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La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

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Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

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Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

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Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

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Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

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1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

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La giustizia italiana fa paura perché chi la deve applicare non conosce il diritto, e quindi si puniscono sempre i soliti

 

Sono secoli e secoli che la giustizia ha avuto come unico bersaglio da colpire la povera gente, i braccianti, i senza tetto, gli indigenti; ma, mai, o in pochissime occasioni, i ricchi, i potenti e i veri colpevoli. Oggi é ancora peggio. Ad essere nel mirino della legge sono i tossicodipendenti, gli operai, i disoccupati, gli studenti, gli impiegati, i pensionati… Guai, invece, toccare giudici e PM sebbene colpevoli, politici di certa sponda, forze dell’ordine, importanti industriali, uomini importanti con amicizie ancora più importanti.

Tutto questo, perché? Semplice, i paladini della giustizia non conoscono il diritto e la sua giusta interpretazione, avvocati compresi. Il diritto con la D maiuscola non viene mai da loro applicato compiutamente. Questa é la loro vergognosa mentalità che non porterà mai a un profondo cambiamento e la difesa dei deboli rimarrà sembre debole, e vinceranno senza eccezione i soliti noti. In Italia, a differenza di altri paesi, siamo andati sempre più regredendo sino ad essere catalogati tra gli ultimi nel mondo in merito all’applicazione della giustizia.

Purtroppo, in Italia la giustizia continua ad essere una chimera irraggiungibile perché non viene mai preso in considerazione il codice deontologico che prevede  una stretta collaborazione fra avvocato e magistrato per la ricerca della verità sacrosanta. Ma rispettare detto codice obbligherebbe  presupporre i giudici a cercare solo la pura verità e non il raggiungimento del proprio interesse, attualmente -visto gli errori voluti e la determinazione a salvare sempre i soliti- impossibile da realizzare. Nessuno è interessato veramente a una giustizia che funzioni, nemmeno  i tanti governi che si sono succeduti con riforme ridicole che anzi hanno peggiorato il sistema, nel quale si salvano i corrotti e i corruttori, i maniaci sessuali, gli assassini  e i criminali in generale, a danno dei veri perseguitati dalla malagiustizia. Nel nostro Paese, ahinoi, non é mai esisto un vero processo per strage, o per delitti gravissimi, in cui la verità sia emersa a 360 gradi. Le leggi sono state create appositamente e a favore di chi commette reati strazianti e, perciò, stabilite anticipatamente per assolvere i veri criminali.

Il mio sogno era quello di diventare un grande avvocato, così da permettermi di difendere i più deboli, poi per esperienze personali ho scoperto, con l’andar del tempo, che sono proprio i deboli a rinunciare ad una giusta difesa, vuoi per le scarse disponibilità economiche, vuoi per la pochezza di certi avvocati che puntano tutto sul patteggiamento facendo colludere la vittima col vero delinquente. In fondo tutto si riduce a una parola sola, società. E finché non verrà cambiata nelle fondamenta sarà praticamente inutile cambiare il diritto.

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Una ricerca di Scientific American rivela che il porno può far bene alla mente e al fisico se utilizzato a giuste dosi

Secondo gli studiosi del blog Scientific American fare sesso può veramente far bene al corpo e alla mente e, se anche associato a film porno, non renderà la cosa assolutamente dannosa come invece sostenuto da quasi tutti. Anzi, secondo questa ricerca, da quando la pornografia si è diffusa via Internet sembra siano diminuiti gli attacchi sessuali e gli stupri, e si è ingigantita la consapevolezza dei giovani in merito al proprio status sessuale. Concentrarsi su porno-movies con il partner o inviarsi messaggi con foto spinte, sempre secondo i ricercatori, può ridare vita a un rapporto di coppia un po’ usurato.

Di fronte alla pornografia riusciamo a capire, verso chi ne fa uso, di come costui/ei si comporterà dopo a livello sessuale. Uno degli scienziati ha riferito che ” per alcuni soggetti presi in considerazione, utilizzare foto o video porno è risultato una vera e propria valvola di sfogo”.  Pertanto, soffermarsi su determinate immagini e masturbarsi diminuisce una certa inibizione sessuale. In campo femminile, però, queste tesi non sembrano essere del tutto approvate in quanto il 42% delle americane intervistate si sono dette insicure in merito alla visione di film o foto porno prima del rapporto sessuale. Un altro 39% delle donne ha esplicitamente affermato che guardare certi contenuti hard influenza l’intimità di coppia.

Per Scientific American è piuttosto difficile mostrare prove provate per asserire che il porno è dannoso. Anzi, il sito arriva a soffermarsi sul fatto che la pornografia non crea devianze e può fare solo dbene agli amanti. La cosa fondamentale, sottolinea uno degli scienziati, è che la dimensione virtuale non arrivi ad avere la meglio e il gioco occasionale non si trasformi in una droga di cui non si può più fare a meno: se sarà così il benessere psico-fisico non ne risentirà mai. Un abuso di porno al contrario, potrebbe condurre a vari disturbi sessuali quali problemi d’erezione, assenza di orgasmo (anorgasmia) e totale mancanza di eccitazione davanti ad un partner “vero” e non virtuale.

Gli esperti tengono ad evidenziare che le reazioni possono essere molteplici: ” Per rapporti già con conflittualità esistenti il porno può avere un ruolo particolarmente distruttivo. In altre situazioni invece, video e immagini hard possono essere un grande sfogo per certe fantasie sessuali un po’ sopite dal tempo. Questo aiuta a migliorare la complicità nella coppia. Se l’interesse sarà condiviso e verrà utilizzato come stimolo sessuale e non come metro di paragone per la propria vita tra le coperte, potrà essere un grande beneficio perla stessa intimità.

Può rientrare nella sfera del Femminicidio il caso Weinstein? O è qualcosa di diverso

Possiamo parlare di Femminicidio riguardo al caso Weinstein? Queste attrici che dopo vent’anni si sono scagliate, sicuramente a giusta ragione, contro il potente produttore holliwoodiano rientrano nel novero di coloro che sono state brutalmente maltrattate e stuprate? O è semplicemente qualcosa di meno fragoroso di quello che ci vogliono far intendere. D’altronde, abbiamo da tempo imparato ad operare una vera e propria cesura alla sequela di eventi che partoriscono vicende di dimensioni spropositate e che si riflettono sulla vita propria…

Se tutte le attrici americane, inglesi, italiane e via dicendo, cominciassero ad urlare allo stupro creando un vero e proprio status potremmo anche comprendere che tutto non è proprio come viene presentato.
Vorrei sapere l’assalto, come definito iersera da Asia Argento a “Carta Bianca”, se deve annoverarsi in una aggressione solamente fisica, dalla quale l’allora 21enne agile e scattante, avrebbe potuto sottrarsi dandosela a gambe e lasciando sul posto il maestoso orco definito da lei ” alto così e tre volte grande”, verbale – da impaurirla a tal punto da rimanere paralizzata, piccola o devastante.

Insomma, fu vera aggressione? O un tentativo, contornato di promesse, per far spogliare la giovane di turno? In fondo c’è, a questo punto, da chiedersi se un ” quanto sei bona” sussurrato per strada è sinonimo di attacco psicologico; se una mano che sfiora un braccio è aggressione; se un invito a bere un drink sia una molestia. Quindi, il mio personale parere è che queste signorine, poi divenute signore e famose attrici, abbiano innescato una campagna giornalistica pruriginosa in cui si sono, all’improvviso, trasformate in reporter di un periodo imprecisato senza specificare cosa realmente sia successo in quelle camere, in quei bagni, sul taxi o nello chalet di campagna. Praticamente, venuta fuori la prima denuncia, hanno voluto iscriversi in un baleno al club delle vittime, non spiegandoci a cosa porta tutto questo.

Porta a solidarietà? A compassione? Ad una nevrotica lotta dell’apparire sempre e in ogni caso? A diventare paladine di donne stuprate che forse hanno fatto solo sesso per mantenere la parte in quella serie televisiva? A mostrare la propria vita conventuale che si contrappone a scene di sesso esplicito e ben recitato? Ma non sarebbe più facile dirigersi subito verso il primo distretto di polizia e denunciare l’arco malefico? Così come è consigliabile che certune la finiscano di picchiare la testa nel muro per farsi notare. La violenza sulle donne è una cosa serissima, che va considerata con la massima serietà. E non svegliarci una mattina, guardare le notizie sui media, e gridare al lupo…

 

Attente mogli : i problemi coniugali compromettono la salute cardiovascolare dei vostri mariti

Il matrimonio, come hanno suggerito vari studi, fa bene, molto bene, alla salute. Infatti, sembra che le persone sposate vivano più a lungo, e così mentre i mariti migliorano nella salute fisica, le “mogli” sperimentano un beneficio nella salute mentale. Ancora di più; gli studi portatili a termine suggeriscono che passare attraverso l’altare è più vantaggioso per gli uomini che per le donne, meno dipendenti dai loro consorti e, in genere, con reti sociali più solide. Tuttavia, e talvolta, i matrimoni non sono un percorso fatto solo  di rose profumate. Un aspetto da prendere in considerazione in quanto, la maggior parte delle indagini effettuate, ha valutato tempestivamente la salute dei coniugi, senza però evidenziare l’influenza delle buone e cattive conseguenze della relazione. E questi “alti e bassi” nel matrimonio hanno un effetto reale sulla salute? Secondo un nuovo studio condotto dai ricercatori dell’ Università di Bristol (UK), sì. Almeno nel caso dei maschi, la cui salute cardiovascolare verrebbe compromessa da seri problemi nei rapporti con le loro compagne di vita.

Come spiega Ian Bennett-Britton, direttore di questa ricerca edita nella rivista “Journal of Epidemiology & Community Health”, “una volta assunta l’associazione causale osservata nel nostro lavoro, la terapia matrimoniale con relazioni in deterioramento potrebbe avere benefici che vanno ben oltre il benessere psicologico. E avrebbe benefici addizionali sulla salute fisica. Tutto ciò tenendo conto che, in alcuni casi, terminare un rapporto potrebbe essere la migliore soluzione.” La maggioranza degli studi portati a termine, per valutare la possibile relazione tra le malattie cardiovascolari e la ‘qualità’ del matrimonio, si sono incentrati su un momento puntuale e specifico della relazione, ignorando il possibile impatto che, detta salute, può avere nei cambiamenti nella convivenza dei coniugi. Perciò, gli autori della nuova indagine  hanno valutato i fattori di rischio cardiovascolare di 620 uomini che, sposati e con almeno un figlio, hanno partecipato allo Studio Longitudinale di Progenitori e Bambini di Avon, Studio ALSPAC, iniziato nel 1991.

In particolare, i 620 partecipanti hanno risposto a un questionario composto da 12 domande per valutare la “qualità” dei loro matrimoni quando il loro primogenito aveva un’età di 3 anni e, ancora, quando aveva 9 anni. E sulla base delle risposte fornite, gli autori hanno diviso i partecipanti in quattro gruppi in base alla “salute” dei loro rapporti: “costantemente buono”; “tendente al peggioramento”; “consistentemente male”: “sulla via del miglioramento”; o “deterioramento”. Alla fine, gli scienziati hanno valutato la frequenza cardiaca a riposo, la pressione sanguigna, l’indice di massa corporale (IMC), il profilo lipidico nel sangue ed i livelli di glucosio a digiuno di tutti i partecipanti quando, già tra gli anni 2011 e 2013, i loro primogeniti avevano appena superato la maggioreetà. Come spiegano i ricercatori, “partiamo dalla premessa che i cambiamenti nei fattori di rischio cardiovascolare sono conseguenza dei corrispondenti cambiamenti nella qualità della relazione con le loro mogli.”

I risultati hanno mostrato l’assenza di cambiamenti nel profilo cardiovascolare di maschi i cui rapporti sono stati costantemente “buoni” o “cattivi”. Tuttavia, ci sono stati anche piccoli cambiamenti nei fattori di rischio cardiovascolare di partecipanti i cui matrimoni erano migliori o peggiori. Così, e scartati altri fattori come lo status socio-economico, la statura o il livello di istruzione, i mariti le cui relazioni sono andate migliorando ha mostrato, rispetto a quelli con i matrimoni ‘costantemente buoni’, alcuni più piccoli valori di ‘colesterolo cattivo’. Al contrario, i mariti i cui rapporti si sono deteriorati hanno presentato un maggior livello di pressione arteriosa diastolica rispetto a coloro che hanno goduto di un matrimonio costantemente buono – una media di 2,74 mm Hg maggiore. A questo punto, come si spiega che i mariti, i cui matrimoni sono stati costantemente “buoni” o “cattivi” , hanno rischi cardiovascolari virtualmente stabili? Come sottolineano gli autori dello studio, ” questo, può essere dovuto a un certo grado di -abitudini- nel tempo o alle differenze nella percezione della qualità del loro rapporto “.

Matteo Renzi e la sua dottrina del nulla assoluto

Matteo Renzi, ovverosia il nulla assoluto, il buco nero della politica italiana, il distruttore convinto della sinistra o di quel che ne rimaneva. Lo dico con la massima certezza perchè sono anni che seguo la sua inutile escalation. Una persona, che in ogni momento della sua storia socio-politica non è mai riuscito a dire qualcosa di fondato, di vero, nonostante il suo ardore nell’esprimerlo. Già da Presidente della Provincia, ente totalmente inutile, ma sua grande catapulta per lanciarlo nella Firenze che conta, addirittura nelle vesti di Sindaco, i contenuti erano inesistenti ma la sua parlantina era diventata ammaliante per i tordi che si lasciavano catturare.

Un giovanotto a cui imposero di usare il termine “rottamatore” in ogni sua sbilenca frase; uno che si avvicinava alle persone  con pacche amichevoli sulle spalle ma dove il nulla si posava su di loro quasi come una benedizione. Adesso il re dell’insensatezza, dopo aver fallito miseramente come presidente del Consiglio, è alla testa dell’unico partito rimasto nel Paese, la sola organizzazione che abbia una grande storia alle spalle, ormai grazie a lui quasi del tutto dimenticata dai giovani di oggi. Renzi è la perfetta continuità con il ventennio grigio berlusconiano. Ma mentre Berlusconi, sin da subito era riuscito a spaccare l’Italia in due, con quell’aria da bravo gangster della finanza italiana, Renzi dopo un soffio d’aria è rimasto sui coglioni a tutti: giovani e vecchi. Il suo vuoto intellettuale, la sua vanità, la sua proverbiale arroganza travestita d’allegria toscana per un po’ hanno intontito l’elettore, ma poi -essendo l’italiano medio non del tutto idiota- si è dato una scrollata e ha capito con chi aveva a che fare.

Ho sempre definito Grillo il neoqualunquista per antonomasia, ma proprio in quel “neo” sta la sua forza per continuare a sparare cazzate: lui almeno ha dimostrato che una parte consistente della comunicazione politica del futuro si farà a partire dai Social Network e non più dalle televisioni. Renzi, invece, ha insegnato a molti politici come riuscire a perdere referendum e elezioni in un colpo solo: non è mica poco!

E improvvisamente fu stupro. Il mostro Weinstein e l’ipocrisia di molte attrici

Ed improvvisamente fu stupro. Forse, e sottolineo forse, quando faceva comodo erano solo prestazioni sessuali. Non sono qui a giudicare chi ha aperto le gambe al “mostro” Weinstein, un pezzo da novanta di Hollywood, un produttore vincitore di Oscar e premi vari. La fica è della donna e ci può fare ciò che vuole. Non mi metto a sentenziare se essa viene donata o venduta, sono affaracci di chi la possiede, pertanto, non voglio fare assolutamente il bacchettone. Dico solo che certe giovanissime la sfruttano per motivi personali, di carriera e, quindi, non vengano a fare le santarelline a giochi fatti.

Fare la puttana è, storicamente provato, il mestiere più antico del mondo, ma le prostitute di ogni epoca hanno almeno avuto la decenza di non ergersi a maestrine verso le cosiddette donne perbene e non si sono mai permesse di gridare alla violenza carnale dopo una prestazione sessuale terminata con pagamento cash.
Se in molte l’hanno data, su richiesta di un pezzo grosso del cinema o della televisione, per arrivare ad avere una parte in una commedia o per un contratto televisivo, questo non deve essere definito stupro; non può perchè è stata una scelta ben precisa, a meno che non ci sia stato veramente un atto violento che abbia costretto la persona, con la forza, ad un rapporto sessuale.

E così, dopo aver raggiunto la fatidica meta, cioè fama e ricchezza, non me la sento di credere a coloro che con le lagrime agli occhi giurano di essere state obbligate a prostituirsi per non rovinarsi la carriera. È solo snervante ipocrisia! Cosa bisognava fare? Non inchinarsi al sistema e tenere ben strette le gambe.
Dopo quanto sopra arrivare al caso Weinstein è obbligatorio, e rimanere perplessi di queste meravigliose attrici che improvvisamente si destano da un incantesimo e trovano la forza di denunciare le malefatte del potente produttore americano, già conosciuto per certe sue intemperanze sessuali, ma mai sputtanato per paura della sua potenza e dei suoi finanziamenti ai Clinton, una famigliola che di perversioni ne capisce parecchio.

No, non mi sono dimenticato di Asia Argento, che a detta della stessa avrebbe accettato di fare sesso per poter continuare indisturbata la propria carriera. Poverina, lei che ha sempre interpretato la casalinga perfetta e che non ha mai slinguazzato con cani o animali vari.
È dai fratelli Lumière che certe donnette se la spassano a letto con produttori e registi, finiamola con questa sceneggiata napoletana.
Come d’incanto tutte diventano Santa Rita da Cascia, cercando di camuffare la propria scarsa dignità urlando ai quattro venti di essere esseri umani e non oggetti, di avere la stessa possibilità di trattamento degli uomini, di sessismo, di violenze, mentre le vere, uniche nemiche delle donne sono loro.
Se non aveste creduto a certi compromessi, se aveste tenuto le mutandine addosso, avreste obbligato il sistema a decidere la carriera di una donna solo in base alla sua bravura, punto.

Almeno per una volta risparmiateci il vostro assurdo vittimismo che esplode improvviso e zittitevi per qualche istante in onore di quelle donne che a causa vostra non otterranno mai il posto che meritano nella società.

La giustizia che rende le persone morti che camminano… Io, uno di loro

Mi sento un morto che cammina, senz’anima e accerchiato dal niente assoluto. Sono stato colpito da una patologia gravissima che si chiama Giustizia italiana. Ho tentato più volte di abbandonare la vita, solo gli affetti cari riescono a farmi sopravvivere: ma sono dipartito nell’anima.

Sono già passati vari anni e ogni giorno, non ne salto uno, rimetto insieme le scene del mio dramma, rimontandole una dopo l’altra, con cura estrema, ripassando tutti i dettagli della vicenda e i loro tristi protagonisti.

In un infernale gennaio vengo sbattuto in prima pagina dal giornale della mia città come un pericolosissimo delinquente che passa la vita a truffare le persone, ma in particolar modo gli anziani.

Mai fatto in vita mia!

Le accuse sono pesanti e la polizia giudiziaria mi tiene oltre 5 ore nei suoi uffici per interrogarmi senza la possibilità di telefonare ad un avvocato. Mi oppongo alle loro terrificanti accuse spiegando che la documentazione trovata nel mio studio era stata emessa per salvare il mio datore di lavoro.

Ore prima, esattamente alle 8,05 di mattina, irrompono in casa di mia madre e la mettono a soqquadro. Io abitavo a quel recapito, ma il mandato di perquisizione riportava un altro indirizzo, quello della casa a me intestata.

Il giorno dopo, nello studio del mio legalea, mi presento con il mandato di perquisizione e le accuse a mio carico.

Lo stesso, sin da subito, nonostante il mio parere contrario perche’ innocente, mi intima di patteggiare in quanto le accuse sono gravi e rischierei dai 5 ai 7anni anni di carcere. Sono istanti da incubo, momenti in cui vorresti non esistere.

Da lì in poi comincia il percorso verso l’inferno. Le mie risposte non valgono niente, il legale continua a consigliarmi il patteggiamento, gli inquirenti non credono ad una sola parola di quanto riferisco.  Alcune accuse le accetto sotto pressione dell’avvocato, ma la truffa e l’estorsione no. Il mio legale, nel frattempo, ha urgenti problemi familiari trascurandomi quasi del tutto e non concedendomi l’opportunità di parlare con il PM.

Sento che la faccenda finirá malissimo nonostante sia incensurato e rispettoso delle leggi. Intanto una minacciosa nube di garantismo asfissiante avvolge tutto e mi stordisce.

Ancora oggi, pur essendo stato dissanguato finanziariamente, un magistrato mi ha intimato di pagare oltre 260.000Euro di risarcimento, sebbene a conoscenza della mia situazione economica. Dopo tutti questi anni di garantismo criminale, di solidarietà rifiutate e di atti di bullismo giudiziario, sono ancora qui a combattere contro i mulini a vento. Non sorrido più; queste cattiverie mi hanno fatto capire cos’è la legge italiana e come viene manipolata da esseri senza anima. Certi meccanismi della nostra giustizia ti portano alla follia.

E’  un incubo senza fine e uno strazio che ha inghiottito tutta la mia famiglia. In questa storia terrificante non dimenticherò mai le facce compiaciute degli uomini della Giudiziaria, del PM e dei Giudici. La gogna che grazie a loro ho dovuto e devo subire ogni giorno, vivendo in una piccola città, è azzerante. Questi signori con la s minuscola hanno violato, sapendo di farlo, un passo fondamentale della Costituzione: OGNI CITTADINO E’ COLPEVOLE FINO A PROVA CONTRARIA. Non hanno minimamente rispettato il principio giuridico della presunzione d’innocenza, ritenendomi da subito colpevole.

Non parlo dei miei accusatori perchè provo solo pena per loro. Se c’è un Dio, o chi per lui,  saprà punirli a dovere per quanto fatto.

Arriva l’avviso di conclusione indagini e le accuse sono nero su bianco. Passano i giorni e la situazione non cambia. Io continuo a ripetere che se ho fatto qualcosa è dipeso dal fatto che volevo difendere un anziano che amava la depravazione. Al mio avvocato spiego l’assurdità di essere stato incolpato di reati mai compiuti, ciò che ho commesso per loro è stato portato a termine solo a fin di bene. Non ho mai preso un Euro, nè mai rubato o estorto denaro, i miei conti correnti sono lì a disposizione…e infatti metteranno a ferro e fuoco la mia banca.

Ormai per tutti questi pseudo servitori della legge sono un delinquente. Questa giustizia ha il sapore del fiele. Molta solidarietà in privato, pochissima in pubblico. Ho imparato, inoltre, che in Italia, anche se sei una persona importante, devi ricorrere a gesti estremi o almeno inconsueti, se vuoi avere giustizia. Basta pensare a Berlusconi e Tronchetti Provera.
Tutto questo lascia immaginare che cosa avviene negli altri casi, in uno come il mio. Casi in cui non siano in gioco grandi nomi, grandi mezzi e grandi avvocati. Tutto è rimpicciolito, nella provincia puoi pretendere poco e non puoi difenderti  dal vampiro togato che ti succhia il sangue a piacimento anche perchè supportato dal tuo stesso legale che non vuole crearsi nemici tra coloro che giudicano.

Ogni cosa si perde per strada e per molti viene da pensare che ciò sia l’unica via percorribile di quasi tutta la giustizia italiana: ci si accorda con l’avvocato della persona non ricca, certi che faciliterà le cose al magistrato di turno, così da far gettare la spugna al povero malcapitato. A quel punto si celebra un bel patteggiamento e ingiustizia è fatta. Con me hanno fatto ancora peggio! Mentre stavo patteggiando, nascostamente, hanno messo in piedi un’altra accusa per far sì che non avessi scampo ( e che il PM ha taciuto al mio avvocato ). Una vergognosa trappola giuridica, una delle tante perpetrate da questa assurda legge. Ho sempre sperato di incontrare un giudice, un PM, un avvocato che facesse del garantismo la sua dottrina, così da trasformare il mio caso nel principio di una grande, vittoriosa battaglia contro questa giustizia parassitaria che vive e si moltiplica a spese di persone innocenti e riesce a passare i filtri che dovrebbero trattenere tutte le ingiustizie.

Invece niente da fare: questo virus mortale mi ha ucciso e adesso vago come spettro tra gli umani che non si rendono conto del pericolo mortale che li circonda.