccise.

Un agente di polizia trovò la salma mutilata stesa a terra con il viso squartato: aveva la gola tagliata e profonde mutilazioni al seno e al basso ventre. Gli intestini erano arrotolati intorno al collo della vittima e mancavano anche alcune budella e il rene sinistro che l’assassino portò via, presumibilmente, come “trofeo”. All’alba del giorno successivo, prima ancora che la notizia del ritrovamento potesse diffondersi tra la popolazione, la Central News Agency ricevette una nuova lettera di “Jack lo Squartatore” il quale si scusava e si dispiaceva di essere stato interrotto e di non aver potuto spedire le orecchie della vittima come promesso (C’era stato, in effetti, il tentativo di mozzare un orecchio alla seconda vittima). Un mese e mezzo dopo, il 9 Novembre del 1888, lo Squartatore commise il suo ultimo e più aberrante omicidio accertato. Stavolta adescò una prostituta irlandese di 25 anni di nome Mary Janette Kelly e la uccise nella sua stanza in un edificio di Miller’s Court a Londra. La Kelly fu l’unica vittima a non essere uccisa per strada. Verso le 2 di notte, alcuni vicini sentirono gridare la ragazza, ma non ci fecero caso. L’assassino ebbe, quindi, tempo in abbondanza per mutilarne il corpo. La polizia si trovò davanti una scena terrificante: la stanza era invasa dal sangue della vittima e la donna era sdraiata nel suo letto con la testa quasi staccata dal collo. L’assassino le aveva scuoiato il cranio, asportandole il naso e le orecchie. Parti dell’intestino erano appoggiati sulle cornici di alcuni quadri appesi alle pareti; il cuore era stato riposto accanto al corpo, su un cuscino inzuppato di sangue, e le mammelle erano su un tavolino ai piedi del letto. Un braccio era stato quasi del tutto mozzato ed il viso era completamente devastato. Poi, all’improvviso, gli omicidi cessarono. Il colpevole non fu mai identificato, anche se la Polizia dichiarò in seguito, che il principale sospettato poteva essere un giovane avvocato di scarso successo che si suicidò, gettandosi nel fiume, poche settimane dopo l’ultimo omicidio. La morte dell’assassino è forse l’unica ipotesi in grado di spiegare l’improvvisa fine della mattanza di Jack lo Squartatore, il più sadico, perverso e violento Serial Killer di tutti i tempi. Il caso di Jack lo Squartatore, verificatosi a Londra verso la fine del XIX° secolo, segna, dunque, la nascita in Europa dell’omicidio seriale moderno a sfondo sessuale.

Così come le vicende di Jack lo Squartatore fecero prendere consapevolezza, all’Inghilterra prima e al resto del mondo dopo, dell’esistenza degli assassini seriali, allo stesso modo il caso del “Mostro di Firenze” ha fatto prendere coscienza all’Italia che il fenomeno dei Serial Killer non era una peculiarità esclusivamente anglosassone. Anche nel nostro Paese c’erano stati diversi casi del genere in precedenza, ma nessuno vi aveva prestato attenzione. Quando le gesta del Mostro irrompono in tutte le case degli italiani, molti sono costretti a rendersi conto che, anche vicino a noi, esistono persone aberranti capaci di compiere azioni disumane. Per riassumere brevemente, gli inquirenti fiorentini sono stati convinti che il Mostro fosse un tale di nome Pietro Pacciani, contadino già condannato a diversi anni di carcere per un omicidio commesso nel 1951. Successivamente, gli investigatori inserirono la presunta colpevolezza di Pacciani all’interno dell’attività di un gruppo di assassini e guardoni chiamati i “Compagni di Merende”.  Pietro Pacciani, dopo l’assoluzione in Corte d’Appello dall’accusa di essere l’assassino delle coppiette è morto e, probabilmente, la verità è stata seppellita con lui. Da subito, quast’uomo, ha incarnato la figura del perfetto “Mostro di Firenze”. Nel 1951, il ventiseienne Pacciani scopre l’allora fidanzatina quindicenne, Miranda Bugli, che amoreggia nei boschi di Vicchio con un rappresentante di commercio, un certo Severino Bovini.  Pietro li osserva per un po’, poi, nel momento in cui Miranda si scopre il seno sinistro, diventa preda di un raptus e si avventa sul Bovini uccidendolo con diciannove coltellate. Poi violenta la ragazza accanto al cadavere di Bovini. Arrestato subito dopo dai carabinieri, viene condannato a diciotto anni di reclusione e rimane in carcere fino al 1964, anno della sua scarcerazione.

Pacciani torna a vivere a Vicchio, arrangiandosi con diversi lavoretti da manovale. Nel frattempo sposa una ragazza bruttina e disturbata mentalmente con la quale mette al mondo due figlie. Nel 1987 viene nuovamente arrestato e condannato a quattro anni e tre mesi di reclusione con l’accusa di violenza carnale continuata ai danni delle figlie.  Pacciani si dimostra un uomo violento, un contadino ignorante, una figura spregevole senza alcun senso morale e capace di collere improvvise che sconfinano in atti di aggressività fisica e verbale, quindi,   “naturalmente” sospettabile. Le attenzioni della SAM (SAM = Squadra Anti Mostro , creata ad hoc negli anni ’80 del XX° secolo per trovare una soluzione al caso, a seguito dell’enorme pressione esercitata dall’opinione pubblica nazionale) si appuntano sull’uomo nel 1989, quando viene notato il suo nome in un elenco di fascicoli che prende in considerazione i soggetti che in Toscana, sono stati detenuti nei periodi in cui il Mostro non ha colpito e sono stati, invece, in libertà quando ha agito. L’esame della storia della sua vita non fa che accrescere i sospetti degli inquirenti e fa convergere tutte le indagini su di lui. L’entrata ufficiale di Pietro Pacciani nell’inchiesta sui delitti del Mostro è datata 29 ottobre 1991, quando riceve l’avviso di garanzia per sette di otto duplici omicidi. Il 16 Gennaio 1993 riceve un ordine di custodia cautelare e il 15 Gennaio 1994 viene rinviato a giudizio per tutti gli otto duplici omicidi. La pista investigativa dei “Compagni di Merende” si fonda sulla testimonianza di quattro testimoni chiave i cui nomi furono celati da uno pseudonimo in codice costituito dalle lettere dell’alfabeto greco: Alfa, Beta, Gamma e Delta.

A un esame attento e approfondito si possono notare diverse similitudini fra “Jack lo Squartatore” e il “Mostro di Firenze”. Le citiamo a conclusione di questa mia breve analisi:

Enorme copertura mediatica del caso. Paragonando il livello di sviluppo dei mezzi di informazione dell’Inghilterra Vittoriana a quello dell’Italia degli anni ’80 del XX° secolo, l’attenzione dedicata ai due casi è la stessa e li ha trasformati in due eventi-simbolo capaci di modificare profondamente i comportamenti e le consuetudini di due popoli. Le contingenze non sono mai state risolte ufficialmente, nonostante la quantità industriale di ipotesi formulate sull’identità degli assassini. In entrambe le situazioni si è pensato che l’omicida potesse essere uno solo, una coppia, un gruppo di assassini, oppure i membri di una qualche setta esoterica bisognosa di vittime sacrificali e parti di cadaveri per effettuare macabri rituali di magia nera.

Similitudini.

La vittimologia è diversa, ma l’oggetto principale dell’odio dell’assassino è in entrambi i casi la donna. Jack lo Squartatore uccideva esclusivamente prostitute, mentre il Mostro di Firenze prendeva di mira le coppie, però l’uomo veniva sempre ucciso per primo e velocemente mentre l’assassino concentrava la sua furia sulla vittima di sesso femminile, praticando feroci mutilazioni. In tutte e due le situazioni non c’è mai una violenza sessuale, ma sia Jack lo Squartatore che il Mostro di Firenze effettuavano mutilazioni efferate sui corpi delle vittime femminili, in particolare l’escissione del pube, operando con tagli netti e precisi descritti dai medici legali e dai periti di entrambi i casi come azioni compiute da mani esperte. L’ipotesi degli omicidi rituali commessi per ordine di una setta satanica è considerata una delle spiegazioni più plausibili delle due serie di delitti. All’epoca, infatti, gli investigatori inglesi ipotizzarono che Jack lo Squartatore potesse far parte di una setta satanica, per conto della quale effettuava dei violenti rituali di morte che avevano bisogno di sacrifici umani. In parallelo, uno degli ultimi filoni dell’investigazione fiorentina sostiene che il Mostro possa aver agito agli ordini di una pericolosissima setta che commissionava gli omicidi. I sostenitori più convinti di questa teoria sono Michele Giuttari ( Poliziotto e scrittore) e Carlo Lucarelli (Scrittore e giornalista di cronaca nera), i quali ritengono che le mutilazioni del pube e del seno sinistro servissero appunto a procurare feticci sessuali da usare all’interno di rituali satanici o di magia nera. Addirittura, sono convinti che possa esserci un legame ancora più diretto fra i due casi, ipotizzando che la setta possa essere la stessa in attività da secoli e che tramanda i propri rituali omicidiari nelle varie ramificazioni nazionali.

La supposta presenza di personaggi insospettabili e molto potenti dietro le due serie di delitti. Nell’inchiesta sul maniaco londinese, si è parlato più volte di un coinvolgimento diretto di membri dell’aristocrazia inglese, ipotizzando la responsabilità di soggetti facenti parte della famiglia reale. Allo stesso modo, nell’inchiesta fiorentina si è parlato spesso del possibile intrigo di persone importanti, anche esponenti delle Forze dell’Ordine, in qualità di mandanti occulti dei delitti del Mostro. Sarebbe questo il motivo per cui, in entrambi i casi, le indagini sono sempre state destinate al fallimento, proprio per la necessità di coprire questi personaggi illustri. La comunicazione con gli investigatori e l’invio di resti umani come messaggio di sfida agli inquirenti. Jack lo Squartatore sfidò la Polizia a più riprese, inviando lettere beffarde nelle quali invitava i poliziotti a catturarlo “se ne erano capaci”, lasciò diversi indizi sulla sua identità e spedì anche dei plichi postali contenenti alcune parti dei cadaveri. Il Mostro di Firenze prelevò un lembo del seno sinistro mutilato a Nadine Mauriot, la donna della coppia uccisa l’8 settembre 1985, e lo spedì al sostituto procuratore Silvia Della Monica come atto di sfida.

E tutto riman in sospeso come il trapezista del circo….

Hai messo le corna alla tua ragazza e non sai cosa fare? Ecco la Guida delle guide per sopravvivere a un tradimento

Oh-oh! Hai messo le corna alla tua compagna. Smidollato peccatore, preparati affinché Satana ti inchiodi con il suo tridente all’inferno. Certo, sto scherzando…ci mancherebbe altro. Tradire non è la cosa più considerata nel regno dei morti. Una ricerca stima che ogni anno uno su cinque statunitensi è infedele alla propria fidanzata o moglie che sia. Quindi se di inferno si tratta, dovreste andarci in due. Ma, quando durante l’orario d’ufficio ti passa davanti lei e ti nascondi dall’imbarazzo, che diavolo puoi fare?

Leggi e impara.

Prima, però, torniamo un attimo indietro. Se ti sei fermato su questo articolo è perché stai pensando che potrai essere infedele sebbene ancora non sia successo, quindi fai un esercizio mentale. Perché non eviti il tradimento? Sei così infelice nella tua attuale relazione? O sei super felice ma vuoi anche dormire con quello schianto dell’amica di tua moglie? In un mondo perfetto, risolveresti questi dubbi amletici prima di mettere te stesso, la tua partner e una terza persona in una situazione compromettente. “Sì, è difficile, ma devi maturare ed evitare di mettere le corna sin da subito,” afferma la Dott.ssa Kelly Wise, una terapista sessuale di New York. Per fare ciò, devi avere una conversazione scomoda con te stesso e poi con la tua ragazza. Se accetti il pensiero della Wise, ma vuoi incontrare altre persone, considera allora una relazione etica non monogamica. Le persone che praticano il poliamore e altre forme di relazioni non monogame usano la parola “etica” perché, a differenza dei veri traditori, vivono i rapporti con serenità perchè tutte le parti in ballo sono a conoscenza della cosa. È orribile immaginare il tuo partner che dorme con un’altra persona, ma la cosa peggiore del rifilare le corna è il tradimento (e la sindrome successiva, di cui parleremo di seguito). “Non c’è alcun problema nell’avere più coppie, è una questione di comprensione tra tutte le parti”, spiega la dott. Wise.

D’accordo, sei stato già infedele. Prima di continuare, devi tuttavia pensare al perché l’hai fatto. “A volte essere infedele è una triste scusa per uscire da una relazione”, dice la dottoressa Wise, perché colui che mette le corna sa che diventerà un motivo di peso per colleghi e amici che alla fine gli daranno un bel calcio nel culo. È come arrivare tardi al lavoro di proposito perché non ti piace più e vuoi lasciarla, ma hai paura e insisti a causa delle reazioni altrui. È da codardi. Se sei stato infedele perché sei infelice, armati di valore e metti fine alla relazione. La cosa peggiore che puoi fare a quella persona se, almeno, ancora ti importa un po’ di lei, è obbligarla a passare per un mulinello emozionale e dopo tagliare tutti i ponti. Non è giusto avere qualcuno imprigionato in una relazione che segretamente stai desiderando di lasciare.

Può darsi che sia un’opinione controversa, ma credo che se hai baciato un’altra ragazza quando eri ubriaco durante il commiato da celibe del tuo migliore amico, devi dirglielo. Sì, per me baciare un’ altra persona quando sei in un rapporto monogamo è come mettere le corna. E anche se può sembrare che non valga la pena far tanto casino per un semplice bacio, dovresti comunque essere sincero. In primo luogo, perché le donne vengono a conoscenza di tutto. Nell’era digitale, è più difficile mantenere segreti di quanto ‘Mad Men’ ti ha fatto pensare. Se decidi di informarla sul piccolo tradimento fai prima un profondo esercizio mentale, racconta il tutto in un luogo rilassante (in un ristorante potrebbe tirarti addosso gli spaghetti alla polpa di granchio), e preparati agli immancabili pianti e improperi. Lascia spazio all’altra persona e scusati di averla illusa. E prima di avere questa conversazione, dille che senti un grande amore per lei e che vuoi essere sincero sino in fondo. Per favore, se continui ad essere un testa di cazzo e a tradirla, pratica almeno il sesso con adeguata protezione.

Può darsi che molte coppie non siano d’accordo, ma una infedeltà non deve necessariamente essere la fine della relazione. Se ancora tieni alla tua donna ma l’hai ingannata perché stavi passando un brutto, terribile momento di frustrazione, discolpati fino a che ti sanguini la lingua e cogli l’occasione adatta per confessarti. “Sarà la fine o la spinta decisiva per risolvere i vostri problemi, sempre che possiate risolverli?”, si pone la domanda la terapista Wise. Suppongo che il tuo rapporto, sì dico a te che leggi, sia intelligente e consapevole di avere passato un momento negativo. Può anche darsi che la tua confessione non la sorprenda più di tanto. Se ancora ti vuole è possibile che ci passi sopra,  ma devi darle tempo e spazio per farti perdonare. Fare una capatina in gioielleria, dal fioraio o inviarle messaggi pieni d’amore non ti farà alcun male. Una mia amica ha avuto un ex che l’aveva ingannata e che si addormentò tutta la notte fuori dal suo appartamento circondato da 82 mazzi di fiori che comprò perché non lo lasciava entrare. Alla fine, gli dette un’altra occasione.