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La pubblicità americana che ha creato la società dello stupro e delle molestie sessuali. E oggi…tutto come prima!

Al giorno d’oggi quesa tipologia di pubblicità verrebbe sicuramente censurata per il contenuto estremamente sessista e razzista. La propaganda americana ha dato il là alla società dello stupro e delle molestie sessuali senza nessun ostacolo da parte delle autorità sol perchè l’oggetto/soggetto era una donna. Beh, certo, le violenze perpetrate verso il sesso femminile esistono dai tempi dei tempi, ma arrivare a pubblicizzarle appare abbastanza disgustoso.

“Soffiale il fumo in faccia e lei ti seguirà ovunque” recitava vigliaccamente uno spot del 1969.

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Ancora più cinico lo slogan della Kellog’s del 1930 : “Più duramente lavorerà una moglie e più sembrerà carina”. Da vomito!

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Le marche più famose di allora, dai pantaloni Mr Leggs ai saponi N.K.Fairbank, con un piccolo bimbo bianco che incuriosito chiede ad uno di colore perchè sua madre  non l’avesse lavato con il sapone pubblicizzato, fanno capire che la Guerra di Secessione è servita ben poco agli americani.  

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Immagini ignobili e sconcertanti che gli statunitensi accettavano senza batter ciglio e che parevano sponsorizzare un’ideologia e non un prodotto da consumare. Una sorta di fascismo all’americana che se ne fregava altamente dei diritti umani; veri e propri stimoli -espliciti e diretti- verso l’acclamazione della violenza nei confronti dei soggetti più deboli. Guardate con attenzione questa locandina che evidenzia un uomo che si domanda se sia ancora illegale uccidere una donna!

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Oppure questo spot che sosteneva il machismo più arrogante e perverso, raffigurante una donna schiava del marito.

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Pubblicità più recenti sembrano continuare, non tanto velatamente, la pessima sinfonia degli anni che furono con immagini che raffigurano giovani donne sculacciate dal marito, calpestate e con la testa sotto i piedi di predatori casalinghi, assolutamente assoggettate al capo e ritenute addirittura incapaci di aprire una bottiglia di passato di pomodoro.

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“È bello avere una ragazza intorno”.

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“Il capo sa fare tutto, ma non cucinare; per quello ci sono le mogli!

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“Pensi una donna possa aprirlo?”

Non che nel 2017 le cose siano migliorate; no, non volevo scrivere questo. Anzi, pubblicità con modelle brutalizzate, come quella censurata di Dolce & Gabbana, quelle con fastidiosi doppi sensi tipo “Fidati…Te la do gratis- La montatura !” e via dicendo, sottolineano ancora di più quanto l’ Homo Erectus sia attualmente presente nella nostra iper-tecnologizzata società, sempre alla ricerca, stavolta, di prede umane preferibilmente di sesso femminile, stimolato giornalmente da certa propaganda “svestita” che diventa un pericoloso pungolo ad agire nel peggiore dei modi.

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La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

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Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

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Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

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Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

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Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

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1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

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Daniel Camargo Barbosa, la bestia delle Ande. Colui che confessò lo stupro e l’uccisione di 80 ragazze

Daniel Camargo Barbosa è stato un serial killer psicopatico della Colombia, Sud America. Si crede che abbia brutalmente violentato e ucciso più di 150 fra donne e ragazze, fra Colombia e Ecuador -durante gli anni 1970 e 1980. Nacque il 22 gennaio 1930 in un remoto villaggio in Colombia, ma ben presto perderà la madre, morta quando lui era ancora un ragazzino, e suo padre, un uomo prepotente e con grosse tare emotive. Venne, allora, allevato da una matrigna, che lo puniva quotidianamente e talvolta lo obbligava a vestirsi con abiti femminili, rendendolo ridicolo di fronte ai suoi coetanei. Il primo arresto accadrà a Bogotà il 24 maggio 1958 per piccoli furti. Camargo, ebbe un’unione di fatto con una donna di nome Alcira che gli darà due figli. Poi, si innamorò di un’altra donna, Esperanza, con la quale sembrò intenzionato a sposarsi, ma ciò non avvenne mai, perché scoprì che la fidanzata non era vergine. Questa della verginità diventerà una profonda fissazione per Daniel Camargo, che lo porterà a stipulare un accordo con Esperanza che sancirà la duratura del loro rapporto in base alle ragazze vergini che la donna gli avrebbe aiutato a cercare.

Tale patto darà il via alla loro criminale e abietta partnership. Lei, era la complice, che attirava giovani ragazze in un appartamento con scuse e l’inganno, e poi le drogava con sonniferi, rendendole innocue e pronte per lo stupro dell’uomo. Camargo commetterà cinque stupri in tal modo, senza però uccidere nessuna delle giovani.  La quinta, riuscì ad arrivare al commissariato e a denunciare la coppia malefica, che venne catturata e portata in prigioni separate. Daniel Camargo, verrà condannato per violenza sessuale, in Colombia, il 10 aprile 1964. Un giudice ebbe a condannarlo a tre anni di carcere, e Camargo si rese subito conto della clemenza che questo magistrato mostrò nei suoi confronti, giurando di pentirsi e di ravvedersi. Tuttavia, un nuovo giudice riprese il caso nelle sue mani e inflisse allo stupratore otto anni di galera. Ciò, provocherà al delinquente una rabbia terribile. Sconterà la pena e sarà rilasciato. Nel 1973, però, verrà arrestato in Brasile perché privo di documenti di riconoscimento. A causa di un ritardo nell’invio di un file di documenti riportanti i nominativi dei criminali da porre agli arresti in carcere, venne deportato e rilasciato con una falsa identità che l’uomo avevan suo possesso.

Quando tornò in Colombia iniziò il lavoro di venditore in una TV pubblicitaria di Barranquilla. Un giorno, passando davanti a una scuola rapisce una bambina di nove anni, la violenta e la uccide, così da non essere identificato come nelle passate esperienze. Questo è il suo primo assalto completato con l’omicidio. Camargo, è arrestato il 3 maggio 1974 a Barranquilla, Colombia, al ritorno sulla scena del crimine per recuperare alcuni pezzi di cinepresa che aveva dimenticato accanto alla vittima. Sebbene si ritengaabbia violentato e ucciso più di 80 ragazze in Colombia, sarà imprigionato dopo una condanna per stupro e uccisione della bimba di 9anni rapita a scuola. Inizialmente gli sarà comminata una pena a 30 anni di carcere, poi ridotta a 25 anni. Il 24 dicembre 1977 viene imprigionato nel carcere sull’isola di Gorgona, Colombia. Nel novembre 1984 Camargo fugge dalla prigione costruendosi una primitiva barca, dopo aver attentamente studiato le correnti oceaniche. Le autorità pensarono fosse morto in mare e la stampa affermò che fosse stato mangiato dagli squali. Alla fine arriva a Quito, Ecuador.

Viaggia in autobus con destinazione Guayaquil, il 5 e 6 dicembre del 1984. Il 18 dicembre rapisce una bambina di 9anni e mezzo nella città di Quevedo, in provincia di Los Ríos, Ecuador. Il giorno dopo attaccherà un’altra bimba di 10anni. Dal 1984 al 1986 il folle assassino commette 54 fra stupri e omicidi nella città di Guayaquil. La polizia in un primo momento crede che tutte le morti siano opera di una banda organizzata, senza lontanamente pensare ad un uomo solo.  Camargo dormiva per le strade, e viveva del denaro che guadagnava rivendendo penne a sfera per le strade. Di tanto in tanto arrotondava le entrate vendendo abbigliamento e piccoli oggetti da bambini, quelli appartenuti alle sue vittime. L’uomo selezionava persone per lo più inermi, giovani, bambine di ceto inferiore; le avvicinava fingendo di essere uno straniero bisognoso di trovare un pastore protestante in una chiesa alla periferia della città. Spiegava loro che doveva consegnare una grossa somma di denaro, che mostrava materialmente come prova, e offriva a ognuna di loro una ricompensa nel caso lo avesse accompagnato per mostrargli la strada. Nessuno, a quel punto, s’ insospettiva di un uomo maturo che accompagnava una bambina o una giovane donna, dal momento che potevano essere tranquillamente sue figlie o nipoti.

Carmago, in seguito si inoltrava nel bosco, sostenendo di essere alla ricerca di una scorciatoia per evitare di destare sospetti nelle sue vittime. Se le ragazze si insospettivano e si ritraevano non impediva loro di andarsene. Chi rimaneva, veniva violentata e subito dopo strangolata a morte, a volte con lancinanti smorfie di dolore poiché in certune circostanze non morivano immediatamente. I corpi senza vita delle vittime, venivano lasciati nella foresta e rinvenuti giorni dopo da alcuni passanti. Camargo sarà arrestato da due poliziotti a Quito Il 26 febbraio 1986, solo pochi minuti dopo l’uccisione di una ragazza di nove anni di nome Elizabeth. I poliziotti erano quel giorno di pattuglia e gli si avvicinarono a metà del viale Los Granados, pensando che l’uomo stesse agendo con sospetto. Furono sorpresi di scoprire che portava con sé una borsa contenente i vestiti insanguinati della sua ultima vittima, e una copia di “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Fu preso in custodia e poi trasferito a Guayaquil per l’identificazione. Quando venne arrestato ebbe a dare un nome falso, Manuel Bulgarin Solis, ma fu ben presto identificato da una delle sue vittime di stupro che gli era sfuggita. Daniel Camargo, ormai senza avere più niente da perdere, con molta calma confessò di aver ucciso 71 ragazze in Ecuador, dopo la fuga dalla prigione colombiana.

Condurrà le autorità sui loghi dei suoi efferati delitti per rinvenire i corpi di quelle vittime che non erano ancora stati recuperati. Furono ritrovati maciullati e smembrati. Nella deposizione spiegò, per filo e per segno, le posizioni a cui le sottoponeva e come le ammazzava, e mentre lo raccontava non traspariva la minima pietà o rimorso. Dopo aver violentato le sue vittime, le violava anche da morte, le tagliava e le smembrava con un machete. Disse di scegliere solo vergini perché gridavano dal dolore; questo a quanto pare gli dava maggiore soddisfazione. Camargo, uccideva, secondo una sua versione, perché voleva vendicarsi dell’infedeltà della sua donna. Le odiava per non essere quello che le donne dovrebbero essere. Nel giugno 1986 Francisco Febres Cordero, un giornalista di Hoy (Oggi) Giornale, riuscirà a organizzare un’intervista con l’assassino. Non fu assolutamente facile, a causa del blocco che la polizia aveva eretto agli accessi verso la cella di Daniel e, per il fatto, che Camargo richiedeva un riconoscimento in dollari molto esoso affinché si lasciasse intervistare. Il giornalista finse di fare parte di un gruppo di psicologi che potevano accedere al prigioniero, e tale escamotage gli permise di fare domande al pluriomicida senza destare sospetti.

In seguito, Francisco Febres Cordero, lo descriverà come molto intelligente, “Aveva una risposta per tutto e fu in grado di parlare di Dio e del Diavolo con la stessa competenza di in prete”. Le sue letture preferite erano Vargas Llosa, García Márquez, Guimarães Rosa, Nietzsche, Stendhal e Freud, tutte conoscenze letterarie acquisite grazie alla sua permanenza nel carcere, sull’isola di Gargona. Camargo, fu condannato nel 1989 a 16 anni di carcere, la pena massima disponibile in Ecuador. Mentre sconterà la sua pena nel penitenziario di Moreno Garcia de Quito, dichiarerà di essersi convertito al cristianesimo. In questa galera era incarcerato con Pedro Alonso Lopez (il “Mostro delle Ande”), che si ritiene abbia violentato e ucciso più di 300 ragazze in Colombia, Ecuador e Perù.

Nel novembre 1994, Daniel Camargo Barbosa, viene assassinato in carcere da Luis Masache Narvaez, cugino di una delle sue vittime.

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Alcuni esempi di come i giovani d’oggi interpretano la Bibbia

Mosè

Alfonso, prima media, torna a casa da scuola e la madre, come ogni giorno, gli chiede: “ Allora, cosa hai fatto oggi in classe? Cos’hai imparato?

“Oggi mammina cara, a scuola abbiamo parlato di Mosè, quell’uomo che ha portato il suo popolo fuori dall’Egitto per condurlo in Israele”.

“Interessante, molto interessante Alfonso … Mi spieghi com’è andata a Mosè?”.

E il ragazzo racconta: “ Mosè peregrinava nel deserto con il suo popolo, rifornendosi di cibo alla Conad. Giunto sul Mar Rosso con alcuni suoi tecnici al seguito fece costruire un ponte affinché il suo popolo potesse spostarsi dall’altra parte, ma gli Egiziani continuavano imperterriti a inseguirlo e allora Mosè con il suo cellulare chiese aiuto a Dio che immediatamente inviò due caccia bombardieri che, in men che non si dica, fecero crollare il ponte con tutti gli egiziani sopra. Poi Mosè, salì sul Monte Sinai a comprare alla Mondadori il libro delle leggi umane in 10 volumi. Fine!”

La madre, perplessa, lo incalza: “Ma Alfonso, sei proprio sicuro che l’insegnante ti abbia spiegato così la storia di Mosè?”.

“Mammina, per dire la verità no! Ma se ti dico quello che ci ha raccontato lei mi pigli per matto e non mi credi!”

Adamo ed Eva

Un giorno nel Paradiso Terrestre Dio chiama Adamo e gli ordina:“ E’ giunta l’ora che tu ed Eva cominciate a popolare la Terra, perciò, come primo passo devi baciarla”. Adamo, molto sorpreso, risponde che non conosce il significato del bacio; Dio allora glielo spiega. Adamo, finita la lezione, chiama Eva, la prende per mano e la conduce dietro un grosso cespuglio. E così poco dopo Adamo incontra Dio e gli dice: “Grazie o Dio onnipotente, è stata la cosa più bella della mia vita”. E Lui risponde: “Adamo, è giunto il momento di accarezzare quella donna”. Adamo, come la prima volta per il bacio, risponde che non sa cosa significhi dare una carezza. Dio, forzatamente, torna a spiegare all’uomo cosa deve fare, e alcuni attimi appresso Adamo torna dietro al grande cespuglio con Eva. Il giorno seguente Adamo, vede Dio e tutto felice gli dice “ Dio Onnipotente, questa volta è stato ancor più bello, più soddisfacente del bacio”. E Dio, risponde “Perfetto, Adamo. Ora desidero che tu ed Eva facciate l’amore”. Come sempre quel tonto di Adamo chiede spiegazioni su che cosa voglia dire fare all’amore, Dio glielo spiega e Adamo si apparta con Eva dietro al celeberrimo cespuglio, ma stavolta riappare pochi secondi dopo, piuttosto stupito. E domanda: “Dio, cosa vuol dire ‘non mi va, ho mal di testa’?”.

 

L’inganno con cui i medici nazisti nascosero lo sterminio di migliaia di bambini “diversi” e dettero vita alla devastante e crudele Aktion T4

Ufficialmente, lo stato ioniziò a perpetrare questi omicidi dopo l’inizio della guerra. Tuttavia, già nel maggio 1939, molto prima che il Terzo Reich cominciasse a sollevare lo sterminio più diffuso della storia (il campo di concentramento di Auschwitz ), il regime di Adolf Hitler approvò certe diaboliche e deplorevoli idee, come l’omicidio sistematico di qualsiasi bambino di età inferiore a tre anni che avesse subito qualsiasi tipo di malattia che gli impedisse il suo perfetto sviluppo. Questo programma prima dell’inizio ufficiale del crudele ” Aktion T4 ” (approvato dallo stessa ” Führer ” con un documento ufficiale firmato nell’ottobre del 1939, un mese dopo l’invasione della Polonia) portò alla selezione e l’omicidio di oltre 5.000 bambini nel più clandestino segreto. Il sistema fu di una crudeltà senza eguali perché, per impedire che venisse alla luce quel vincolo, i bambini vennero separati dai loro genitori con la scusante che sarebbero stati internati in un centro dove avrebbero ricevuto “le migliori e più efficaci” cure oltre a trattamenti misurati a seconda della malattia. Più tardi, questi piccoli furono mandati in uno dei 28 ospedali più famosi della Germania, dove furono sterminati da barbiturici, iniezioni letali o addirittura dalla fame .

Comprendere l’inizio di questo programma di eutanasia infantile richiede di fare un passo indietro nel tempo, esattamente al XIX secolo, il periodo in cui il britannico Francis Galton iniziò a sostenere che “per migliorare la razza umana occorrono azioni sociali per selezionare le qualità ereditarie più desiderabili ». Anni dopo alcuni sostenitori di eugenetica, una corrente di estremisti della salute, si diffuse negli anni ’20 con il proposito di evitare che gli “inadatti” si riproducessero. In breve tempo, questa mentalità divampò come un incendio in paesi come gli Stati Uniti , la Gran Bretagna e la Germania. Tuttavia, fu in quest’ultima regione che ricevette un’accoglienza speciale grazie alla propaganda del nazismo. Manifesto tedesco in cui si alluse, senza mezzi termini, all’importanza dell’eugenetica per impedire che il “diminuito” potesse rovinare lo stato.
Adolf Hitler divenne presto uno dei più ferventi seguaci di questa filosofia. Infatti, per tutta la sua vita ebbe a ripetere in diverse occasioni l’urgente necessità che la Germania dovesse sterminare i malati di mente. Tuttavia, quando arrivò al potere, si accontentò di impedire che gli “handicappati mentali” si riproducessero. Così nel corso del 1930, il regime nazista sterilizzò centinaia di migliaia di persone considerate mentalmente e fisicamente ‘non idonee ‘ (Si stima che fossero approssimativamente 400.000 tra il 1934 e il 1937 ).

A sua volta, lo stato tedesco implementò, alcuni mesi dopo la sua ascesa al potere, le cosiddette “politiche eugenetiche positive“. Una serie di premi che incoraggiavano le donne single ad avere una moltitudine di bambini con membri del partito nazista. Partendo da questa base, divenne solo una questione di tempo prima che il nazismo iniziasse la sua particolare crociata contro tutte quelle persone che non considerava idonee a livello razziale, fisico o psicologico. Tuttavia, il ” Führer ” subì un colpo che segnò l’inizio di questa carriera criminale. E questo avvenne nel 1938, l’anno in cui ricevette una lettera in cui un certo Knauer chiedeva il permesso di uccidere il proprio figlio. Era un membro del partito che aveva un piccolo di nove settimane che era nato cieco, senza una gamba e parte di un braccio e che era colpito anche da ritardo mentale, cosa questa che lo spinse a richiedere il “permesso del Führer” per porre fine alla sua vita, per il bene della intiera famiglia. Il nome di quell’individuo, tuttavia, è oggi fonte di controversie. E, alcuni esperti come L. Hudson (autore dello studio “L’eutanasia dei bambini con disabilità”) sostengono che questo caso è stato battezzato come il “Bambino K” perché sapevano solo il nome iniziale della famiglia (che potrebbe essere “Kretschmar” o “Knauer”). Al di là di queste polemiche, Hitler inviò il suo medico personale, il dottor Karl Brandt, ad analizzare il caso. Il medico si trasferì senza esitazioni dal bimbo alla Clinica dell’Università di Lipsia, dove iniettò una dose di barbiturici che stroncarono subito la sua vita. Quello fu l’inizio della crudeltà sistematizzata perché, secondo le parole di molti storici, “Brandt ricevette da Hitler l’ordine verbale di agire allo stesso modo in altri casi simili”.

Nonostante la convinzione di Adolf Hitler che la Germania avesse bisogno dell’eutanasia infantile, il Terzo Reich decise di mantenere segrete tali funeste attività. E tutto, per non vincere l’inimicizia del Vaticano e, in generale, della società. Logicamente, la comunità internazionale non sarebbe mai stata disposta ad acconsentire ad una politica di “omicidi amministrativi “. Persino gli eugenisti americani non osarono mai spingersi così lontano nelle loro proposte. Dopo il caso     “Child K”, Hitler creò a maggio il “Comitato per il trattamento scientifico delle malattie gravi geneticamente determinate” al fine di iniziare la selezione dei bambini disabili. A livello ufficiale, tuttavia, il suo obiettivo fu quello di trovare cure per i disturbi ereditari dei bambini. Il già citato Karl Brandt fu messo a capo di questa organizzazione; Hans Hefelmann ; Herbert Linden (medico, consulente e capo degli ospedali statali); Hellmut Unger (oftalmologo); Hans Heinze (direttore di un famoso asilo per «diminuito»), Ernst Wentzler (pediatra) e Werner Catel (pediatra).  Il comitato non impiegò molto a mettersi al lavoro. Tre mesi dopo, emise una circolare in cui chiedeva ai pediatri e alle infermiere dei vari centri di inviare loro i rapporti di tutti i bambini che erano candidati all’assassinio. In particolare, i membri del gruppo ordinarono che fossero inviate informazioni su bambini fino a tre anni nati con deformità. Includevano malformazioni o anomalie congenite come l’idiozia o il mongolismo, specialmente se associati a cecità o sordità ; microcefalia di natura grave o progressiva; deformità di ogni tipo; malformazioni della testa o spina bifida; invalidare le deformità come la paralisi spastica. Gli esperti concordano sul fatto che, all’inizio, l’età massima che un bambino doveva avere per essere “selezionato” dal Comitato era di 3 anni. Tuttavia, nel corso del tempo questa età è gradualmente aumentata fino ai 16, 17 anni. A livello ufficiale, colui che determinò questa nuova regola fu il Dott. Hefelmann.

Il processo di selezione era sempre lo stesso. Il primo filtro veniva effettuato dallo stesso Hefelmann, che riceveva nel suo ufficio tutti i rapporti inviati dai medici e dalle infermiere. Quindi, dopo aver fatto un primo controllo, spediva i documenti ai suoi subordinati: Catel, Heinze e Wentzler. Su di loro cadde la responsabilità di scegliere chi viveva e chi sarebbe morto. Ognuno dei dottori riceveva un dossier che spiegava le malattie del minore e, senza nemmeno parlare con loro, decidevano se inviarlo o meno a morte.  L’autorizzazione di Adolf Hitler per il programma di eutanasia (operazione T4), fu firmata nell’ottobre 1939, ma datata 1 settembre 1939.
Successivamente, lo stesso documento e il questionario furono passati a un altro dei medici che, quindi, conoscendo già l’opinione del primo raramente si opponeva. Più difficile, se non impossibile, sarebbe stato che il terzo non pensasse allo stesso modo dei suoi altri due colleghi. Nel frattempo, inizialmente i medici responsabili per lo screening dovevano essere identificati, ma, nel corso dei mesi, tutto si arenò perchè finirono col firmare con pseudonimi per evitare il pesante fardello della coscienza. Una volta deciso quali fossero i bambini che dovevano passare attraverso questo ‘trattamento’ grezzo, i medici notificavano alle famiglie in una lettera che il loro piccolo sarebbe stato ammesso in un centro speciale in cui si sarebbe tentato di trovare una cura per la sua malattia. In più, in tale missiva, c’era una clausola che evidenziava la forzata accettazione di quanto scritto, altrimenti i loro figli sarebbero stati lasciati senza cure. Dopo questo processo, i bambini venivano inviati ai cosiddetti “Kinderfachabteilugen“, unità di medicina fondate dal Comitato nei più famosi centri psichiatrici in Germania. Molti di loro rimanevano rinchiusi per un certo tempo così che, a prima vista, le famiglie credessero di ricevere un qualche tipo di trattamento. La loro destinazione finale, tuttavia, era la morte. Una di queste unità si attestò a Kalmenhof, dove la mortalità infantile era aumentata a causa di tale modus operandi, anche se le morti  ufficialmente erano giustificate come “cause naturali”.

Nel ” Kinderfachabteilugen ” furono anche rinchiusi quei bambini il cui trattamento era stato “posticipato”. Per cosa? Semplicemente, per osservare la sua evoluzione nel tempo e prendere, in definitiva, una decisione definitiva sulla sua destinazione. Alla fine, la sua fortuna era simile a quella degli altri piccoli. Probabilmente non tutti soffrivano di disabilità permanenti, ma semplicemente problemi di apprendimento o piccole disabilità. Le loro vite sarebbero però state spezzate da tre individui che non li avevano nemmeno esplorati personalmente. Già nei reparti pediatrici creati dal Comitato, i medici tedeschi esaminavano i bambini. Ma non per trovare una cura per i loro disturbi, ma per decidere la causa più probabile della sicura morte. Dopo i controlli, giungeva il momento dell’assassinio. Il modo più comune di uccidere i bambini era attraverso i barbiturici con una overdose luminale (il cui principio attivo era il fenobarbital, un anticonvulsivante e antiepilettico). A volte venivano usate iniezioni di morfina. Anche se, in questo caso, solo quando il bambino si era abituato al primo farmaco (molto comune quando si trattava di alleviare i sintomi dell’epilessia ). Questo sistema fu il più veloce e non fu molto apprezzato dai medici più sadici. In effetti, alcuni di loro come Hermann Pfannmüller, preferivano lasciare morire lentamente di fame i bambini per non spendere un centesimo dal bilancio dello Stato ed evitare critiche da Hiltler. Ciò sarà chiarito nel 1939: “Queste creature rappresentano per me, in quanto socialista nazionale, solo un peso per la salute del corpo del nostro Volk. Non uccidiamo con veleni o iniezioni, perché fornirebbero materiale infiammabile alla stampa straniera e ad alcuni “signori della Svizzera” [la Croce Rossa]. No, il nostro metodo è molto più semplice e naturale, come potete vedere”.

Influenzati dallo spirito di questo personaggio spregevole, molti altri dottori  escogitarono modi per uccidere i piccoli senza farmaci. Alcuni preferirono lasciarli morire di freddo. Un metodo che consideravano adatto perché, se qualche ente internazionale li avesse indagati, avrebbero potuto sostenere che le morti erano avvenute a causa di un terribile incidente. Dopo il decesso, il Comitato inviava una lettera colma di menzogne, alla famiglia del ragazzo spiegando la causa della sua morte. Veniva raccontato loro che i figli erano morti per complicanze di una polmonite, o per meningite, o qualsiasi altra malattia infettiva e che il corpo, a causa di ciò, doveva per forza di cose essere cremato per evitare il rischio di infezioni. Si stima che circa cinquemila bambini siano stati uccisi durante questa prima fase del programma di eutanasia nazista, molti dei quali bisognosi solo di semplici cure che li avrebbero fatti guarire.

 

Un coccodrillo divora un Pastore Protestante durante un battesimo sulle rive di un lago dell’Etiopia

Un pastore protestante è stato mangiato da un coccodrillo durante la celebrazione del sacramento del battesimo officiato in riva al lago Abaya, nel sud dell’Etiopia, come riporta il diario digitale Borkena.

Il tragico incidente è avvenuto in pieno giorno, mentre Docho Eshete, la vittima, teneva la cerimonia di conversione di 80 persone. Il religioso dopo aver battezzato il primo parrocchiano si è diretto verso il secondo, quando l’enorme bestia enorme è balzata fuori dall’acqua e lo ha aggredito sotto gli occhi terrorizzati di centinaia di testimoni.

Un gruppo di pescatori hanno utilizzato le loro reti per evitare che il rettile trascinasse il corpo nel lago, ma non hanno potuto salvare la vita del sacerdote, che è morto per le ferite profonde su gambe, braccia e schiena.

Il lago Abaya ha una grande popolazione di coccodrilli, che di solito attaccano gli esseri umani a causa della mancanza di pesce, il loro cibo preferito.

Perchè sempre più uomini amano il sesso anale? Ecco le risposte

Avete una relazione stabile e piacevole. State da mesi o forse anni, con quel ragazzo speciale che vi ama, si prende cura di voi e vi fa sentire le donne più belle del mondo. Fino a quando non arriva la domanda che cambia tutto. La richiesta di fare sesso anale che in fondo non è niente di straordinario. Ciò non significa che il tuo ragazzo sia strano, abbia gusti esotici o tendenze omosessuali. La realtà è semplice, a molti uomini piace il sesso anale. La domanda di milioni di persone è: perché? Cosa trova l’uomo di così attraente nell’usare un orifizio che è biologicamente creato per essere un’uscita, e non un ingresso?

L’argomento è piuttosto delicato e molte ragazze non osano affrontarlo, e lo circondano di tabù e mistero. Per chiarire un po’ i loro dubbi, ci siamo assunti il ​​compito di chiedere a diversi uomini la loro opinione al riguardo e cercheremo di dare una visione chiara e semplice di tale esperienza. Per leggere i motivi per cui i mschi amano il sesso anale, dovreste lasciare da parte tutti i paradigmi. Le ragioni risulteranno più che ovvie di quanto pensiate:  Sensazione di potere. Gli uomini amano sentirsi potenti, è parte del loro ego maschile. Sappiamo che può sembrare un po’ macho e territoriale, piuttosto retrogrado, ma è la realtà. Attraverso il sesso anale controllano la situazione e stare sopra una donna per entrare dentro di lei, li fa sentire i re del mondo. Inoltre, la soddisfazione sessuale è interamente nelle mani femminili, poiché non c’è da stimolare alcuna parte aggiuntiva; questo indica che la donna si sta completamente fidando del piacere provocato al compagno. Un uomo ama l’idea di penetrare da dietro e di essere in grado di stimolare tutti i terminali nervosi che sono lì, portando la ragazza a un climax che non hai mai provato prima. Se ha successo, avrà ottenuto l’equivalente di una medaglia d’oro nel test più difficile.

Senso di fiducia. Il fatto che tu, donna, gli permetta di accedere a una parte così intima e inaccessibile gli parla di un’eccessiva fiducia nella sua persona. E non solo per quanto riguarda il piacere, ma anche per la sicurezza di entrare nei tuoi angoli più profondi. Quando accetti di provare, stai dicendo che riponi tutta la tua fiducia in lui, in quanto saprà apprezzare e prendere cura di quella parte intima del tuo corpo. Per gli uomini è un voto di massima stima. È qualcosa di nuovo. Il sesso vaginale è fantastico, per non dire altro, ma dopo pochi anni diventa normale, anche di routine. Diventa la norma. Quindi quando appare la possibilità del sesso anale, quello che un uomo vede è come una nuova avventura, e si eccita come un bambino con un nuovo giocattolo. Non è che il gelato al cioccolato smetta di piacergli, è che vogliono anche provare la vaniglia e gustarla. Il sesso anale è eccitante quanto avere un rapporto a tre o usare giocattoli esotici. Rappresenta questa parte bizzarra che tutti vogliono avere a disposizione. E se fanno divertire anche tu, donna, beh … è come il paradiso. Amare il sedere. Quante volte avete catturato un uomo muovendo maliziosamente il sedere. Innumerevoli. Gli uomini amano le redini e, se hanno l’opportunità di stare vicino e dentro di loro, è come se vincessero la lotteria.

È molto stretto. E questo è uno dei motivi principali. Potete essere bravissime quanto volete nel fare esercizi di Kegel e contrarre la vagina, ma la verità è che l’ano è un posto dove nulla o nessuno è entrato. I muscoli sono intatti e le pareti sono strette. È una fantasia che potrebbe non sembrare attraente per il sesso femminile, ma per loro (i maschi) è una meraviglia. Assicurano che la sensazione sia indescrivibile e molto più piacevole rispetto al sesso vaginale. Sappiamo che queste ragioni non renderanno più attraente la cosa per te, donna, ma possono darti un’idea del perché i ragazzi sono ossessionati dal sesso anale. Ora, se decidi di provarlo, ti suggeriamo di farlo con un partner con cui hai molto tempo a disposizione, possiedi comunicazioni eccellenti e ti fidi più di chiunque altro. L’esperienza può essere piacevole, ma richiede pazienza e impegno da entrambe le parti. Il sesso anale non dovrebbe far male, ma hai bisogno di molto tempo preliminare per raggiungere il piacere. Se provi dolore, torna al gioco precedente per rilassarti, perché questa pratica dovrebbe essere gradevole per entrambi. Ricorda che la comunicazione è essenziale quando fai sesso, specialmente se stai per entrare in una parte così intima del suo corpo, uomo. E sempre, sempre, anche se non puoi rimanere incinta, fai usare il preservativo!

I curiosi metodi contraccettivi dell’Antico Egitto, civiltà in cui furono elaborati i primi trattati di medicina nel campo della ginecologia e della pediatria

Indipendentemente dalla civiltà o dal tempo, una gravidanza è sempre stata la massima espressione di amore tra un uomo e una donna. Oltre ad avere figli, le coppie hanno assicurato la continuità delle consuetudini attraverso la generazione successiva; cosa che ha permesso di forgiare una cultura specifica. Allo stesso modo dei loro genitori, i bambini si sarebbero presi cura di loro e li avrebbero aiutati una volta raggiunta la vecchiaia. Tuttavia, poiché non tutte le coppie hanno potuto avere figli, hanno adottato altri bambini orfani per proteggere la struttura familiare e il loro percorso verso la senescenza. A differenza di altre civiltà nell’antico Egitto l’ infertilità era vista come una malattia e non come una maledizione pestilenziale. E grazie a quella mentalità, fu loro permesso di investigare e così creare i primi studi medici. Sebbene la condizione sterile fosse attribuita solo alla donna, in nessun momento veniva sottovalutata; ed è stata trattata con il meritato rispetto. Gli egiziani hanno scoperto che dalle urine potevano sapere se una donna fosse incinta o meno.
In questo modo hanno iniziato a praticare i primi trattamenti supportati da una medicina intuitiva, incantesimi e rituali per combattere i mali che coinvolgevano la riproduzione. Grazie all’osservazione, sorse l’inizio della ginecologia proprio nell’antico Egitto e con ciò, gettato le basi dei test di gravidanza e della contraccezione.

La scoperta avvenne attraverso le urine, grazie alle quali avevano notato la presenza di un ormone che evidenziava se una donna era incinta o meno. Potevano anche conoscere il sesso del bambino attraverso questo metodo. Mantenevano l’ormone in un contenitore riempito con due tipi di semi: orzo e grano. A seconda del seme che germogliava prima capivano se fosse un maschio o una femmina.
Questa conoscenza è stata raccolta in diversi documenti noti come papiri e scritti dai “saggi”, dopo la lettura di modelli medici. Da quel momento nascono i primi studi sulla sessualità e la riproduzione. Gli egittologi ne scopriranno e decifreranno alcuni come “Papiro Kahoun” (1.900 aC) e il Papiro di Ebers (scoperto nel 1800 aC durante il XIX secolo). Come al giorno d’oggi, c’erano anche diversi scenari in cui una nascita poteva implicare infinite benedizioni per alcuni; o una serie di disgrazie catastrofiche – tra cui la madre e il figlio che avrebbero potuto perdere la vita durante la gravidanza – e senza contare le numerose complicazioni sociali che si verificano a causa delle relazioni extraconiugali. Il periodo dell’allattamento al seno, che poteva durare anche tre anni, riduceva la possibilità di una nuova gravidanza.
In Egitto c’erano diversi tipi di test di gravidanza come l’esplorazione del corpo femminile – per osservare il cambiamento di colore della pelle, il gonfiore del seno, ecc.-, e che molto spesso erano del tutto affidabili.

Tuttavia, non tutte le donne erano disposte a ricevere la maternità e cercavano in tutti i modi di evitare quello stato. Tra i metodi di prevenzione più insoliti, vanno sottolineati: l’uso di tamponi immersi nel miele, l’inserimento di feci di coccodrillo nella vagina o anche una massa pastosa formata da spine d’acacia; una specie di  gomma arabica, che fungeva da potente spermicida. Il periodo dell’allattamento al seno, che poteva durare, come detto sopra, fino ad un periodo di tre anni, era un altro metodo per non avere più figli. Il percorso verso la vita tra concezione e nascita non era mai estraneo al pericolo, sia per la madre che per il nascituro. Gli aborti erano una delle più grandi paure delle donne in gravidanza; in cui oltre a perdere il bambino erano esposte alla morte da emorragie incontrollabili. Per questo motivo gli amuleti venivano appesi e veneravano certe divinità quali: Iside (protettrice della madre e del nascituro) e Taweret (dea della fertilità). Nell’antico Egitto come in altre civiltà, gli anziani erano un pilastro fondamentale per la famiglia e la società. Per gli egiziani uno dei riti più importanti, e che dava un senso all’inevitabile morte, era il “maat”, un rituale funebre che dovevano onorare e mantenerne l’usanza i discendenti. In questo modo, le generazioni seguenti avrebbero permesso non solo che gli anziani donassero la loro saggezza all’umanità; ma che i costumi -creatori di identità collettive- continuassero a vivere attraverso i secoli.

Porcello e donnaiolo: i domestici di Hitler rivelano le sue intimità più vergognose e malsane

La florida città di Berchtesgaden (nelle Alpi bavaresi ) era una delle mete preferite di Adolf Hitler. Qui ci organizzava le sfilate dei suoi amati membri delle SS? Niente di tutto questo. Per il « Führer », tale luogo era in linea di principio sinonimo di riposo. E la verità è che avrebbe dovuto lenire le sue continue crisi nervose, perché da quando ha calpestato per la prima volta le strade di Berchtesgaden nel 1925, ha poi ripetuto costantemente le sue visite fino alla fine della seconda guerra mondiale. Diceva di apprezzare le sue verdi colline, anche se in verità passava molto del suo tempo in un piccolo albergo nella zona, fino a che si decise ad acquistare una casa che battezzò col nome Berghof. In essa (che prima affittò nel 1928 e poi comprò nel 1933) l’uomo più potente in Europa poteva smettere di essere il ” Führer ” e diventare Adolf. Dare, in breve, libero sfogo alla persona dietro al capo del gigantesco Reich che considerava l’erede di Carlo Magno. Il problema è che, per molti, il vero scopo di questa casa era radicalmente opposto all’ideale idilliaco che voleva far credere alla gente. Questo è chiarito, almeno, nelle testimonianze di tre dei domestici che vivevano in tale residenza e che sono stati pubblicati – secondo diversi giornali anglosassoni come il  «Daily Mail» – in « Vivere con Hitler: racconti dello staff domestico di Hitler ».

La realtà è che, sulla base delle dichiarazioni dei suoi servitori, il “vero” Adolf Hitler si dimostrò sempre come un uomo squilibrato (usarato dal lavoro in modo nauseante), trascurato (poteva passare più di tre giorni senza il cambio della biancheria intima) e tra molte altri cose – estremamente ossessivo (esempio di questo era quando qualcuno impiegava più di qualche secondo per portargli un papillon adeguato al suo vestito). A peggiorare le cose, e contro il mito che si è diffuso, le testimonianze raccolte concordano anche sul fatto che il leader nazista amava godersi la compagnia di donne e fare sesso sfrenato con la sua amata Eva Braun. Durante i primi anni, il Berghof diventò un vero e proprio rifugio per le vacanze di Hitler. Tuttavia, tutto cambiò dopo il raggiungimento del potere assoluto. Da allora iniziò il calvario del leader nazista. Infatti, non appena la brava gente della Germania scoprì dov’era il suo luogo di ritiro, iniziarono una serie di viaggi organizzati all’edificio per adorarlo come se fosse una divinità. In linea di principio, il continuo arrivo di spettatori era usato dalla propaganda tedesca per incoraggiare l’idea che il Führer  fosse un uomo molto civile e accessibile. Alla fine, però, si stufò a tal punto di questo continuo peregrinare e di persone che si assiepavano di fronte al cancello del Berghof, che finì per ricorrere a misure più drastiche.

A poco a poco, il regime nazista prese il controllo dell’intera regione, abbattè le case vicine all’abitazione di Adolf e ordinò di costruire una recinzione per isolare il grande capo e il suo personale. Quello fu il momento in cui la residenza divenne un complesso circondato da caserme, quartieri generali di amministrazioni multiple , residenze di gerarchi e poligoni di tiro. Da quando arrivò al Berghof, Hitler si circondò di un seguito di camerieri e assistenti personali che, contrariamente a quanto si crede, cambiava nel corso degli anni. Forse il più famoso membro di questa squadra è stata Elisabeth Kalhammer, la domestica austriaca che ha rotto il suo silenzio nel 2014 rivelando alcuni dei segreti più intimi del leader nazista (tra i quali, il suo amore per le torte di mele con uvetta e noci o la sua bevanda preferita e cioè l’acqua calda). Tuttavia, ” Vivere con Hitler… ” dà voce a tre personaggi ugualmente stretti: Herbert Dohring, Anna Plaim e Karl Wilhelm Krause. Dohring diventò un suo domestico (la cui moglie lavorava col nazista come cuoca) dal 1935; Plaim si unì allo staff come cameriera nel 1941, quando aveva solo 20 anni e Krause fu ritirato dall’esercito tedesco per diventare assistente personale di Hitler. Di questi, il caso più curioso è quello dell’ex militare, così vicino al ” Führer “, da essere soprannominato  ” Ombra “. In effetti, si teneva al passo con le complicazioni che avvenivano in casa anche dopo che venne licenziato. Fino ad oggi, Plaim è l’unico ancora vivo. Il resto della servitù morirà nel 2001.

Dohring racconterà che lui e i suoi colleghi sapevano in prima persona che Adolf Hitler aveva una relazione con Eva Braun . «Un giorno, nel 1936, mia moglie Anna, che era la cuoca, disse:” Ascoltami, sta arrivando una ragazza bionda che è la ragazza di Hitler “. “Nessuno lo sapeva fino ad allora “, spiega. Per quanto detto dal domestico, la coppia mantenne la loro relazione segreta per un po’ di tempo. “La regola era che non si poteva parlare di Eva Braun a nessuno.” Il servitore ricorda anche che, la prima volta che vide la ragazza, stava camminando intorno alla terrazza con il capo nazista e che era vestita in modo molto elegante, anche se sembrava di cattivo umore. “Apparentemente, il rapporto tra i due non era così passionale come si vuol far credere oggi. Principalmente, a causa dell’ossessione per il lavoro svolto dal leader nazista. “Non molto tempo dopo, Hitler mi ha chiesto di andare nel suo studio all’ultimo piano per aiutarlo con alcuni documenti. L’ho trovato totalmente perso nei suoi pensieri mentre lavorava. Poi qualcuno bussò alla porta che portava alla sua stanza, ma non sentì nessuna voce. I colpi si ripeterono più volte e poi Eva Braun entrò “, aggiunge. “Hitler era una persona molto sola che lavorava sempre. Poteva scrivere un discorso fino alle quattro del mattino”
” L’entrata di Eva Braun senza permesso ha reso Hitler totalmente pazzo, e non ha esitato a inveire contro la sua ragazza finché non è uscita”. Il servitore ricorderà così le sue parole: “Arrivi sempre quando non voglio essere disturbato! Dovresti capire che sto lavorando! Ora non ho niente da dirti! ». La donna che, alla fine, si sarebbe suicidata con il Führer, divenne rossa di rabbia e lasciò la stanza. Per Dohring, la scena ebbe a dimostrare che non erano fatti l’uno per l’altra. ” Non sarebbero mai stati una coppia in circostanze normali “, rivelerà.

Non era l’unica esplosione di rabbia che ebbe. “Hitler era un uomo strano e pieno di contraddizioni.” Al mattino i servi sapevano quando era di umore buono o cattivo. Se scendeva le scale dalla sua stanza canticchiando, era sinonimo di giornata tranquilla. Al contrario, se fischiettava era meglio allontanarsi da lui. Nelle parole di Dohring, si intuisce in quale terribile stato d’animo fosse quel dittatore, che lo ha portato varie volte all’idea del suicidio. “Hitler era una persona molto sola il cui interesse era solo il lavoro”, conclude. Nel complesso, Dohring ricorda che Eva Braun non era la personificazione della gentilezza. Anzi, si arrabbiava quando i domestici non potevano dargli i lussi richiesti. Dopo l’ inizio della seconda guerra mondiale, il cibo cominciò a scarseggiare. “Mentre gli altri non avevano niente da mettere in bocca, lei chiese zuppa di tartaruga, succo d’arancia appena spremuto e caramelle. Questo mi ha infastidito molto”. Quando parlava era sempre annoiata e di cattivo umore con Hitler. ” Un giorno un bell’uomo come Hermann Fegelein, un ufficiale di collegamento di Hitler, è entrato nella sua stanza, e lei ha agito come se fosse innamorata di questo soldato”, afferma. L’assistente personale di Hitler, Karl Wilhelm Kraus, entrò al servizio di Adolf dopo uninterrogatorio di soli quattro minuti in cui Hitler gli impartì una regola: ” Qualunque cosa senti e vedi qui non è affare di nessuno “. Da quel momento in poi, uno dei compiti principali di Krause fu quello di prendersi cura degli abiti di Hitler. E così realizzò che il “Führer” odiava i vestiti nuovi . “I suoi indumenti civili erano così logori che persino un umile impiegato non li avrebbe voluti. Il problema è che la gente ha scritto per rimproverarmi, che era tutta colpa mia. Ricordo che una volta era così stanco che il capo nazista indossò gli stessi abiti più e più volte. Allora chiesi ad un sarto di venire a casa sua per confezionargli un vestito. Quando lo seppe mi rimproverò per tre giorni di fila”.

La stessa cosa  successe con i suoi vecchi stivali alti . “Non poteva sopportare di separarsi da loro. Anche quando gli ho portato tre paia di stivali nuovi, continuava a usarli “. E lo stesso con le scarpe . “Portava sempre gli stessi mocassini neri, che erano orribili. Era testardo. Per anni ignorò le scarpe marroni che aveva comprato per indossare i suoi abiti chiari. Il suo comportamento ossessivo ha raggiunto il massimo con i papillon, che non riusciva ad annodare e con i quali ha avuto litigi indescrivibili.” Infine, Krause ricorderà con orrore la relazione che Hitler aveva con le sue mutande. “A volte le cambiava tre o quattro volte in un giorno, e a volte teneva le stesse per quasi una settimana.” “Alla fine ero così preoccupato della mancanza di mutande che chiesi a una sarta di crearne una decina identiche a quelle vecchie e bucate.”  Quando Hitler lo seppe andò nella stanza di Krause e gettò per terra le mutande nuove affermando che non le avrebbe mai usate. Per non doverle buttare via, lo stesso servitore le usò lui stesso. “Qualche settimana più tardi, mi resi conto che Hitler aveva improvvisamente esaurito la biancheria pulita. Cosa potevo fare? Sebbene avessi usato le sue mutande, dato che erano pulite, le ho preparate per il mattino seguente … Con mia sorpresa, le ha indossate senza dire nulla”. Uno dei punti salienti della dichiarazione di questo domestico è quando afferma che Hitler provava una grande attrazione per le tedesche. “Posso assicurare che Hitler non odiava le donne. Se vedeva un’attrice attrice in un film o in un’opera teatrale, mi chiedeva di presentargliela. Le attrici cinematografiche che le sono piaciute particolarmente sono Olga Tschechowa e Brigitte Horney. E io le invitavo a nome suo” , aggiunge. A sua volta, era affascinato dalle giovani ragazze che vedeva. «Mio Dio, quanto è bella!», esclamava Adolf. In effetti, e in risposta alle dichiarazioni di Kraus, Hitler era solito girarsi per continuare a guardarle una volta passate davanti a lui. “Se ero seduto nelle vicinanze, mi faceva seguire la ragazza che aveva visto per invitarla a cena. Molto spesso voleva che chiedessi loro il suo indirizzo personale.”