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La pubblicità americana che ha creato la società dello stupro e delle molestie sessuali. E oggi…tutto come prima!

Al giorno d’oggi quesa tipologia di pubblicità verrebbe sicuramente censurata per il contenuto estremamente sessista e razzista. La propaganda americana ha dato il là alla società dello stupro e delle molestie sessuali senza nessun ostacolo da parte delle autorità sol perchè l’oggetto/soggetto era una donna. Beh, certo, le violenze perpetrate verso il sesso femminile esistono dai tempi dei tempi, ma arrivare a pubblicizzarle appare abbastanza disgustoso.

“Soffiale il fumo in faccia e lei ti seguirà ovunque” recitava vigliaccamente uno spot del 1969.

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Ancora più cinico lo slogan della Kellog’s del 1930 : “Più duramente lavorerà una moglie e più sembrerà carina”. Da vomito!

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Le marche più famose di allora, dai pantaloni Mr Leggs ai saponi N.K.Fairbank, con un piccolo bimbo bianco che incuriosito chiede ad uno di colore perchè sua madre  non l’avesse lavato con il sapone pubblicizzato, fanno capire che la Guerra di Secessione è servita ben poco agli americani.  

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Immagini ignobili e sconcertanti che gli statunitensi accettavano senza batter ciglio e che parevano sponsorizzare un’ideologia e non un prodotto da consumare. Una sorta di fascismo all’americana che se ne fregava altamente dei diritti umani; veri e propri stimoli -espliciti e diretti- verso l’acclamazione della violenza nei confronti dei soggetti più deboli. Guardate con attenzione questa locandina che evidenzia un uomo che si domanda se sia ancora illegale uccidere una donna!

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Oppure questo spot che sosteneva il machismo più arrogante e perverso, raffigurante una donna schiava del marito.

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Pubblicità più recenti sembrano continuare, non tanto velatamente, la pessima sinfonia degli anni che furono con immagini che raffigurano giovani donne sculacciate dal marito, calpestate e con la testa sotto i piedi di predatori casalinghi, assolutamente assoggettate al capo e ritenute addirittura incapaci di aprire una bottiglia di passato di pomodoro.

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“È bello avere una ragazza intorno”.

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“Il capo sa fare tutto, ma non cucinare; per quello ci sono le mogli!

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“Pensi una donna possa aprirlo?”

Non che nel 2017 le cose siano migliorate; no, non volevo scrivere questo. Anzi, pubblicità con modelle brutalizzate, come quella censurata di Dolce & Gabbana, quelle con fastidiosi doppi sensi tipo “Fidati…Te la do gratis- La montatura !” e via dicendo, sottolineano ancora di più quanto l’ Homo Erectus sia attualmente presente nella nostra iper-tecnologizzata società, sempre alla ricerca, stavolta, di prede umane preferibilmente di sesso femminile, stimolato giornalmente da certa propaganda “svestita” che diventa un pericoloso pungolo ad agire nel peggiore dei modi.

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La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

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Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

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Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

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Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

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Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

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1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

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Ammalarsi gravemente a causa della Coca Cola

Donna Gunner, 51enne di Somerset (Regno Unito), ha riconosciuto di essere andata fuori di testa per aver consumato 30 lattine di Coca-Cola al giorno per oltre 20 anni: una distruttiva abitudine che le ha fatto spendere ben $ 69.000 da quando ha iniziato a bere questa bevanda, come riporta il Daily Mirror.

Una lattina di Coca era la prima cosa a cui pensava appena sveglia. Con tale dipendenza Donna, era come se mangiasse 1 kg di zucchero, pari a 4.170 calorie al giorno, costringendola a ingrassare di diverse taglie, ad ammalarsi di diabete di tipo II e generare seri problemi alla pressione arteriosa.

Inoltre, come scritto sopra, il vizio le è costato non poco. Al quotidiano inglese ha detto “Ero totalmente dipendente e ho dovuto sopportare dolori immensi dovuti all’astinenza da caffeina, quando ho cercato di smettere di bere la soda”. Ero continuamente in stato d’ agitazione, mal di testa e voglie notturne continuative, proprio come un tossicodipendente, ma sapevo che dovevo cambiare “, ha aggiunto.

Guardando indietro, mi sento disgustata dalla quantità di denaro che ho sprecato e per ciò che ho fatto al mio corpo “ , ha terminato.

Per liberarsi dal vizio, la signora Gunner ha perso molto peso e la sua saluta è migliorata notevolmente, ma riconosce ancora di sentire “desiderio di Coca-Cola.”

 

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Sette motivi per cui le donne vogliono fare sesso e sette ragioni per le quali dicono “no”

Quando un uomo osa fare il passo per ottenere una relazione sessuale, può essere piacevolmente sorpreso dal fatto che la donna coincida con il suo desiderio o, il dispiacere di ricevere un “no”. Ma cos’è che porta una donna a dare una risposta negativa? Secondo gli esperti, la sensazione di amore è la prima ragione per cui una donna vuole fare sesso con il suo partner, ma vengono anche aggiunti altri motivi che portano le donne ad avere una relazione sessuale:

– L’attrattiva dell’uomo è posta come elemento principale quando si risveglia la libido sessuale.

– L’esperienza del piacere fisico è una ragione più basilare, perchè il desiderio sessuale appartiene anche alle donne. Un buon orgasmo è una ragione più che sufficiente per dire sì all’uomo giusto.

– Sicurezza in sé e sentirsi bene, perché quando una donna si vede attraente e bella aumenta il desiderio di dimostrare la propria capacità di seduzione.

– Esprima o dimostri amore e affetto, qualcosa che accade soprattutto nelle relazioni stabili e che sarà sempre presente nel sesso.

– Stato di eccitazione. Una donna eccitata e stimolata correttamente attraverso il processo di seduzione scatena tutta la sua libido.

– Stimolazione mentale. Un uomo che la diverte, empatico e con un’ottima parlantina può essere uno stimolo per le donne. Allo stesso modo, gli uomini sicuri di sé, con un carattere forte, ma piacevole, possono essere molto apprezzati.

 

Anche se non tutte le donne usano il sesso come un modo per superare la mancanza di amore o di rifiuto, è vero che molte di loro sono più ricettive dopo un episodio di questo tipo.

La risposta “no

Per quanto riguarda le questioni che portano ad un “no” secco,  sono collegate a questioni strettamente correlate alle precedenti. Una scarsa cura fisica o argomenti non interessanti e stimolanti sono sufficienti per un deciso diniego. Queste sono le principali conclusioni di molte donne:

-Un uomo che si prende poca cura del proprio fisico ha l’80% di possibilità di ricevere una risposta negativa se cerca di sedurre una donna. L’attenzione personale è decisiva nell’attrazione fisica e non approfittarne ne valuta il valore in modo importante.

-Eccesso di «sfregamento». Sentire che lo spazio vitale è stato invaso ripetutamente senza aver concesso questo permesso è qualcosa che nove donne su dieci non apprezzano. La sottile differenza tra sedurre e molestare.

-Un uomo noioso. Quando non c’è iniziativa, il dialogo o la conversazione non è interessante significa dire addio al sesso.

-Quando una donna non si sente a proprio agio con se stessa, non si trova attraente o sta attraversando un momento di fragilità morale, non importa se George Clooney o Brad Pitt incrociano la sua strada. In queste circostanze, il sesso è qualcosa di accessorio e poco motivante per lei.

-Le mestruazioni. In quei giorni quasi il 75% delle donne è poco o non è ricettivo a fare sesso, indipendentemente da altri fattori che possono non stimolare i sintomi per fare sesso.

-Il posto. Il rifiuto di fare sesso in posti scomodi come un’auto, un bagno o una stanza  d’albergo di terz’ordine è più comune di quanto sembri. Sebbene esistano donne intrepide che mettono il loro desiderio sessuale prima di altre circostanze, è vero che il confort è la cosa più importante per la maggioranza.

-Sentirsi solo un oggetto. Uno dei motivi principali del “no” alle relazioni sessuali è che l’altra persona faccia sentire la donna come un oggetto con tecniche di seduzione sessiste che non le fanno capire di essere apprezzata.

 

Abusi sessuali e rituali di sangue: l’orrore in una scuola circense in Australia

Una scuola di circo da tempo pubblicizzava il proprio operato come “ l’opportunità di apprendere tutti i segreti circensi con divertimento e disciplina”, ma in realtà era solo la mostruosa facciata di uno spettacolo dell’orrore, tra cui rapimenti e abusi sessuali.
Il circo Arcade si trova in un deposito fatto di mattoni in rovina presso Katoomba, una cittadina rurale australiana nella zona delle Blue Mountains. Lunedì, gli investigatori hanno arrestato sette persone, cinque donne e due uomini, messo i sigilli alla scuola con l’accusa di aver molestato tre bambini tra il 2014 e il 2016, in base a un comunicato stampa da parte della polizia nel New South Wales. L’Australian Broadcasting Corporation (ABC) ha riferito che i tre bambini, tutti sotto gli 8 anni non erano studenti della scuola, ma sono stati attirati presso il circo diabolico con la scusa di insegnarli tutte le magie circensi.

In totale, gli imputati, tra cui i fratelli Teresa e Paul Cook, la figlia di Teresa, Yyani, e Meredith, figlia adottiva di Teresa si affacciano al processo con 127 accuse penali, tra cui stupro, sequestro di persona, aggravata violenza sessuale e materiale pedopornografico. Altri tre imputati non sono stati identificati poiché minorenni.
Citando i documenti del tribunale, l’ ABC ha riferito che almeno uno degli attacchi si è verificato il 25 aprile, 2016 durante  The Anzac Day, una vacanza australiana in onore dei veterani militari. Quel giorno, Teresa e gli altri hanno violentato a sangue due bambini, di età compresa tra 4 e 7 anni. I fratelli Cook, stando ai rapporti del PM avrebbero costretto i loro figli ad avere rapporti sessuali con questi bambini.

Paul Cook avrebbe ideato le efferate aggressioni sessuali, ma senza parteciparvi attivamente, mentre Meredith è accusata di aver violentato una delle vittime per ben sette volte.
Certi giorni gli stupri si sono verificati alla presenza di altre persone, secondo i documenti delle forze dell’ordine. ABC ha anche riferito che la polizia ha detto che le vittime sono state sottoposte ad un “rituale di sangue”, dove sono stati costretti a bere il proprio in almeno un’occasione. Gli agenti non hanno specificato da quanto le vittime erano state catturate dagli accusati.

Finora non ci sono state accuse di studenti della scuola di circo, che ha chiuso i battenti per l’indagine ancora in corso.

Nella foto in alto: Teresa Cook e un’immagine del circo dei mostri

Marito e moglie vendono tutto per farsi la barca e navigare in tutto il mondo, ma…

Tanner Broadwell (26anni) e Nikki Walsh (24anni), hanno deciso di liberarsi di tutti i loro averi per realizzare il sogno di navigare toccando i porti di tutto il mondo. Hanno così acquistato una barca, ma la felicità è durata solo due giorni.

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La barca dei due sposini.

La coppia del Colorado (USA), è riuscitia a raccogliere quanto più denaro possibile e dopo aver acquistato la sua “Love Boat” è partita verso l’avventura, ma dopo due giorni i servizi di emergenza hanno ricevuto una chiamata che li informava che una imbarcazione si era rovesciata nel Golfo del Messico, vicino Madeira: era la barca di Tanner e Nikki.

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La barca di Tanner e Nikki dopo la collisione

Anche se i giovani e il loro cucciolo di Carlino, Remy, sono riusciti a mettersi in salvo appena in tempo, tutto ciò che avevano nella barca è affondato miseramente. Quando un’imbarcazione è venuta a recuperarli Nikki ha detto ” Abbiamo perso tutto, ma proprio tutto, e ogni cosa era senza assicurazione, ma siamo riusciti ad arrivare a terra e non lasceremo di certo naufragare i nostri sogni”. 

Anche Tanner, ha subito aggiunto ” Ho venduto tutto ciò che avevo e ho perso ogni cosa nel giro di venti minuti. Ma non ho assoluta intenzione di mollare per un incidente di cui non sappiamo ancora la dinamica. Siamo entrati in collisione con un oggetto che non è stato identificato. Il sogno, però, continuerà…altro se continuerà!”  

Se lo dicono loro!!!!

 

 

Sulle donne che adorano l’uomo brutto… ma affascinante!

L’allarme è stato fatto scattare da Julia Roberts agli inizi degli anni ’90, quando ha stupito tutti sposandosi con Kiefer Sutherland, ma facendo raggiungere attimi di vero panico ai fans quando è tornata sull’altare con Lyle Lovett, sicuramente l’uomo vivente più brutto dell’epoca moderna.

   La Roberts con Lovett

Lei, a quei tempi, era stata definita la fidanzata d’America e tutto quello che faceva veniva, in qualche modo, legittimato.

Ergo, unirsi con i brutti si è convertito in tendenza.

Inma del Moral con Pedro Ruiz

Così, le coppie asimmetriche come Angelina Jolie e Billy Bob Thornton, Mira Sorvino e Quentin Tarantino, Inma del Moral con Pedro Ruiz, Monica Bellucci e Vincent Cassell, Megan Fox e Brian Austin Green sono passate sotto i nostri radar, senza turbolenze.

   Angelina Jolie e Billy Bob Thornton

La teoria del sottoscritto è che, incontrandosi i termini maschili delle equazioni proposte, con quelli femminili, inclusi entro lo star system, è presupposto di questi tipi simpatici, ma brutti, un know how comportamentale che fa sì che le bellissime signorine possano invaghirsi di costoro senza la minima complicazione. Raro, ma possibile e promettente. In ogni modo, oggi vi parleremo di gente senza know how, impiegati distinti come voi, perfettamente vestiti con pettinature avanguardiste, ma con il piccolo difetto di essere brutti. Cosa questa da non, assolutamente, vergognarsi. Prendete uno specchio in mano, riflettetevi e ripetete: “Sono brutto, ma molto seducente.” Una volta assimilata la quasi verità, potete avanzare spediti.

E sapete una cosa? E qui entra in gioco la voce dell’esperienza molto soave e carica di ragione. Come giornalista ho l’obbligo di sfogliare e interessarmi a donne molto belle, soprattutto per la rubrica Moda, la maggioranza delle volte incoscienti del loro potere “incantatorio”. Sono ragazze che, come la già citata Julia Roberts in “Notting Hill”, vogliono al loro fianco solo semplici librai che le amino. “After all… I’m just a girl, standing in front of a boy, asking him to love her”. In realtà, quando la cosa diventa seria, tipo se le muore il pappagallo, o intensa, le amiche la odiano perché è la più bella della zona, una spalla su cui piangere, sebbene non sia quella di Brad Pitt, la trovano sempre, magari senza muscoli o tatuaggi. Le tecniche che dovete seguire per sedurre una donna fisicamente prepotente sono: l’indifferenza rispetto alla sua bellezza, moltiplicare il convincimento in voi stessi.

Quindi, si troveranno con qualcuno che, finalmente, sa collegare due frasi ravvicinate (qualcosa non così tanto frequente, ve lo garantisco) aggiunto al fatto che se, appartenendo a stirpi genetiche distinte, si sentiranno in diritto di essere abbordate.

1) Mostratevi audaci. Tutti sappiamo che i tipi il cui secondo nome è “Pericolo” finiscono per fare strage di cuori.

2) Puntate dritti verso i loro segreti, che non si vedono a prima vista, ma che meritano di essere decifrati. Capterete immediatamente, dopo il sesto caffè, che la loro “altissima” bellezza non è all’estenuante ricerca dell’alter ego maschile, e pian piano finiranno per confessare “A me, voglio essere sincera, piacciono brutti e/o calvi e/o grassi e /o bassi ”.

Riflessioni sul tema.

Non si capisce, in detto punto 2, tale apologia dell’eugenetica -dove si preferisce a George Clooney un Danny de Vito qualunque, o almeno non solo quest’ultimo- ma crediamo che non sia politicamente scorretto offendersi quando uno che corre 20 chilometri al giorno, si condisce il cuoio capelluto con mille ed una fiale ristrutturante, gioca a calcetto i giorni dispari, si fa chiamare ironman, venga accreditato come una grande e bella chiavica solo muscoli e forza, e non rimanga molto simpatico all’operaio dell’Ansaldo Breda o alla più bella del reame.

   3) Ne derivano tre tipologie di donne :  A) Quelle politicamente corrette, che pensano    che tale concessione le renda meno superficiali;  B) Quelle che non hanno autostima e che  devono sapersi, in qualche modo, superiori al loro partner; C) Quelle stravaganti. Se non è  possibile realizzare nessuna delle condizioni negative a priori che questo collettivo richiede  perché siate scelti, e cioè farvi capire che a loro piacciono quelli troppo belli, alti, palestrati,  tengo a puntualizzare che tale scomparto C risulta, dopo approfonditi studi, molto più  vantaggioso rispetto alle norme shakespeariane dettate in “Romeo e Giulietta”, dove ognuno  veniva posizionato solo ed esclusivamente con quelli della loro stirpe nobiliare, e queste,  come negarlo, sembrano proprio ottime notizie. 

 

La foto sopra il titolo: Brooke Shields e Andre Agassi

               ie.

Tremo, quando sento parlare della Magistratura italiana. Vi spiego perchè

Sì, ho paura, anzi terrore della magistratura. L’ho detto centinaia di volte, soprattutto perchè ho avuto a che fare anch’io con questo potere totalitario ed esclusivo che può decidere il resto della tua vita, di un popolo, di uno Stato, di un governo e ti riduce a suo schiavo. La giustizia dovrebbe essere il più grande argine al male, ma purtroppo vivendo in una realtà dove i principi e i giudizi etici e culturali sono relativi a norme prestabilite da certi individui, non esiste più alcuna morale civile e giuridica. Quindi, i magistrati possono tranquillamente sentenziare a loro nome, disponendo di un potere enorme che spaventa il ricco, meno, e il povero, molto di più. Infatti è la stessa magistratura a interpretare la legge, una legge con la g minuscola. Pertanto, se obbligati a trovare qualche differenza tra il potere dei giudici e quello dei grandi teologi sciiti, è che quest’ultimi agiscono per conto e nel nome di una religione antichissima, fortemente radicata e condivisa da milioni di persone che rispettano il volere degli ayatollah. I pm, i gip, i gup e via dicendo, al contrario, sono i portavoce di una casta che usa esclusivamente la forza del suo potere immenso, cioè negare la libertà ad un essere umano solo ed esclusivamente secondo la propria non discutibile interpretazione della legge.

Ho testato sulle mie spalle che il limite tra le prove provate e gli indizi vengono, senza la minima perplessità, superati a loro discrezione e lo stesso avviene tra imputati e testimoni se i secondi non confermano gli “ordini” del giudice. A questo punto ogni diritto e garanzia non hanno più alcun valore di fronte ai dettami delle toghe nere. Ai giudici non importa niente se con le loro, più volte, errate sentenze distruggono la vita di una persona o determinano effetti pubblici ed economici devastanti. Riescono a dormire sereni e tra dozzine di guanciali, ognuno dei quali rappresenta un innocente sbattuto in galera. Questi personaggi sono liberi di distruggere industrie di primaria importanza, partiti politici, imprenditori, governi, intiere famiglie. Appena credono di avere in mano il Pacciani della situazione, informano la stampa affinchè i media sappianodelle loro gesta eroiche. Poi, il Pacciani, risulterà essere un semplice impiegato di un’azienda che per voler difendere il proprio datore di lavoro da comportamenti da pervertito, è caduto come una mosca nella ragnatela mortale dei magistrati. E allora via alla gogna mediateca, pur sapendo (i giudici) di non aver davanti il Mostro di Firenze; tanto indietro non torneranno mai.

Pertanto, non possiamo che parlare di vendicativo arbitrio perpetrato nel nome della loro legge, avvolta da funesta oggettività e innegabile obbligarietà, e con la consapevolezza che nessuno potrà fermare questa barbarie contro l’innocente di turno. Infatti, costoro non saranno mai sottoposti al minimo vincolo da rispettare se non una giustizia che loro stessi manipolano a piacimento. Eppure, sono certo che non tutti sono così, ma basta un piccolo numero di spietati pistoleri della legge e tutto va in monte. Sì, perchè certuni -approfittandosi della nostra società ormai aperta al nullismo totale- ove il male si confonde con il bene, in cui tutto è basato sul soggettivismo, si ammantano indisturbati di un potere senza regole di cui fanno costantemente abuso. Così nessuno, nemmeno un Presidente del Consiglio o il Capo dello Stato, possono fermare tale infausta azione distruttiva, in quanto ben protetti da chiunque mettesse in dubbio questo loro agire sconsiderato. Come ormai ci siamo resi conto da tempo, tutti, anche il politico più in vista, è tenuto a rispondere del suo operato: al suo schieramento, agli elettori, ai giudici…

Il magistrato, invece, assolutamente no! Il CSM che dovrebbe punire chi sbaglia è, nella reltà dei fatti, un organo di autodifesa, anzi, di auto-legittimazione, poichè la magistratura sarà sempre e comunque protetta dalla sua parziale autonomia e dalle norme che prevedono di santificare i loro precetti per mantenere intatto il potere. La magistratura ha da anni negata la ragion di Stato, e questo ha portato alla totale cancellazione della civiltà giuridica romana, presa ad esempio da quasi tutti i Paesi del mondo. Legittimandosi per conto proprio, si ciba delle sue interpretazioni e fa uso della Polizia Giudiziaria per far applicare i suoi verdetti.
Ora come ora se vogliamo mettere un freno a tutte queste condanne di innocenti e a tale abuso indiscriminato di potere (per rendersi conto dello sfacelo collegatevi a http://www.errorigiudiziari.com) è che il Presidente della Repubblica, unitamente al potere esecutivo e legislativo, si muovano per cambiare, mettere un freno, esaminare attentamente questo illegale modo di esercitare il potere con i suoi luttuosi effetti. Un’altra possibilità è disarmare i giudici che abusano del loro immenso potere disinnescando gli ordigni mortali che stanno seminando nella società italiana. Ormai il mostro è nato, qualcuno deve bloccarlo o arriveremo al punto di dover chiedere il permesso al magistrato di zona anche per andare a comprarsi un gelato. Troppi hanno pagato le decisioni del Mostro, in reputazione, in denaro, in visibilità, in salute…E’ arrivata l’ora di esigere una giustizia che non guardi in faccia a nessuno, solo una giustizia giusta. Quella che io non conosco.

In Spagna una bambina di 11 anni ha dato alla luce un figlio il cui padre è il fratello quattordicenne

La ragazzina, di nazionalità boliviana e di cui non si hanno ulteriori dettagli in quanto minorenne, ha avvertito giorni fa fortissimi dolori addominali e, in seguito, ha dato alla luce un bambino, nella città di Murcia (sud-est della Spagna).
Madre e bambino sono in buona salute, in base a fonti mediche.
I medici dell’ospedale, seguendo il protocollo, hanno riferito l’accaduto al giudice minorile, che ha ordinato un’indagine della polizia, e che sembra aver ottenuto i suoi primi frutti.

Un portavoce della polizia di Murcia ha dichiarato che l’unità Juvanile Group si è mossa per dare tutto il conforto possibile alla giovanissima madre presso l’Ospedale infantile Virgen de l’Arrixaca, Murcia, dove vengono assistiti i piccoli nati in situazioni molto simili a quello della ragazzina.

Più di un centinaio di ragazze diventano madri ogni anno in Spagna prima all’età di quindici anni, in base ai dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (INE) e tali cifre  riflettono che queste gravidanze devono essere moltiplicate per più di tre tra coloro che hanno già raggiunto tale età.
In Spagna l’età minima per il sesso consensuale è sedici anni. Gli inquirenti, hanno inoltre affermato che gli stessi genitori dei due fratelli hanno dichiarato che da tempo i due giovanissimi passavano molto tempo insieme.