Featured

La pubblicità americana che ha creato la società dello stupro e delle molestie sessuali. E oggi…tutto come prima!

Al giorno d’oggi quesa tipologia di pubblicità verrebbe sicuramente censurata per il contenuto estremamente sessista e razzista. La propaganda americana ha dato il là alla società dello stupro e delle molestie sessuali senza nessun ostacolo da parte delle autorità sol perchè l’oggetto/soggetto era una donna. Beh, certo, le violenze perpetrate verso il sesso femminile esistono dai tempi dei tempi, ma arrivare a pubblicizzarle appare abbastanza disgustoso.

“Soffiale il fumo in faccia e lei ti seguirà ovunque” recitava vigliaccamente uno spot del 1969.

image

Ancora più cinico lo slogan della Kellog’s del 1930 : “Più duramente lavorerà una moglie e più sembrerà carina”. Da vomito!

image

Le marche più famose di allora, dai pantaloni Mr Leggs ai saponi N.K.Fairbank, con un piccolo bimbo bianco che incuriosito chiede ad uno di colore perchè sua madre  non l’avesse lavato con il sapone pubblicizzato, fanno capire che la Guerra di Secessione è servita ben poco agli americani.  

image

Immagini ignobili e sconcertanti che gli statunitensi accettavano senza batter ciglio e che parevano sponsorizzare un’ideologia e non un prodotto da consumare. Una sorta di fascismo all’americana che se ne fregava altamente dei diritti umani; veri e propri stimoli -espliciti e diretti- verso l’acclamazione della violenza nei confronti dei soggetti più deboli. Guardate con attenzione questa locandina che evidenzia un uomo che si domanda se sia ancora illegale uccidere una donna!

image

Oppure questo spot che sosteneva il machismo più arrogante e perverso, raffigurante una donna schiava del marito.

image

Pubblicità più recenti sembrano continuare, non tanto velatamente, la pessima sinfonia degli anni che furono con immagini che raffigurano giovani donne sculacciate dal marito, calpestate e con la testa sotto i piedi di predatori casalinghi, assolutamente assoggettate al capo e ritenute addirittura incapaci di aprire una bottiglia di passato di pomodoro.

image.jpeg

image

“È bello avere una ragazza intorno”.

image.jpeg

“Il capo sa fare tutto, ma non cucinare; per quello ci sono le mogli!

image.jpeg

“Pensi una donna possa aprirlo?”

Non che nel 2017 le cose siano migliorate; no, non volevo scrivere questo. Anzi, pubblicità con modelle brutalizzate, come quella censurata di Dolce & Gabbana, quelle con fastidiosi doppi sensi tipo “Fidati…Te la do gratis- La montatura !” e via dicendo, sottolineano ancora di più quanto l’ Homo Erectus sia attualmente presente nella nostra iper-tecnologizzata società, sempre alla ricerca, stavolta, di prede umane preferibilmente di sesso femminile, stimolato giornalmente da certa propaganda “svestita” che diventa un pericoloso pungolo ad agire nel peggiore dei modi.

image

image

Featured

La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

Featured

Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

Featured

Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

Iris Apfel Style 

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Iris Apfel Illustration Art

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

Iris Apfel Home 

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Iris Apfel Quotes

Questo slideshow richiede JavaScript.

Iris Apfel Jewelry

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

Featured

Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

Piaciuto questo Articolo? Condividilo…

1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

Inserisci un Commento

Nickname (richiesto)
Email (non pubblicata, richiesta) *
Website (non pubblicato, facoltativo)
Capc inserisci il codice
Inserendo il commento dichiaro di aver letto l’informativa privacy di questo sito ed averne accettate le condizioni.

Cristiano Ronaldo avrebbe già firmato un contratto con la Juventus. Lo dice anche Moggi…e di lui ci si può fidare!

Il presidente del Real Madrid, Florentino Perez, ha chiamato urgentemente il rappresentante di Cristiano Ronaldo, Jorge Mendes, per definire la possibile continuazione del rapporto con i Blancos della stella portoghese, voluto, ormai lo sanno tutti, dalla Juventus.
Il capo del Real, ha riferito il quotidiano spagnolo Marca, ha ricordato che Cristiano Ronaldo era già preso da innumerevoli dubbi in merito alla sua permanenza nel club “merengue” dopo la vittoria per 3-1 contro il Liverpool nella finale di Champions League, il 26 maggio a Kiev.
Nell’intervista Pérez ha citato il portoghese Mendes per definire se il 33enne attaccante portoghese adempierà al suo contratto, con scadenza nel 2021, o se davvero vuole andarsene.
Nel corso della riunione, sempre secondo Marca, Perez ha consultato Mendes per sapere se Cristiano Ronaldo vuole continuare a riprendere i negoziati per un miglioramento del suo stipendio, o se vuole a lasciare senza una ben precisa motivazione, e per valutare la quantità da rivendicare per il suo eventuale passaggio alla squadra torinese.
Il giornale sottolinea che la stella portoghese vuole allontanarsi dal Real Madrid a causa del suo rapporto con il club e, in particolare, a causa delle sue divergenze con il presidente.
Per aggiungere altro intrigo alla situazione, Luciano Moggi, ex dirigente bianconero squalificato a vita per la sua condotta nello scandalo di corruzione noto come “Calciopoli”, ha detto tramite il suo account Twitter che “Cristiano Ronaldo ha già firmato con la Vecchia Signora”. Poi ha aggiunto che il calciatore raggiungerà i suoi nuovi compagni dopo le vacanze spostate a causa della partecipazione alla Coppa del Mondo.
Moggi, che nel 2002 non potè far firmare per la Juventus Cristiano Ronaldo a soli 18 perché il cileno Marcelo Salas rifiutò di trasferirsi allo Sporting Lisbona, ha detto che “alcune persone importanti” hanno offerto 100milioni di Euro al Real per l’attaccante portoghese.
Le parole di Cristiano Ronaldo dopo la finale di Kiev coincidono con quelle del gallese Gareth Bale, anche lui disposto a valutare la sua continuità nel Real Madrid, che ha chiamato Julen Lopetegui come successore di Zinedine Zidane, che si è dimesso cinque giorni dopo aver vinto la sua terza Champions League.

Annunci

Il beccamorti Matteo Renzi è riuscito a seppellire definitivamente la sinistra

Grazie al becchino Matteo Renzi, in Italia la sinistra è stata seppellita già da tempo.  Ma anche i Bersani, i D’Alema, i Veltroni hanno abbandonato la vera politica del popolo per unirsi compatti contro la monarchia renzista che sin dall’inizio ha cercato di cancellare la loro visione oligarchica e stantia. E, adesso, non c’è più niente, non esistono più possibilità per una ripresa in tempi brevi. L’ex Sindaco fiorentino ha trasformato il PD in un partito di centro(destra), tentando ossessivamente di accaparrarsi le simpatie dei grandi padroni d’industrie. Ha subdolamente dichiarato al mondo del precariato che l’abolizione dell’articolo 18 era cosa buona e giusta anche per chi da sempre desiderava, invece, un posto di lavoro a tempo indeterminato. Il Pd, da mesi, non tenta nemmeno di vincere le elezioni, qualunque esse siano, semplicemente perchè non sa più che fregnacce dire a chi pendeva dalle sue labbra. Adesso, è solo lotta alla poltrona.

Una sinistra, quella dei renziani, lontanissima dal radicalismo profetizzato. E dall’uguaglianza promessa. Insomma, una politica del tutto illiberale. Irresponsabile a tal punto da votare la riforma Fornero senza riuscire a programmare alcuna percezione della politica nostrana prigioniera delle decisioni internazionali che hanno portato il Governo Renzi ad essere lo zerbino dell’UE. I militanti dalla parte di Matteo si sono limitati a bizzarri atteggiamenti individuali senza valenza politica e privi di alcuna ripercussione. Nessuna aspirazione di capire e magari condividere quella spossatezza, quel malessere che in questi ultimi tempi ha alimentato gli animi  di coloro che ancora credevano in una ripresa della sinistra. Nel frattempo, il Movimento 5stelle non è più il partito degli incazzati a prescindere. La gente, nauseata dal PD e dalla sinistra in generale, ha portato a un esorbitante travaso di voti perchè il Partito Democratico e il centro sinistra non sono riusciti a dare risposte concrete al proprio elettorato. I grillini, in poche parole, hanno tolto alla sinistra l’unico vantaggio rimastole: la reputazione di definirsi l’unico partito credibile di governo.

Alcuni esponenti del PD, forse a mò di battuta, si sono consolati affermando che il M5S è la nuova sinistra. Ma, fortunatamente, non è così. Il Movimento di Grillo negli ultimi anni, unitamente alla Lega, si è trasformato in uno schieramento che ha raccolto tutto quello che non veniva più dato agli “altri”, accaparrandosi perciò le preferenze dei poveri, dei disoccupati, dei pensionati, ma anche degli imprenditori. La sinistra non può mettersi il vestito dei Cinque Stelle. Renzi l’ha distrutta miseramente, dilapidando un patrimonio di fiducia personale immenso, distruggendone la storia collettiva di cui non è stato assolutamente all’altezza. Ora si tratta di ricostruire, di ricominciare quasi da zero; appunto da zero. Con le menti attuali della sinistra prevedo che lo zero rimarrà nei conti del PD ancora a lungo.

In molti preferiscono vederla vestirsi che vederla denudarsi? Vi spiego il perchè

Data la secolare tradizione nel dividere le cose in due, non sorprenderà minimamente che una domanda apparentemente semplice come “E’ meglio vederla quando si veste o quando si sveste?”, favorisca un’immediata “guerra-civile” tra Capuleti tessili e Montecchi naturisti. Contemplarla mentre si toglie i vestiti è un atto più selvaggio, un ritorno portatile alla natura, però in camera e alla luce elettrica. Il denudarsi è aprire un catalogo di promesse compiute o deluse, è andare in un colpo al sodo e ciò non è un male per molti. Ma i sostenitori del vederla vestirsi sono i più sofisticati sognatori, coloro che preferiscono la potenza all’atto e la cosa astratta alla figurativa.

Sanno che la nostalgia di un profumo che rimane nella stanza, quella di un tacchettio in lontananza e alcuni graffi che si vanno cancellando sono più durevoli della parte ginnica nella quale ti senti un uomo orchestrato. Preferiscono la poesia a un ristorante di lusso e per tal motivo sono così teneri da meritarsi che qualcuno si ponga dalla loro parte. Argomenti a loro favore? Eccoli:

È più lunga l’attesa. Il momento nel quale si denudano non è mai sufficientemente rapido. Uno spogliarello può andar bene, ma se dura troppo, può diventare un supplizio, e se poi arrivi precipitosamente, non sono belle figure. Invece, il vestirsi è uno strip-tease inverso e lento in cui ricrearsi. La pelle scompare a poco a poco. Chissà lei, andrà e verrà dal bagno o si starà truccando non ancora del tutto vestita? È il momento in cui affrontare la migliore conversazione, una chiacchierata complice e senza fretta in cui tutto ciò che vien detto va comunque bene.

Crea ricordi. Man mano che i vestiti la vanno coprendo, la tua mente comincia a fabbricare una nostalgia anticipata e quello che rimane della sua nudità è solo un piacevole ricordo. La memoria è la maniera più pratica e modellabile di guardare alle cose. I ricordi sono quello che tu vuoi che siano.

Un ballo privato. Quando toglie i vestiti, bisogna avere molto sangue freddo per non darle una mano. E se non si lascia aiutare, sai che arriverà a breve il tuo momento, una specie di conto alla rovescia. Al contrario, con il vestirsi, si passa del piano soggettivo a quello oggettivo. Sdraiato nel letto, godi di un ballo privato senza musica, quasi involontario e quasi inavvertito. È come potere dare un’occhiata nella sua stanza quando non ti vede.

Aiuta l’idealizzazione. Se ti vuoi innamorare, questo è il momento. Vestirsi è la lenta cinepresa dell’amore. È difficile che sia più bella di quando si distende per trovare le sue cose in quei posti dove nessuno le ha messe.

Il ritorno del pudore. Dopo tutto ciò che ha passato, va e si copre un po’, si veste le spalle e si morde il labbro, il passo previo a vergognarsi. Vuole, quasi certamente, che la fissi il meno possibile, perché è ancora spettinata o perché ha ignude quelle parti del corpo che a lei piacciono meno, ma solo a lei! In realtà, sta trasformando il tutto in qualcosa di ancora più peccaminoso e lo sa fare meglio di chiunque altra. E ciò arriva passando da Eva e la foglia di fico.

Quei secondi per le scarpe. Il momento in cui tarda a indossare le scarpe, i cui tacchi tornano ad essere il prolungamento delle sue caviglie, è il ricordo più bello del giorno dopo. Non c’è un gesto più sexy che possa fare una ragazza, se escludiamo quando ti guarda gli occhi con la bocca occupata.

In biancheria intima. Per vestirsi bisogna passare irrimediabilmente dalla biancheria intima. Ed essa piace sempre, perché quel pochissimo tessuto ispira fantasia e passione.

Il saluto. Lei è ormai vestita, tu no. Ha terminato con te, un bacio inviato con il palmo della mano ed un sorriso… e via, verso altre cose della sua vita. Ti senti, per un momento, un uomo oggetto.

Il bacio dell’addio. E’ il bacio più dolce di tutti ed è l’ultimo; ciò che rimane di lei nella tua bocca… sino alla prossima volta.

Possibilità extra. Per gli indecisi c’è una strada: denudala proprio nel momento in cui ha finito di vestirsi. O ricominciate o rimarrai per una settimana con un occhio nero.

Perchè agli uomini piace andare a prostitute? Un sondaggio rivela che…

Non possiamo negare che per la maggior parte degli uomini è molto allettante trascorrere un piacevole momento con una bella ragazza. Il sesso è così radicato nella natura umana che bastano piccoli stimoli perché la chimica del cervello funzioni e produca le sostanze che generano il desiderio. Al di là del romantico e dello spirituale, cercare di soddisfarlo è una necessità fisiologica. Non è un’esclusiva degli esseri umani. L’istinto riproduttivo significa che praticamente tutti gli esseri viventi hanno mezzi per preservare la specie e che tutti gli animali hanno periodi di “estro” durante i quali vogliono accoppiarsi a tutti i costi. Uomo e donna, quindi, non potevano essere l’eccezione, tuttavia, per mille motivi, per noi il sesso non è solo un problema riproduttivo. Certo la motivazione finale dovrebbe essere una conclusione bella e trascendente, ma vi sono anche molte altre ragioni: amore, piacere, impeto, affari, convenienza, noia e una miriade di eccetera.

Cercare un rilassamento sessuale è, pertanto, un atto naturale. Si può certamente farlo con il partner (se esiste), è possibile farlo con un’amica, attraverso una conquista occasionale, si può anche far uscire il desiderio da soli oppure, arrivarci grazie all’entusiasmo e al denaro, Perché no? Puoi tranquillamente godere tra le braccia di una professionista. L’esperienza, se scegli bene, dovrebbe essere piacevole. Non per niente dicono che la prostituzione è il commercio più antico del mondo. Non so se -in base a questa idea, supponiamo che qualcuno prima della raccolta, la caccia, la pesca, l’agricoltura o l’invenzione della ruota- i nostri antenati cavernicoli avessero avuto la brillante idea di vendere e comprare sesso. Alcuni studiosi hanno dedotto che i primi gruppi umani utilizzassero le loro donne per scambi di merci o servizi: una gustosa bistecca di mammut, un quantitativo di frutti di bosco o un piccolo luogo soffice nella grotta, dove colui che non aveva nient’altro da offrire, ha cambiato i favori sessuali per cibo, rifugio, calore, sicurezza. Quid pro quo, insomma.

Se questa è la ragione, non mi sembra però giusto pensare che la prostituzione fosse un mestiere, quando tanto sesso in quelle condizioni era una forma molto primitiva di organizzazione sociale, non una mercificazione. Non sono d’accordo, quindi, che la prostituzione sia il commercio più vecchio, ma solo un affare redditizio. Uno studio antropologo, ha condotto un sondaggio via internet su 470 uomini maggiorenni, con un semplice questionario in cui veniva chiesto “Perchè gli uomini vanno a puttane?”. Il 61% degli intervistati (255 persone) era tra i 30 ei 45 anni. 287 persone (69%) hanno avuto rapporti con una prostituta e il restante 31% non l’ha mai fatto. In ogni caso, la maggioranza ha opinato. Gli intervistati, hanno dato risposte molto diverse, ma da essere raggruppate. Molti hanno pensato che gli uomini cerchino le puttane per soddisfare un capriccio. A chi non piace fare l’amore con una donna molto bella? È solo questo: desiderio e opportunità. La ragazza è lì, lui ha il fuoco dentro, lei è disponibile, perché no?

Altri hanno risposto che ” farlo con una professionista è molto più semplice “. Soddisfatto dell’istinto, il cliente paga e non deve preoccuparsi dei sentimenti della ragazza. È ricompensata, quindi non aspetterà che tu la chiami, le porti dei fiori o la inviti al cinema. Al contrario se ti rivede, non ti conosce. Tra loro ci sono anche quelli che hanno bisogno di varietà e discrezione. (In questo gruppo ci sono persone sposate che cercano ciò che nel loro matrimonio non trovano). Alcuni pensano che tutto abbia a che fare con il ritmo della vita. Uomini che non hanno il tempo o la testa per andare in giro a legarsi o cercare il sesso libero, con tutta l’energia e le complicazioni che significa. Cercano il sesso senza impegno. In questo gruppo ci sono anche quelli che hanno poche possibilità sociali, che sono poco attraenti o molto timidi e sembra meglio, per loro, giocare al sicuro con le ragazze da pagare. Certuni, dicono nel sondaggio, che lo fanno per solitudine.

Ci sono anche quelli che vogliono sperimentare. La maggior parte conosce la ragazza, ma tendono a raccogliere qualcos’altro. Non pensano più a lei come ad una sgualdrina. Fanno amicizia e generano intimità con una o più puttane. Alcuni si innamorano. La mia opinione è che la stragrande maggioranza degli uomini va a prostitute perché vuole ottener ciò che vuole, senza ulteriori filosofie o spiegazioni. Sesso casuale e discreto. Fai il male e nessuno lo sa. Punto.

Esiste ancora il Dandy? La moda non è più quella di una volta…

Non potevamo nemmeno fidarci di Tom Wolfe. Anche se lo scrittore sempre vestito in modo diverso, sempre avvolto dalla sua originale ambizione estetica, la storia familiare del suo abito bianco ha più a che fare con l’intenzione sociale che con il  puro evento formale. L’abito come immagine di marca e come tuffatore di conversazioni, nel bene e nel male. La sua dipartita, poco più di un mese fa, ha recuperato la figura del dandy per testi di moda perché era uno degli ultimi romantici di tutto questo, in un modo di intendere il maschile con cura, sensibilità e rigore. Forse non era un vero dandy, ma almeno lo sembrava.
E noi siamo orfani di lui. Pitti Uomo è sempre apparso sul calendario come quel luogo in cui le cronache dello streetstyle si sfregavano le mani. Abiti, blazer, tweed , seersucker, doppiopetto, cravatte, scarpe bicolori, pantaloni con pinces, borse, cappelli, anelli. Disegni giapponesi, fazzoletti italiani. Ma fino a quando il New York Times non si è reso conto che la cosa sta gradualmente diventando testimonial, tutti quegli uomini ben vestiti sembrano, letteralmente, “uomini che fanno solo cosplay, vestiti in modo anacronistico”. Lontano dalla realtà attuale. Oggi l’uomo non si veste come un dandy, si veste come gli pare. Una rinuncia storica o la vittoria della normalità?

Parte di questo cambiamento ha a che fare con i cicli della moda stessa e ora sembra di essere nel momento dell’ironia. Ciò che prima appariva assurdo, oggi ci piace; quello che era eccessivo, oggi è routine. Basta solo dare un’occhiata ai marchi più famosi e capire il desiderio che si genera ora: non troviamo niente che richiama lo stile classico, abiti impeccabili o il gesto di concentrare i propri sforzi sulle texture, materiali e forme. Balenciaga, Gucci, Vetements, Stone Island , Givenchy, Moncler, Dolce & Gabbana, Yeezy e Valentino sono i segni della top attuale (in base ad un importante studio per l’industria) e tutti si muovono tra streetwear, universo personale e opulento, brutto stile puramente utilitaristico. Il dandy ( “l’uomo che si distingue per la sua grande eleganza e raffinatezza” , secondo il dizionario) non ha spazio in questi negozi. Potrebbe essere che oggi il dandy sia qualcos’altro? I consumatori di oggi non sono vincolati dal protocollo sartoriale, i designers non vogliono dire loro che non possono indossare un abito nero ogni volta che vogliono, che non capiscono le misure o le norme che qualcuno ha scritto una volta. Stanno imponendo nuove regole.

I Millennial, per esempio, vedono tutto con occhi nuovi, come se non fosse successo niente prima ed è qualcosa che dobbiamo prendere in considerazione. O, per dirla in altro modo, oggi i giovani vogliono una maglietta perché è accessibile a tutti e ha anche una storia dietro con la quale si identificano. Le nuove generazioni hanno cambiato il modo in cui le persone “consumavano”. Ora tutto è mix & match, non vogliono un unico stile, non vogliono che nessuno indichi loro cosa scegliere o cosa indossare in ogni momento; tutto è gioco per loro, ma con uno scopo finale. Un gioco molto brutto stilisticamente parlando, con tutte quelle strane scarpe, camicie strappate e pantaloni allo stinco, simboli di un nuovo dandismo sgraziato. Un cattivo gusto, brutto e mediocre soprattutto se si considera che griffe come Balenciaga rispettano pedissequamente tali nuovi canoni. Solo Hermès, probabilmente il marchio che continua ancora oggi a non perdere la sua aura aspirazionale, diciamo, classica, dispensa con il ‘Dandy’ nelle sue proposte. Nell’ ultima sfilata, presentata pochi giorni fa, ci sono abiti senza maglietta sotto; abiti da ufficio come li comprendiamo (con cravatta, gemelli e fazzoletto le taschino). In effetti, è quasi impossibile trovare questo modello sulle passerelle di oggi; è ancora un indumento utile e necessario … ma non è di moda, è qualcos’altro. I nuovi consumatori, invece, puntano a tutto ciò che non vogliono essere, tutto ciò con cui non si connettono. È una coincidenza che Brioni, un marchio incentrato sui soliti abiti, concentri le sue campagne su uomini adulti pensando che questo sia il loro unico obiettivo oggettivo? Probabilmente no.

Un altro esempio Hender Scheme, una marca giapponese di scarpe fatte a mano (per lo più a mano, con la migliore pelle possibile e disegni unici) ha appena lanciato quello che potremmo chiamare i ‘Crocs formali’, scarpe, quasi come un mocassino, che ricreano l’aspetto di questa nuova calzatura nonostante la sua cattiva reputazione e il suo aspetto brutto e inguardabile. E il vestito prende altre strade; il lusso rappresenta nel 2018 qualcosa di molto diverso da come era una volta; e l’idea di combinare mondi apparentemente opposti è l’oggetto principale del desiderio di chiunque decida di spendere soldi per abiti e accessori.
Abbiamo ancora dei riferimenti, ovviamente, ma oggi la definizione di dandy è completamente diversa da quella che avevamo nelle nostre teste. Tale nuovo universo è una sfida interessante, è vero, ma non possiamo non affermare che non ci dia un po’ di dolore nel vedere come niente è quello che era. Non indossiamo più “sublimi abiti sartoriali senza interruzione di sorta”, come ebbe a dire Baudelaire. Anche se parliamo di moda, quindi, non dubitiamo che prima o poi tutto tornerà.

Macron si scontra con l’Italia definendoci “populisti che crescono come la lebbra”. Ma chi sono i populisti; che significa populismo?

 

Il Populismo a livello storico è un movimento culturale e politico che prese vita in Russia tra La fine dell’ ‘800 e gli inizi del 1900. L’idea populista si basava sul tentativo di raggiungere un netto miglioramento delle condizioni di vita dei contadini e dei servi della gleba, cioè far nascer una società contrapposta a quella industriale occidentale. Sì, ma qual è il vero atteggiamento populista? E’ populista un certo comportamento di astuti personaggi, soprattutto a livello politico, che godono di una straordinaria, ma tante volte effimera (Matteo Renzi) abilità dell’uso delle parole. Magari, talvolta, affermando anche cose vere, ma sempre con l’intento primario di evidenziare, con assoluta furbizia, il malessere che non viene colto da altri partiti di potere. E tutto ciò per il raggiungimento di grandi vantaggi e l’aumento di potere, giurando (con le dita incrociate dietro la schiena) di difendere le categorie più deboli e povere, ma in realtà basandosi su espressioni che fomentano odio profondo tra i cittadini e, pertanto, portando il paese alla completa destabilizzazione, come sta avvenendo in questi giorni.

Essere populista, dunque, significa “regalare” facili scappatoie a problemi molto intricati e tutto questo non può che piacere al popolo che si sente tiranneggiato da chi detiene il potere. La Brexit, con le innumerevoli conseguenze che ne sono derivate, è la piena dimostrazione di populismo. Chi ha votato a favore della Brexit, sono gli anziani e la classe più periferica e povera della Gran Bretagna che ha accettato di buon grado, un modo per cercare di contrapporsi  alla ricca élite che vive nella futuristica Londra; lontana anni luce dalla loro realtà. Hanno votato di istinto, senza rendersi conto di certi vantaggi che l’Europa, anche se indirettamente, ha portato anche a loro (la situazione senza le regole salariali europee, nella libera Gran Bretagna, sarebbe di molto più a danno dei lavoratori e disoccupati e così per i diritti dei lavoratori). I poveri, ora, potranno solo essere più poveri di prima; grazie alla loro scelta dovuta alla non conoscenza approfondita della situazione reale. (Con questo non volgiamo dire che l’Europa non abbia delle grandi colpe e che non abbia commesso errori e che dovrebbe al più presto darsi una mossa per salvarsi da una possibile brutta fine). La soluzione piu’ semplice e immediata e’ sempre quella meglio compresa, ma non sempre la migliore nel lungo termine.

Non dimentichiamo che la Seconda Guerra Mondiale la dobbiamo alla gravissima crisi economica tedesca e alla conseguente disoccupazione. Hitler in quella orribile situazione si pose come l’uomo che conosceva come risolvere il problema, promise quello che non riuscì a mantenere e riversò tutte le colpe sugli ebrei e sulle razze non ariane. E quella “invenzione” hitleriana fu apprezzata dai tedeschi, anche da quelli poverissimi, poichè avevano finalmente trovato il vero colpevole della crisi economica che stava inginocchiando la Germania. Non sono certo qui a dirvi come andò a finire, perché tutti conosciamo ciò che accadde e a cosa portò quella folle Seconda Guerra Mondiale.  Personalmente, in questi ultimi tempi, noto che si stanno mettendo in mostra loschi figuri che ricordano miseramente il populismo di Hitler, proponendo soluzioni facili a problemi, invece, complicatissimi, senza studiare in profondità le tristi conseguenze delle loro valutazioni. “Chi vuol capire capisca, chi invece fa finta di non capire per il proprio tornaconto lasci tutto com’è“, era solito dire mia nonna.

Replika, l’app che permetterà ai pronipoti di parlare con te quando non sarai più di questo mondo

Quando installi Replika, ciò che appare sul tuo schermo mobile è un’applicazione con un’icona a forma di uovo. Se lo apri, un messaggio dirà “Benvenuto in Replika. Iscriviti per incontrare il tuo Replika, un Amico dall’ Intelligenza Artificiale che sarà sempre al tuo fianco. “
Ma Replika non è tuo amico. È il tuo doppio. È una versione della tua psiche replicata che si adatta al tuo cellulare. Come si comporta con la tua personalità? Allo stesso modo di uno psicologo: ti parla.
Quando apri Replika per la prima volta, il software ti chiederà di registrarti fornendo il tuo indirizzo email. Inoltre, dovrai assegnare una foto al tuo “amico” e dargli un nome. Proprio quella sarà la prima conversazione che avrai. “Perché mi hai contattato?” Un modo fantastico per rompere il ghiaccio con te stesso.
Da lì, arriverà una cascata di domande che faranno parte di un interrogatorio perpetuo. L’obiettivo finale sarà che il software formi una rappresentazione di noi stessi dopo ore di conversazione. Sarà strano, perché le due parti della chat altro non saremo che noi stessi.
La tecnologia di questa applicazione, lanciata a marzo dello scorso anno, è una rete neurale che apprende sia le informazioni che forniamo (ad esempio se ci piacciono i gatti più dei cani) sia il modo in cui rispondiamo (se gli aggettivi abbondano, se usiamo certe espressioni, se esitiamo, se siamo concisi … ecc.).

Tutte le domande che subiremo potranno essere valutate con un ‘mi piace’ o con un ‘non mi piace’. Sulla base di questo feedback, l’app ci chiederà alcune domande o meno. Le domande sono infinite, per poter estrarre la nostra personalità nel modo più preciso.
Con tutte queste informazioni i server Replika stanno creando un bot che, in teoria, agisce e ‘pensa’ a cosa faremmo. Per ora, chi installa l’applicazione avrà un curioso spettacolo a portata di mano, perfetto per trascorrere dieci minuti al giorno in metropolitana o in treno (anche per praticare l’inglese) e scoprire le curiose risposte che l’applicazione ci darà. Ma Replika ha un obiettivo molto più ambizioso.
Luka, la startup con sede a San Francisco, responsabile di questa curiosa invenzione, vuole che questa app diventi una sorta di eredità digitale, una gemella che sopravvive e possa essere utilizzata con i nostri partner, i nostri figli, i nostri nipoti o i nostri pronipoti. Un amico che ci comprende completamente e ci accompagna nei momenti più solitari della nostra vita.
E perché no, un servitore digitale che finisce per svolgere i compiti che ci piacciono di meno. Riuscite ad immaginare di avere il miglior segretario possibile per rispondere alle vostre e-mail di routine o per congratularvi per il compleanno di un collega o conoscente tramite Facebook o WhatsApp? Replika è la penultima offerta di un business redditizio chiamato “il mercato della morte digitale” e che la serie Black Mirror ha mostrato in modo così suggestivo nel suo episodio di San Junipero.

Eugenia Kuyda, uno dei responsabili di Replika, aveva già sperimentato i robot del lutto (in griefbots inglesi) con Mazurenko, un esperimento che ha attirato l’attenzione dei media nel 2016.
Il bot Mazurenko era una replica di Roman Mazurenko, un amico di Eugenia che morì all’età di 33 anni in un incidente stradale. Per far fronte alla sua perdita, questo ingegnere ha creato una versione digitale del defunto per poter avere un’ultima conversazione con lui. La sua fonte di informazioni per generarlo? Le migliaia di messaggi che lo hanno attraversato per tutta la vita. Contrariamente al caso di Mazurenko, Replika è una lista vuota che viene riempita con i dati che noi forniremo all’app. Ogni interazione è un po’ più di alcune informazioni che questa gigantesca spugna digitale assorbe da noi. E non solo è nutrita dalle nostre risposte. Puoi anche collegare gli account Instagram, Facebook o Twitter per sapere quali foto ci piacciono o quali informazioni condividiamo con il resto del mondo. Negli uffici Luka, non tutto è computer e programmatori. L’azienda collabora anche con gli psicologi per definire le domande e far sentire gli utenti a proprio agio ed estrarre le informazioni più pertinenti e oneste. L’idea di Replika non può essere più suggestiva. Ma incontra un problema: la grande complessità della nostra personalità. Cosa succede se iniziamo a rispondere a queste domande in un momento complicato della nostra vita, ad esempio, se attraversiamo una depressione? L’applicazione sa come distinguere se abbiamo una brutta giornata? Se siamo euforici? Siamo effettivamente concentrati sulle risposte in qualche modo? Ad esempio, uno psicologo sa che dopo la morte di una persona cara saremo più vulnerabili (o più umani che mai). Questa app farà lo stesso?

Le risposte a queste domande saranno date solo dal tempo. Il software Replika sarà migliorato per rendere una rappresentazione migliore di noi stessi. Pertanto, dobbiamo vedere questa applicazione come se fosse un investimento a lungo termine: fornire informazioni su di noi fidandoci che in futuro la loro tecnologia sarà perfezionata e in grado di creare il nostro gemello perfetto. Il grande ‘ma’ di Replika è la privacy. È logico essere spaventati a riguardo. Questa app non è che sappia tutto di noi, è che sta creando una versione di noi stessi. I suoi creatori garantiscono che non venderanno mai le informazioni che hanno archiviato a società terze. Promettono inoltre che il loro servizio sarà sempre gratuito (secondo loro sono finanziati grazie alle donazioni). E se in qualsiasi momento ci stancheremo di utilizzare Replika, potremo cancellare tutto ciò che l’azienda ha raccolto di noi semplicemente richiedendo l’eliminazione dell’account.
Lo smartphone morirà e questa app sarà il suo successore.