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La pubblicità americana che ha creato la società dello stupro e delle molestie sessuali. E oggi…tutto come prima!

Al giorno d’oggi quesa tipologia di pubblicità verrebbe sicuramente censurata per il contenuto estremamente sessista e razzista. La propaganda americana ha dato il là alla società dello stupro e delle molestie sessuali senza nessun ostacolo da parte delle autorità sol perchè l’oggetto/soggetto era una donna. Beh, certo, le violenze perpetrate verso il sesso femminile esistono dai tempi dei tempi, ma arrivare a pubblicizzarle appare abbastanza disgustoso.

“Soffiale il fumo in faccia e lei ti seguirà ovunque” recitava vigliaccamente uno spot del 1969.

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Ancora più cinico lo slogan della Kellog’s del 1930 : “Più duramente lavorerà una moglie e più sembrerà carina”. Da vomito!

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Le marche più famose di allora, dai pantaloni Mr Leggs ai saponi N.K.Fairbank, con un piccolo bimbo bianco che incuriosito chiede ad uno di colore perchè sua madre  non l’avesse lavato con il sapone pubblicizzato, fanno capire che la Guerra di Secessione è servita ben poco agli americani.  

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Immagini ignobili e sconcertanti che gli statunitensi accettavano senza batter ciglio e che parevano sponsorizzare un’ideologia e non un prodotto da consumare. Una sorta di fascismo all’americana che se ne fregava altamente dei diritti umani; veri e propri stimoli -espliciti e diretti- verso l’acclamazione della violenza nei confronti dei soggetti più deboli. Guardate con attenzione questa locandina che evidenzia un uomo che si domanda se sia ancora illegale uccidere una donna!

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Oppure questo spot che sosteneva il machismo più arrogante e perverso, raffigurante una donna schiava del marito.

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Pubblicità più recenti sembrano continuare, non tanto velatamente, la pessima sinfonia degli anni che furono con immagini che raffigurano giovani donne sculacciate dal marito, calpestate e con la testa sotto i piedi di predatori casalinghi, assolutamente assoggettate al capo e ritenute addirittura incapaci di aprire una bottiglia di passato di pomodoro.

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“È bello avere una ragazza intorno”.

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“Il capo sa fare tutto, ma non cucinare; per quello ci sono le mogli!

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“Pensi una donna possa aprirlo?”

Non che nel 2017 le cose siano migliorate; no, non volevo scrivere questo. Anzi, pubblicità con modelle brutalizzate, come quella censurata di Dolce & Gabbana, quelle con fastidiosi doppi sensi tipo “Fidati…Te la do gratis- La montatura !” e via dicendo, sottolineano ancora di più quanto l’ Homo Erectus sia attualmente presente nella nostra iper-tecnologizzata società, sempre alla ricerca, stavolta, di prede umane preferibilmente di sesso femminile, stimolato giornalmente da certa propaganda “svestita” che diventa un pericoloso pungolo ad agire nel peggiore dei modi.

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La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

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Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

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Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

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Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

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Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

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1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

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Coglioni!

Molte volte, quando piangi, nessuno nota le tue lacrime…

Molte volte… quando sei triste… nessuno nota la tua tristezza…

Molte volte… quando sei preoccupato nessuno si rende conto della tua inquietudine…

Molte volte… quando sei depresso nessuno nota la tua disperazione…

Molte volte… quando sei felice… nessuno nota il tuo sorriso…

Ma, osa sbadigliare senza la mano davanti alla bocca, benché tu non sia più un ragazzotto,

o tirati fuori un po’ di caccole o semplicemente grattati il sedere facendo solo il gesto…

e vedrai che per lo meno 2 o 3 figli di buona donna si renderanno subito conto che esisti.

Queste persone sono degli emeriti Coglioni, senza per altro gli attributi!

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La storia dei nostri anni ’70 in sette parti. Prima parte,1970-1971: voglia di libertà e trasgressione

Proruppe la creatività, il desiderio illimitato di progresso, l’interesse per la tecnologia e l’archeologia. I pantaloni a campana, le stampe a fiori, camminare a piedi scalzi, raffigurarono una nuova tipologia di cultura che andava identificandosi con il nome “Hippie”, una rivoluzione pacifista formata da legioni di giovani. Fu un periodo dalle sfumature diverse che si caratterizzava in una forte competitività attraverso la presenza, sempre più costante, dei media, le varie forme di contestazioni derivanti da certi moti rivoluzionari generazionali, il sesso libero e la droga, con quest’ultime che divengono, in breve tempo, porzione primaria della vita dei giovani. Tutto ciò ebbe a far zampillare un maroso musicale di così vasta grandezza, e estrosità, che non ha mai avuto eguali fino ad ora.

Il 1970, ci proporrà le dimissioni del Governo Rumor, che verrà poi riconfermato; la nascita dello Statuto del Lavoratori; a Milano, per la prima volta, apparirà il simbolo delle Brigate Rosse; è lo storico anno dello scudetto al Cagliari di Gigi Riva e dell’ epica partita di semifinale tra Germania e Italia a Città del Messico; la televisione inaugurerà la prima puntata di Giochi senza Frontiere e il mitico Rischiatutto. Eppoi, via libera a Canzonissima con Corrado, la Carrà e il suo Tuca Tuca. La radio si farà regina con due programmi che diventeranno veri cult : “Alto gradimento” di Arbore e Boncompagni e “Batto quattro”, varietà presentato dal grande Gino Bramieri. Musicalmente parlando suscita scalpore lo smembramento dei Beatles, che abbracceranno carriere da solisti. Nonostante la fine del gruppo, sarà un anno ricco di grandi sorprese, come l’ album “Dejà vu’ ” di Crosby, Stills, Nash & Young, “Deep Purple in rock”, “Trespass” dei Genesis, “Atom heart mother” dei Pink Floyd, “Abraxas” dei Santana.

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E in agosto l’indimenticabile festival nell’isola di Wight con un protagonista assoluto su tutti: Jimi Hendrix, che dopo pochi giorni verrà trovato morto nel suo appartamento londinese, in seguito ad un’intossicazione da ipnotici. Così, finirà la leggenda di un “maledetto” della musica rock. Il Festival di Sanremo se lo aggiudicarono, in coppia, Celentano e sua moglie Claudia Mori, con la canzone “ Chi non lavora non fa l’amore”. Ma, i veri, immensi successi arrivano dall’estero con due grandi, indimenticabili canzoni: “It’s five o’ clock” degli Aphrodites Child e “Venus” degli Shocking blue.

Il 1971, vedrà le donne acquisire maggiore rispetto e consapevolezza verso loro stesse, esprimendosi con maggiore libertà in quasi tutti i campi della vita sociale. Presero vita gli “hot pants”, contrassegno del mutamento in corso del cosmo femminile, corresponsabile di ciò anche la nascita del movimento di Liberazione della donna. Le fabbriche italiane si espansero e si assoggettarono le migliore tecnologie; nacquero i corsi di formazione. Nel settore terziario, intanto, l’occupazione ebbe a mostrare un notevole incremento. Tra le tipiche cose, o oggetti, di questo 1971 il successo strabiliante delle celeberrime “click clack”, le due palline legate a una cordicella da fare sbattere l’una contro l’altra rumorosamente: un vero e proprio tornaconto per le farmacie e i pronto soccorso italiani che ogni poco si vedevano arrivare questo o quel giovane con un polso devastato.

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Appariranno di lì a poco anche i gadget degli Smiles, quelle beffarde faccette sorridenti che si attaccavano ognove! In televisione, la farà da padrone “Il segno del comando”, un vero e proprio thriller a puntate con Ugo Pagliai e Carla Gravina; il programma più visto dell’anno. Al cinema imperversano le pellicole “Il gatto a nove code”, di Dario Argento e “Jesus Christ Superstar”. Poi, sarà il turno di “Arancia meccanica” che, assieme agli altri due, diverrà un vero e proprio classico della cinematografia Mondiale. “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di elio Petri verrà premiato con l’Oscar. Tra i dischi più venduti ci saranno “Eppur mi son scordato di te”, di Battisti-Mogol, cantato dalla Formula 3, “Pensieri e parole” di Lucio Battisti, “Tanta voglia di lei” dei Pooh, “Amor mio” di Mina, “Love story” di Francis Lay, la colonna sonora di “Anonimo Veneziano”. A Sanremo vinceranno Nicola di Bari e Nada con ” Il cuore è uno zingaro”, al secondo posto “Che sarà” dei Ricchi e Poveri e al terzo Lucio Dalla con la mitica “4 marzo 1943”.

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Dall’estero giungevano, intanto, melodie storiche della musica pop come “My sweet Lord” di George Harrison, “Imagine” di John Lennon, “Starway to heaven” dei Led Zeppelin. I Doors escono con “L.A. woman”, album con il celebre singolo “Riders on the storm”, ultimo indizio che ci rimane del leggendario gruppo di Jim Morrison prima della sua morte, avvenuta il 3 luglio in un albergo di Parigi.

 

Radicalismo e sanculottismo della giustizia italiana, una delle peggiori al mondo

Purtroppo a molti giudici italiani manca del tutto la capacità istintiva di giudicare correttamente e imparzialmente. Nei tribunali, e prima ancora nelle procure, detta capacità si perde nei meandri di certe menti ottuse che creano pericolosa insicurezza, assenza di serenità sociale e incivile convivenza. Basta pensare ai tantissimi casi di malagiustizia, a certi scandali giudiziari come il clandestino che rapisce su una spiaggia una bambina ma poi viene scarcerato perchè il delitto non viene del tutto consumato. Ma cosa c’è di peggio di un sequestro sebbene durato pochi minuti? Quindi, chiunque può segregare una persona e il giorno dopo essere rilasciato comodamente. Bravi, bravissimi giudici! Non avete pensato, seppur minimamente, che un sequestro -breve o lungo che sia- è comunque un reato? Non avete riflettuto qualche secondo che tal delinquente possa riprovarci e questa volta con un finale da tragedia?

Eh no, questi PM pensano alla carriera, alla politica, alla fama. Contate tutti i magistrati che sono finiti in Parlamento. Ogni giorno i media ci portano a conoscenza di decisioni allucinanti da parte di siffatti personaggi che, in fil di giurisprudenza, ci fanno urlare con quanto fiato in gola all’ingiustizia e alla totale assenza di equilibrio. Il nostro Paese ha un terzo potere tra i peggiori al mondo, pieno zeppo di errori clamorosi, di gente innocente sbattuta in carcere, di risarcimenti milionari, ove non esiste la certezza della pena nè la trasparenza nell’applicare la legge. Pensate a quanto successo durante il caso della ricercatrice libica Khadiga Shabbi, arrestata dalla Digos di Palermo ma poi, senza tante spiegazioni, rilasciata dai giudici. La signora era accusata di far parte dei foreign fighters e di essere associata a gruppi integralisti islamici, dei quali aveva diffuso sui social media, come Facebook, la propaganda, inneggiando anche a uno zio morto combattendo per la jihad. Per i magistrati palermitani, la donna non era accusata di azioni terroristiche vere e proprie o di associazione terroristica, ma soltanto di un reato di opinione. Si rischia «di creare nell’opinione pubblica un allarme ingiustificato», è stata la giustificazione del giudice.

Per non parlare dell’assassinio del piccolo Emanuele Di Caterino, ucciso a coltellate ad Aversa anni fa. Il suo killer, Agostino Veneziano, condannato in primo grado a 15 anni per omicidio volontario, è da anni in libertà per decorrenza termini. Il processo di Appello avanza di rinvio in rinvio, e il killer, che ha ucciso per futili motivi, è libero di circolare sotto gli occhi dei genitori della vittima a causa della lentezza della macchina giudiziaria, che non lo ha mai ritenuto pericoloso socialmente. Se non è una schifezza questa, ditemi allora cosa veramente fa schifo! La magistratura italiana, avrete capito, la vede in maniera totalmente diversa da tutte le altre istituzioni legali del mondo. In galera devono marcire coloro che se sono stati accusati per aver intascato delle mazzette, aver truffato, pur senza prove ineluttabili e via dicendo. Chi stupra, uccide con la propria auto un pedone, ammazza la fidanzata, in un modo o nell’altro riesce ad uscirne sempre. Chi truffa, corrompe, estorce denaro deve essere punito, se effettivamente colpevole, ma non con pene paragonabili a chi sevizia e, poi, uccide. Invece, in questo caso, la giustizia italiana non c’è, non ci assicura di sacralizzare la nostra fuggevole esistenza, garantendo una difesa certa e sicura per chi è stato offeso in profondità e umiliato fin dentro le viscere. Nel distacco quasi collettivo, appare molto chiaro che certuni avvenimenti siano ritenuti meno importanti da chi deve emettere un giudizio, propinandoci ogni santo giorno situazioni e prese di decisioni al limite del paradossale.

Un qualcosa d’inconcepibile che, come minimo, dovrebbe allarmare, ma che purtroppo, come persone sedate da potenti psicofarmici, abbiamo assorbito e tolleriamo come prestabilito, come una specie di castigo in terra. Cosa, veramente, da conati di vomito è che l’assassino Ruggero Jucker, il famigerato rampollo della Milano bene, sia libero e fischiettante, nonostante nel luglio del 2002 massacrasse la giovane fidanzata Alenya con un coltellaccio. Un omicidio così brutale, meschino, riprovevole “riparato” da una pena di soli 10anni. A questo punto occorre dire, non sottovoce, che la nostra giustizia è un misto tra giacobinismo e bizantinismo all’estrema potenza. Con il macellaio Jucker ha, coerentemente, messo in mostra la stessa creatività comportamentale di sempre, comminandogli in prima istanza 30anni, per poi scendere a 16 in appello, poi a tredici con l’indulto, per poi ritrovarsi libero per buona condotta. Il tutto si sta trasformando in un disgustoso gioco di sangue, con il criminale più atroce e cruento che grazie ai bonus della legge si vede in men che non si dica all’aria aperta mentre altri che si sono intascati mazzette, soldi al nero o che hanno conti bancari alle Cayman, scontano la loro pena per intiero. Ormai, non è più un verdetto che fa la storia di questo o quell’imputato, ma bensì l’astrattismo, la creatività del giudice che lo emette.

Ci sono persone, tenute agli arresti domiciliari mesi e mesi per paura che inquinino le prove, e assassini spietati posti in libertà per buona condotta. Quest’ultimi, ora ritornati in possesso della loro franchigia più incondizionata, chi li limiterà ad impossessarsi, ancora una volta, di un coltellaccio da cucina e… Ma no, non pensiamoci, riflettiamo invece sulla tetra filantropia di chi giudica! I mostri in libertà non si contano più, perché se è vero che i tribunali sono intasati da inchieste e udienze, è altrettanto vero che non dare la precedenza a certi processi produce il solo risultato di rimettere in libertà persone pericolose. Eppure, molto spesso vengono ritenuti pericolosi socialmente dei gioiellieri, dei tabaccai o dei semplici cittadini che hanno difeso il negozio o la casa e la famiglia con le armi contro dei rapinatori. E così siamo costretti ad assistere, nostro malgrado, a decisioni senza senso ma politicamente corrette. Corrette solo per coloro che commettono atroci scorrettezze ed emettono sentenze pilotate.

USA, dall’archivio di neurologia. Parkinson: camminare migliora lo stato di salute

L’equipe di Lisa M. Shulman, dell’ Università del Maryland (USA), ha condotto uno studio clinico randomizzato su tre tipi di esercizi per confrontare l’efficacia del tapis roulant, stretching e esercizi di resistenza, al fine di migliorare le reazioni motorie di alcuni pazienti.
Lo studio ha incluso 67 malati di Párkinson che avevano alterazioni nella camminata e ha predisposto questi esercizi tre volte la settimana per tre mesi: un esercizio di intensità sul nastro, un altro di minore intensità, stiramenti ed esercizi di resistenza. Il camminare a minore intensità ha prodotto un miglioramento del 12%, gli stiramenti ed esercizi di resistenza, un 9%, e gli esercizi di maggiore intensità camminando, un miglioramento del 6%.

I due tipi di allenamento sul tapis roulant hanno evidenziato un sostanziale miglioramento cardiovascolare, mentre stretching ed esercizi di resistenza hanno potenziato la muscolatura del 16%.

“Il fatto che a bassa intensità l’esercizio sia più fattibile, per la maggior parte dei pazienti con Parkinson, ha importanti implicazioni per la pratica clinica. Anche se il tapis roulant e l’allenamento di resistenza si sono dimostrati utili all’azione del camminare, all’attività motoria e alla forza muscolare, questi vantaggi non sono stati accompagnati da miglioramenti nella disabilità e qualità della vita “, hanno concluso i ricercatori.

 

*Le informazioni mediche di questo sito sono fornite esclusivamente per scopi educativi e di formazione, e non intendono sostituire le opinioni, i consigli e le raccomandazioni di un professionista della salute.

Le decisioni in materia di salute devono essere effettuate da un operatore sanitario, tenendo conto delle caratteristiche personali del paziente.

Storie di ordinaria, dissennata amministrazione di aziende con le quali abbiamo a che fare ogni giorno ( Fastweb, Publiacqua, Vodafone)

Carissimi lettori, come avrete da tempo intuito non amo assolutamente parlare dei “problemacci” miei, ma in questo caso tengo a mettere nero su bianco in merito a quanto accadutomi negli ultimi anni e a denunciare certe aziende presenti nella nostra vita quotidiana, con la loro “sbarazzina” manipolazione di bollette, fatture e via dicendo.

Inzio da Fastweb, l’azienda italiana specializzata nella telefonia terrestre e nelle connessioni a banda larga. Bene, i signori(!) di detto gruppo hanno fatturato sulla mia carta American Express, di cui mai avevo dato loro gli estremi, no. 7 prelievi mensili senza mai aver erogato gli asseriti servizi telefonici. Soprattutto perché, mai e poi mai, avevo in precedenza sottoscritto abbonamenti con questa Azienda. Dopo una serie di capillari controlli, riconoscono la truffa, che loro definiranno errore, e mi rimborseranno i 430Euro sottratti illegalmente. Con il mio avvocato, però, decidiamo di inviare una Raccomandata (che potete leggere a seguire) con la quale chiediamo ulteriori Euro 2.000,00 quale “ristoro dell’apprensione sofferta”.

Raccomandata a/r

OGGETTO: MELANI MASSIMO / FASTWEB S.p.a.

Formulo la presente in nome e per conto del sig. Melani Massimo, residente in Pistoia, il quale, mio tramite, lamenta e contesta a codesta società il percepimento indebito, in suo danno, di somme di denaro sottrattegli con vari prelievi dal conto corrente assistito da carta di credito American Express.

La causale di detti prelievi (7 prelievi mensili nel corso del corrente anno, da febbraio ad agosto) risulta l’erogazione di asseriti servizi telefonici, invero mai richiesti dal Melani né a lui erogati.

Il fatto, che costituisce reato e che coinvolge la Vs. responsabilità, quantomeno sul piano civile risarcitorio, è stato pacificamente riconosciuto da parte di codesta società che ha quindi provveduto alla restituzione dell’indebito in via capitale, pari a circa €. 430,00, senza peraltro interessi né risarcimento del danno.

Il sig. Melani ha avuto contezza di quanto sopra solo nel mese di agosto 2013, a seguito di un controllo del proprio estratto conto American Express.

Il fatto è particolarmente grave ed implica il risarcimento del danno anche sotto il profilo non patrimoniale. Sotto questo profilo il mio cliente chiede a codesta società la somma di €. 2.000,00, compresi interessi, così forfetariamente determinata quale ristoro dell’apprensione sofferta, degli adempimenti ai quali si è trovato, suo malgrado, a dover dare corso e quant’altro.

Avverto fin d’ora che il sig. Melani intende, in difetto, tutelare le proprie ragioni nelle opportune sedi giudiziarie e che comunque sarà costretto a sporgere formale denuncia querela.

In attesa di Vs. riscontro, porgo distinti saluti.

Avv. ……….. …..

Ordunque, dopo svariato tempo, arriva la loro risposta sul mio cellulare.

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E con questo hanno chiuso la pratica che non ho potuto riaprire perché gli avvocati sono troppo cari. Ma non finirà certo qui!!

Continuo con Publiacqua, riferendomi a svariati solleciti del sottoscritto fatti a mezzo telefono nel 2009, con i quali mi lamentavo degli eccessivi costi delle Bollette. Passa il tempo e “risollecito” mesi fa, questa volta molto incavolato per non dire peggio. Una signorina mi conferma che controlleranno e a seguire vi allego lettera consegnata alla mia abitazione intestata a mio padre e per conoscenza a mia madre.

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Il rimborso di cui si parla sopra è di Euro 1.165,59 che, furbescamente, i soliti noti vorrebbero spalmare sulle future bollette. Decido, allora, di richiedere per tale importo l’emissione di un assegno. Dopo lunghe discussioni accettano di emetterlo non prima però di avermi fatturato un importo di € 58,83 decurtato dalla somma originaria. Pertanto, il rimborso versato sarà di €. 1.106,70. E gli interessi di questi anni di false fatturazioni che vanno dal 2009 al 2013? Provvederò a breve.

Ma leggete l’articolo di cui al link sottostante e vi renderete conto di cosa combina Publiacqua.

http://www.reportpistoia.com/agora/item/46781-a-proposito-di-publiacqua-controllate-attentamente-le-bollette.html

Ora vi parlo di Vodafone, dopo aver già disquisito sui furbastri di Fastweb. Il 4 dicembre 2017 mi reco nel negozio Vodafone di Viale Adua a Pistoia, e chiedo cortesemente se hanno una promozione per il sottoscritto che mi permetta di accedere ad un cellulare migliore visto che il mio vecchissimo iPhone sta dipartendo a miglior vita. Dopo aver confermato la possibilità della mia richiesta, la gentil commessa mi “fredda” dicendomi che dalla sede principale non possono accogliere la mia “pretesa” in quanto gli risulta non pagata una fattura di Teletu (€ 481,35) di anni prima quando la stessa era una marchio Vodafone. Niente di più falso, non avendo nemmeno mai sentito parlare di tal Teletu. Inizia, quindi, la solita logorroica spiegazione ma dalla sede centrale non vogliono saperne. O pago o niente nuovo cellulare a sconto. Decido, orbene, di pagare perché il telefonino è fondamentale per il mio lavoro di giornalista. Tirando corto? Querelerò anche Vodafone.

Tutto questo per allertarvi su certi aspetti poco trasparenti di certe aziende che fatturano miliardi sulla pelle dei loro utenti. Come accaduto a me, anche voi  avrete dovuto fare i conti con esse, ragionando su quanto ci costano le decisioni nascoste di meccanismi lunghi, cervellotici e poco trasparenti. Siamo di fronte ad un’amministrazione pessima che sta facendo traballare in negativo il PIL e la competività con le aziende di altri paesi avanti 100 anni rispetto all’Italia. Attenti, dunque, controllate e fatevi rispettare… Solo questo. Rispetto e lealtà, parole ormai depennate dai vocabolari di certe realtà nostrane.

Furto al Meazza. Annullato goal regolarissimo a Icardi con trucco VAR. In precedenza fischiato fuorigioco inesistente sempre al numero 9 nerazzurro

Ieri sera in campo, a parte la stupenda parata di Handanovic su Bonucci, c’è stata solo una squadra, l’Inter. Poi c’è stata la gang arbitrale che ha sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare e anche di più, comminando ammonizioni su richiesta a destra e a manca. E, poi, dulcis in fundo, la furbata del VAR che annulla una rete sacrosanta al centravanti interista. L’azione si sviluppa a centrocampo con palla che arriva a Candreva che prontamente la cede verticalmente a Icardi che in posizione regolare segna il goal dell’uno a zero. Il primo fermo immagine di Sky mostra che il numero 9 nerazzurro è dietro a Bonucci e che parte in posizione ottimale in perfetta zona di campo ove il fuorigioco non esiste.

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L’immagine mostra il momento in cui Icardi attende il pallone servito da Candreva, ma non evidenzia l’attimo prima in cui il centravanti parte in perfetta coordinazione ed è in linea, anzi leggermente dietro, e quindi in posizione regolare. Mauro è stato solo più veloce di Bonucci. Il fermo immagine falsa la vera azione e blocca tutto un istante dopo.

Ma entra in gioco il VAR e tutto cambia. Anche SKY comincia a puntare le telecamere a suo piacimento arrivando a posizionarle ove si intravede la punta dello scarpino di Icardi, mentre del piede di Bonucci si denota solo l’ombra. Insomma la rete era da assegnare. In precedenza Maurito lanciato da Brozovic viene fermato dal fischio dell’arbitro per un fuorigioco inventato dall’anonima quaterna arbitrale. Icardi avrebbe avuto vita facile a tu per tu con l’impacciato Donnarumma.

Parita stregata? No, solo pilotata. Ma intanto all’Inter hanno trafugato due punti meritatissimi.

 

Perchè Paesi del Terzo Mondo? Chi sono i primi…e i secondi? L’Italia è da Terzo Mondo? Ed esiste anche il Quarto?

Quando si parla di paesi più poveri del mondo spesso ci riferiamo a quelli denominati “Paesi del Terzo Mondo”, generalizzando alquanto il termine, e tutti pensiamo di cosa stiamo parlando. Ma quando viene chiesto se esiste effettivamente un Terzo Mondo, rispondiamo quasi sempre evasivamente. Altre persone tendono a usare altre espressioni per definire una graduatoria che qualifichi lo stato di sviluppo delle nazioni, con il Primo Mondo al top, seguito dal Secondo, e così via; quindi tutto perfetto! Macché, sciocchezze allo stato puro! Per colmare il divario di informazioni cercherò di spiegare l’uso dei termini sopra elencati. L’impiego del vocabolo primo, secondo e Terzo Mondo è grezzo, un modello ormai superato, proveniente dal mondo geopolitico, dal tempo della guerra fredda. Non esiste una definizione ufficiale per  “primo”, “secondo”, e “terzo mondo”.

Quattro Mondi.

Dopo la seconda guerra mondiale, il mondo si trovò diviso in due grandi blocchi geopolitici e sfere di influenza, con opinioni contrarie sul governo e la società politicamente corretta:

1 – Il blocco dei Paesi democratici-industriali all’interno della sfera d’ influenza americana , il “Primo Mondo”.

2 – Il blocco orientale comunista-socialista, il “Secondo Mondo”.

3 – I restanti tre quarti della popolazione mondiale, gli stati non allineati vennero considerati come “Terzo Mondo . ”

4 – Il termine “, Quarto Mondo”, coniato nei primi anni ‘70 dal capo indiano canadese Shuswap George Manuel, si riferisce alle nazioni ampiamente sconosciute (entità culturali) dei popoli indigeni, “Prime Nazioni” che vivranno all’interno o al di là dei confini statali.

Prima esisteva solo il modello a tre mondi.

L’origine della terminologia non è chiara. Nel 1952 Alfred Sauvy, demografo francese, ebbe a scrivere un articolo sulla rivista francese L’Observateur che si concludeva, confrontando il Terzo Mondo con il Terzo Stato: “Tiers Monde ce ignorare, exploité, méprise comme le Tiers Etat” (Terzo mondo così ignorato , sfruttato, disprezzato come il Terzo Stato). Altre fonti sostengono che Charles de Gaulle avesse coniato il termine Terzo Mondo, forse solo perché citò Sauvy.

Tuttavia … Il termine ” Primo Mondo “si riferisce ai cosiddetti Paesi sviluppati, capitalisti , industrializzati, grosso modo un blocco di paesi allineati con gli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale con più o meno comuni interessi politici ed economici: Nord America, Europa occidentale, Giappone e Australia.

” Secondo Mondo “, si attribuisce alle ex Nazioni comuniste-socialiste, gli stati industriali, (ex blocco orientale, il territorio e la sfera d’influenza dell’Unione Sovietica) oggi: Russia, Europa dell’Est (per esempio, Polonia) e alcuni Stati come il Kazakistan, così come la Cina.

” Terzo Mondo”, sono tutti gli altri paesi, oggi spesso utilizzati per descrivere i paesi in via di sviluppo quali l’Africa, l’Asia e l’America Latina. Il terzo mondo comprende, anche Nazioni capitaliste come ad esempio, il Venezuela, e comuniste (la Corea del Nord), e anche quelle molto ricche (l’Arabia Saudita) e molto povere (Mali). I Paesi del Terzo Mondo sono classificati attraverso vari indici: i loro diritti politici e le libertà civili, il reddito nazionale lordo e la povertà, lo sviluppo umano e la libertà delle informazioni all’interno di un paese.

Perché una nazione viene etichetta come “terzo mondo?”

Nonostante l’evolversi delle definizioni, il concetto di terzo mondo serve a identificare i paesi che soffrono di mortalità infantile, basso sviluppo economico, alti livelli di povertà, scarso utilizzo delle risorse naturali, e forte dipendenza dai paesi industrializzati ( Asia, Africa, Oceania e America Latina). Le nazioni del terzo mondo tendono ad avere economie che dipendono dai paesi sviluppati e sono generalmente caratterizzate da governi instabili e con alti tassi di crescita della popolazione, l’analfabetismo e le malattie. Un fattore chiave è la mancanza di una classe media – con milioni di persone impoverite e ghettizzate in una vasta classe inferiore economica, e una piccola classe d’elite superiore che controlla la ricchezza del paese e le risorse dello stesso.

Le nazioni del Terzo Mondo hanno anche un grande debito estero.

Prima di passare al termine “Quarto Mondo “, vorrei porvi una domanda. Non vi sembra che l’Italia, di questi ultimi decenni, possa rientrare a pieno diritto nei Paesi del terzo Mondo? Non abbiamo anche noi i nostri diritti politici e le libertà civili straziati rispettivamente dalla corruzione di chi Governa e da una legge rimasta ancora ai tempi dell’Inquisizione? Non abbiamo un PIL disastroso e annoveriamo più di sei milioni di poveri? Non abbiamo preclusi lo sviluppo umano e la libertà di informazione? Non siamo sottoposti ad una serie di barbarie fiscali uniche nel mondo? Non siamo conosciuti all’estero per i nostri fiori all’occhiello, e cioè Mafia, Camorra e ‘ndraangheta, e spesso sentiamo dire che questo o quel politico è in affari con esse? Riflettete, e se la cosa vi interessa datemi una risposta.

Torniamo al Quarto Mondo, dopo tal divagazione.

Il vocabolo, entrò in uso solo nel 1974, con la pubblicazione del capo Shuswap George Manuel. E’ dunque una realtà degli Indiani d’America e Canada, e il termine si riferisce alle nazioni (enti culturali, gruppi etnici) delle popolazioni indigene che vivono all’interno o al di là dei confini di stato.

Termino, ricordandovi però, di riflettere sulla mia domanda. Solo questo.