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La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

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Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

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Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

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Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

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Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

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1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

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Quando il sesso diventa mortale. Alcune celebrità spirate mentre lo facevano

Attila, re degli Unni, era all’apice della sua carriera di guerriero e di uomo.

Aveva appena raggiunto un accordo con papa Leone I e stava progettando il suo più grande successo: la sottomissione e conquista di Roma.

Nel 453, sposò la sua dodicesima moglie, Ildikó, una bella ragazza germanica, bionda e formosa.

Lo sforzo della prima notte di nozze durante il rapporto amoroso, costò molto caro. La mattina dopo, infatti, venne trovato morto con sangue al naso e nelle orecchie.

Papa Leone VII, prima di diventare il Sommo Pontefice, ebbe una vita alquanto semplice e morigerata paragonabile a quella di un monaco benedettino, ma morì il 13 luglio, 939 a causa di un attacco di cuore durante un rapporto sessuale con una cortigiana che da tempo frequentava.

Felix Faure, venne nominato presidente della Repubblica francese nel 1895, ma il suo mandato fu interrotto da morte improvvisa.

Il 16 febbraio 1899, spirò con i pantaloni ai piedi mentre una prostituta lo stava baciando appassionatamente sul membro.

Si dice che la meretrice, da quel giorno, ebbe un ripensamento profondo e smise di fare il più antico mestiere del mondo.

Nelson Rockefeller, miliardario americano, morì il 26 Gennaio 1979 a causa di un attacco di cuore. Secondo quanto riferito, esalò l’ultimo respiro nel suo ufficio di Manhattan, ma i media dettero per scontato che egli avesse smesso di respirare nella sua casa nel Maine, mentre faceva sesso sfrenato, da una sedia a una poltrona, con la sua segretaria particolare Megan Marshak.

Rockefeller aveva 71 anni ed era molto sovrappeso, lei 45 e si manteneva bene in forma.

Secondo quanto riferito dalla donna al NY Times, ella dovette lottare strenuamente per liberarsi del peso dell’uomo prima di chiamare un’ambulanza e, così, quando arrivò il buon Nelson era già all’altro mondo.

Un consiglio: dopo gli …anta se intenzionati a fare sesso selvaggio, accertiamoci di avere un pronto soccorso nei paraggi.

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La donna più sensuale è colei che ti avvolge e ti scioglie con un semplice sguardo

Una donna sensuale suscita desiderio e risveglia i sensi.

La sessualità in lei va oltre un bel corpo e i pochi indumenti che la coprano, ma sta nell’atteggiamento innato o appreso, e i veri gentlemen si riferiscono a questa tipologia di donna per certi specifici dettagli che la rendono ai loro occhi desiderabile.

Più che la bellezza, le grandi doti di casalinga, o una madre modello, l’uomo anela la sensualità nella propria partner, la quale deve riconoscere in lui l’intima singolarità per farlo sentire al primo posto nel mondo.

Quantunque esistano signore o signorine, con brutte ginocchia, petto scarso, piedi grandi, cellulite o grandi fianchi, esse possono imparare la magica arte della seduzione, facendo sentire desiderato ed ammirato il proprio uomo ed ottenendo da questo comportamento meravigliosi benefici, tali da arricchire la stessa esperienza di una vita sessuale realmente gioiosa e soddisfacente.

Per molti mariti o fidanzati, la donna sensuale non deve essere necessariamente bella o voluttuosa, avere grandi seni e sembrare, in camera da letto, una modella di Playboy. Noi intendiamo la sensualità anche con un solo gesto provocatorio, uno sguardo ammiccante, labbra rosse, mani curate e un intiero arsenale di messaggi subliminali.

Credo, fermamente, che la sensualità nasca con la donna e, durante il tragitto di vita, ciò che impara è solo una forte dose di civetteria, due cose completamente differenti ma se sapute miscelare a giuste dosi possono diventare davvero esplosive. Le donne sensuali abbondano in dettagli, ma non sono, comunque, al cento percento perfette; la semplicità, la loro vera magia, le rende ben più appetibili.

Molti uomini riferendosi alla sensualità femminile preferiscono donne dalla personalità ben definita e con i piedi ben piantati a terra, e non con labbra carnose e curve prominenti. È chiaro che gli uomini desiderino al loro fianco compagne perfette, però, propendono più per quelle che li fanno sentire bene con se stessi. Questa dote deve comprendere piena disponibilità e capacità di comprendere l’uomo amato. Amarlo e desiderarlo, ma non trasformarsi nella sua ombra; ciò significa che lei dovrà avere sufficiente fiducia in se stessa in modo da farlo andare via sapendo che ritornerà per volontà propria.

In privato, le donne sensuali sono una miscela di semplicità, di provocazione, dolcezza e mistero. Per loro, il sesso è naturale, degno di essere goduto appieno, ma non si comporteranno mai come dive del porno. Camminano al ritmo del loro uomo e gli fanno da guida senza parole, lo seducono e si donano senza esitazioni e inibizioni. Se dovessi esemplificare, riassumendo quanto detto sinora, affermerei che una donna veramente sensuale si comporta verso il proprio amante come un gourmand verso un prelibato dessert: lo mangia tutto, ma poco a poco, per non dimezzare il piacere che prova.

Questo tipo di donna gode del suo corpo perché lo conosce a fondo e sa che il piacere non dipende tanto dall’uomo quanto da lei stessa e dalla sua Ars Amatoria. Lei desidera un compagno in grado di sentire e di sentirsi altruista. Paradossalmente, gli uomini desiderano una compagna sensuale ma, allo stesso tempo, ne hanno timore. Questa capacità dipende dal grado d’ insicurezza che è in loro e da come sanno gestirla rispetto ad una donna con una personalità dominante, sicura, libera, senza tabù, in grado di risolvere qualsiasi situazione.

L’uomo latino, spesso, si sente intimidito, crede che questo archetipo femminile non possa avere bisogno di lui. La desidera, ma non è in grado di mantenere il rapporto saldo, perché calpesta inavvertitamente lo stereotipo della donna sottomessa, una sensazione questa che lo faceva sentire importante. Tuttavia, la vera donna sensuale saprà renderlo unico e desiderabile senza sminuire se stessa.

Quello che gli uomini non sopportano:

A) L’insicurezza della propria partner. Una donna insicura trasmette continuamente bisogno di attenzione per tutto il tempo, mentre l’altro pensa già a nuovi lidi.

B) Violazione della privacy. La donna che tutto controlla e tutto vuole sapere.

C) Le continue lamentele. Farsi vittima di fronte ad un uomo è un errore enorme, noi non sopportiamo la donna piagnucolosa ed attaccabrighe.

D) La pudica. Le donne che adottano quasi sempre la posa verginale, si impegnano a coprire le loro nudità ad ogni costo e di tutto si meravigliano.

E) Le ostentazioni. Sia come modello di vittima, di madre, di intellettuale o di qualunque altra cosa che non sia naturale per il compagno.

Elizabeth Bathory, le atrocità di una contessa sanguinaria …forse, l’unico vero Dracula realmente esistito

Elizabeth Bathory, nasce il 7 agosto 1560 da George e Anna Bathory.

Raymond T. McNally, che ha dalla sua quattro libri sulla figura di Dracula nella storia, nella letteratura e nel vampirismo, nel suo quinto libro, “Dracula era una donna,” presenta ampie intuizioni sul fatto che il regista Francis Ford Coppola con il suo film Dracula di Bram SToker fosse stato fortemente influenzato dalle leggende di Elizabeth Bathory di Ungheria.

Per esempio, Vlad era rumeno e Dracula era ungherese come la Bathory.

Vlad l’Impalatore, non è mai stato minimamente sospettato di aver bevuto sangue umano, mentre Elizabeth non solo lo bevve, ma se ne servì per farci frequenti bagni – all’interno della sua personale tinozza costruita su misura con ossa umane essiccate- utilizzando plasma di vergini per mantenere la sua giovinezza.

La famiglia Bathory era una delle famiglie protestanti più ricche e potenti di tutta l’Ungheria, e riuscì a regalare alla nobiltà due delle sovranità regnanti più importanti della Transilvania grazie a Stephan Bathory, principe di Transilvania e re di Polonia oltre a Gran Duca di Lituania.

Gli altri parenti, “definiti interessanti”, dalla stessa Elizabeth erano un presunto zio accostumato totalmente verso riti e culti in onore di Satana; zia Klara, nota bi-sessuale e lesbica che gioiva soltanto quando infliggeva torture atroci alla servitù e agli uomini troppo dotati; il fratello di Elizabeth, Stephan, viscido libertino e ubriacone incallito.

In giovane età la Bathory ebbe ad assistere al supplizio e all’esecuzione di una zingara, che venne cucita all’interno di un cavallo e lasciata lì a morire.

All’età di sedici anni, siamo nel 1571, Ferenc Nadasdy diverrà il fidanzato ufficiale di Elizabeth, allora undicenne, grazie alle manipolazioni accurate di sua madre. Ferenc sposerà la promessa sposa l’8 maggio 1575.

Ferenc era un guerriero e quindi spesso doveva dividersi dalla consorte la quale -nel loro castello di Sarvar- portava avanti il compito di disciplinare la servitù.

Questa sua forma educativa, in seguito, venne considerata il più alto esempio di sadismo mai consumato fino ad allora.

Picchiare duramente, con un pesante bastone, i domestici era la più tenera delle sue punizioni, dal momento che aveva personalmente scritto un decalogo riguardante i vari castighi corporali da infliggere.

Frequentemente venivano usati dei grossi spilloni di ferro per chiudere la bocca a talune ragazze disubbidienti. Essi venivano conficcati e fatti passare dal labbro superiore a quello inferiore, e nel contempo le unghie e le carni di queste sventurate venivano riempite da piccole schegge di legno acuminate.

Un’altra di queste invereconde punizioni consisteva nel trascinare giovani fanciulle, completamente nude, fuori nella neve, dove Elizabeth dava l’ordine di versare su di loro acqua fredda fino a che non morivano assiderate.

Una delle cose da lei più amate, quando il marito partiva per la guerra, era quella di far visita a zia Klara, riconosciuta da tutti quale la regina perversa del bisessuale.

Grazie alle sue importanti amicizie con ricchi e potenti signori della zona, Klara aveva sempre a disposizione un nutrito numero di ragazze per la casa.

Elizabeth, lì, assieme alla parente dava sfogo a tutta la sua perversa lussuria.

Al servizio della contessa, come studiosi dell’occulto, erano il suo fedele Ficzko (un nano pervertito e pedofilo), Helena Jo -la balia-, Dorothea Szentes (chiamata anche “Dorka”), e Katarina Beneczky una lavandaia.

Inoltre, tra gli anni 1604 e 1610 una misteriosa donna di nome Anna Darvulia, probabilmente una delle tante amanti di Elizabeth, le insegnò molte tecniche nuove di tortura.

Dopo un grave ictus che la lasciò cieca, Darvulia abbandonò la corte della sua padrona trasferendo il suo lavoro a Elizabeth, Helena Jo e Dorka che, nel frattempo, avevano ben colto gli insegnamenti disumani della donna.

Con la morte di Darvulia, Elizabeth Bathory, ora sulla quarantina, era divenuta ancor più imprudente.

Cominciò a scegliere alcune ragazze della nobiltà più bassa e circostante grazie, soprattutto, all’aiuto di Erzsi Majorova donna senza scrupoli della vicina citta di Miava.

Fu proprio la Majorova che incoraggiò la contessa Bathory ad interessarsi a ragazze di simil ceto, ed a non disdegnare neppure le avvenenti contadinotte del luogo.

Un complice testimoniò che, in certi giorni, Elizabeth ordinava di fare stendere sul pavimento della sua camera, completamente nude, delle innocenti adolescenti con l’intento di torturarle. Qualche ora dopo il sangue di queste sventurate scorreva come ruscelli in un pomeriggio di pioggia torrenziale: i servi per svuotare la stanza da quel liquido dovevano usare grossi secchi di legno e, dopo, coprirne le enorme chiazze rossastre con la cenere.

Dal diario di Elizabeth Bathory: «Una giovane domestica non è riuscita a sopportare che la sverginassi con un palo di frassino e così è crollata subito, rapidamente è morta. Effettivamente era troppo piccola».

Una mattina appena sveglia, Elizabeth, chiese a Dorothea Szentes di cercarle una giovane e corpulenta ragazza del paese vicino. Dopo circa un’ora la collaboratrice tornò con una robusta fanciulla che venne fatta adagiare sul letto della contessa e spogliata completamente.

La Bathory, anch’ella nuda, si avvicinò al capezzale e, come un bulldog, aprì la bocca e azzannò la ragazza sulla guancia. In men di un battito di ciglia le fu dietro la schiena e con fare bestiale le lacerò una spalla coi denti. La povera sventurata svenne all’istante, ma ciò non impedì alla contessa di attaccare i seni e le gambe. Il sangue schizzando copiosamente dalla fanciulla la ricoprì di rosso e tutto sembrò orrendamente inumano anche agli occhi di Dorothea.

Le prove presentate a carico della degenerata contessa furono esposte il 2 e 7 gennaio del 1611 presso il Tribunale Regio d’Ungheria.

A verbale, le testimonianze dei suoi quattro complici, Ficzko, Dorka, Katarina Beneczky, e Helena Jo (Erzsi Majorova non era presente perché non rintracciabile al momento) furono trascritte e depositate per la sentenza, e le dichiarazioni più compromettenti -per Elizabeth- riportate su pergamena a parte.

I quattro confessarono che il numero dei corpi straziati oscillava tra le 45 e le 60 unità,

ma un quinto testimone, una certa “Zusanna la nubile” rivelò, in data 7 gennaio, il pezzo mancante dal puzzle maledetto.

Dopo avere descritto accuratamente le torture di Helena Jo, Dorothea, e Ficzko…e dopo avere chiesto misericordia per Katarina Beneczky, Zusanna denunciò l’azione più atroce e scandalosa dell’intero processo. Un elenco da ritrovare nel torace della Contessa contenente il vero numero di ragazze uccise, pari -cioè- a 650 cadaveri e, firmato di proprio pugno, dalla stessa Bathory.

La prima sentenza si abbatté su Helena Jo e Dorothea Szentes, gli autori materiali, congiuntamente a Elizabeth, di tali misfatti.

« Helena Jo e Dorothea Szentes, la corte quivi riunita vi condanna all’amputazione di tutte le dita delle vostre mani, poiché utilizzate come strumenti di tortura e intinte nel sangue di innocenti cristiane, che verranno asportate dal vostro corpo dal boia Onerio con un paio di tenaglie roventi. A dar seguito all’azione i vostri corpi saranno gettati pur vivi nel fuoco purificatore».

A causa della sua giovane età e della complicità in un minor numero di reati, Ficzko, il nano, venne solamentedecapitato.

Solo Katarina Beneczky sfuggì alla condanna a morte.

Più tardi il 24 gennaio 1611 … Erzsi Majorova … subì la mesma sorte di Ficzko.

Elizabeth non fu mai condannata, ma rimase per il resto della sua vita murata all’interno della sua stanza, del castello.

Nell’agosto del 1614, in una calda mattina, il suo carceriere, sbirciando dal foro della sua stanza, notò la scodella del cibo intatta, entrò nella cella e trovò la contessa, vestita di tutto punto e agghindata a festa, morta sul suo letto. Aveva 54 anni.

Di moltissime vittime ovviamente non venne mai ritrovato il corpo, e la contessa Bathory passò alla storia con il triste primato di più grande serial killer femminile di ogni tempo.

… E forse, l’unico vero Dracula realmente esistito.

Continuano a suicidarsi per disperazione, ma il Governo che fa?

Solitamente sono due i messaggi lasciati, nei quali c’è scritto: “La dignità vale più della vita di un uomo”; nel secondo viene espressa l’intenzione di uccidersi. Il suicidio è quasi sempre un messaggio, un terrificante messaggio e certuni artigiani, impiegati, pensionati, vogliono lanciare con simili gesti il loro disperato grido di angoscia e di disperazione togliendosi la vita.

Molti italiani negli ultimi anni, sotto i colpi devastanti della crisi economica, hanno deciso di portare a termine tale risolutoria azione. Alcuni, dopo aver pagato dissanguanti debiti fiscali, ricevono, subito appresso, notifiche di altri pagamenti da onorare e tutto ciò lo percepiscono come la fine, senza la minima possibilità o speranza. Altri si accorgono di non poter più provvedere alla propria famiglia a causa della disoccupazione, del lavoro precario, della mancanza di prospettive o, direttamente, di possibili alternative a questa loro situazione economica.

Alcuni si impiccano, lasciando l’intiera famiglia nella più totale disperazione, poiché l’azienda dove lavorano, precariamente, ha annunciato un’ulteriore riduzione delle ore e dei salari. Storie tristi, crude, che colpiscono in profondità. Non più tristi di altre centinaia di vittime per suicidio che vengono raccontate dai mass media a causa della bizzarra legge applicata nel nostro Paese, dove a pagare sono sempre i soliti noti. Tali vicende colpiscono ancora di più perché compiute in un mondo che, credevamo, basato sulla stabilità e il quieto vivere.

Impressionano perché rivelano che il capitalismo funziona in tutto il mondo con la stessa logica, quella di conservare i privilegi e colpire i più deboli, soprattutto verso quegli individui che credono nel diritto a tal punto da permettergli di passare su di loro come un rullo compressore. Tutte queste morti hanno costretto, i vari Governi nullafacenti, a rivedere, per un po’ di tempo, la propria politica fiscale, rigorosa e decisa, ma morbida e permissivista verso il capitale finanziario, con la speculazione che, lungi dall’essere punita per aver causato un crollo globale senza precedenti è, invece, stata premiata, rispettata e obbedita in tutte le sue drastiche imposizioni.

Basterebbe che gli statisti italiani guardassero per un momento a ciò che accade in Sud America, in Africa, in Asia, per capire che molti fantasmi si sono annidati nelle loro stantie idee economiche. Non è tempo di rimuoverli? L’imminente fallimento del nostro settore imprenditoriale, il taglio drammatico delle pensioni, la perdita dell’impiego quando mancano pochi anni al riposo, raffigurano alcune delle ragioni attribuite ai suicidi o tentati suicidi in un paese, ove anche la legge, ci mette del suo per far sì che il numero di vittime aumenti sempre di più a causa di sentenze fasulle, giudici compiacenti, interpretazioni personali del codice penale sempre e, comunque, a discapito del cittadino comune, che si ritrova senza alcuna spiegazione in un carcere per una reato mai commesso, e sappiamo lo stato in cui versano i penitenziari di questo nostro italico stivale.

Una nonna belga di 79 anni multata di 4000 euro e con il ritiro della patente perchè guidava la sua Porsche a 238km all’ora

Un’ anziana signora di 79anni giorni fa ha deciso di farsi un giro con la sua auto, una Porsche Boxster GTS, per cercare di risolvere il suo problema che è l’ insonnia, raggiungendo quasi i 240 chilometri all’ora.

Come riportato dai vari quotidiani belgi, il reato è stato commesso nella città di Namur (Belgio), e il risultato è stato una multa di 4.000 euro e il ritiro della patente per tre mesi.

Durante il processo, la signora ha confermato che era lei alla guida della sua Porsche rossa e ha spiegato che non riuscendo a prendere sonno ha improvvisamente deciso di andare a farsi una passeggiata per svuotare la testa.

Ha anche ammesso di non essere a conoscenza della velocità che l’ha messa nei guai, e ha riconosciuto giusta la multa inflittale.

Se passate per Namur, quindi, occhio ad una Porsche rossa…

L’uomo che in un attimo ha distrutto i detti “Volere è Potere” e “Ogni promessa è debito”: Matteo Renzi

Matteo Renzi voleva trovare i colpevoli dei gravi disservizi all’aeroporto di Fiumicino. Matteo Renzi richiamava all’ordine tutti i sindaci perché le citta erano troppo sporche dimenticandosi quando lui, Sindaco di Firenze, doveva rispondere alle stesse richieste stizzite dei cittadini della città col giglio. Matteo Renzi voleva risolvere il vero mistero della tragedia del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Matteo Renzi voleva rivoluzionare l’assetto Rai e la legge Gasparri. Matteo Renzi voleva riformare di sana pianta la giustizia. Matteo Renzi voleva aumentare il livello di occupazione e sconfiggere la povertà. Matteo Renzi voleva riformare la scuola. Matteo Renzi voleva spazzare via il “vecchiume” della politica nostrana. Matteo Renzi urlava e gridava che avrebbe messo lui le cose a posto!                                        Matteo Renzi ha distrutto in un nano secondo il detto “Volere è Potere”.

Oramai lo abbiamo imparato a conoscere perfettamente in questi ultimi due-tre anni: lui è la perfetta immagine del tutto e del niente assoluto. Colui che promette e che mai manterrà. Uffa, tutte le volte finisco per scrivere questa frase! La completa personificazione del 42enne rampante che quando parla dopo un attimo ha dimenticato quello che ha proferito qualche secondo prima; ma lo sa dire in maniera impeccabile, questo sì!

Lo hanno definito, ora non più, l’uomo più serio tra gli ultimi Presidenti del Consiglio, ma poi la gente si ricorda delle sue parole date, le molteplici, pianificate riforme e lo vede meno affidabile o quasi del tutto inaffidabile; per alcuni passa per personaggio irriverente, ma è solo un “bravomo”, come dicono dalle sue parti, un pacioso boy scout, paragonabile più al bagnino Mario di Panariello che a un irrispettoso Gian Brurrasca. Lo vediamo, e ce ne rendiamo conto ogni giorno di più, che lui non è un politico, ma un eterno ragazzotto di provincia che s’innamora di ogni cosa e il giorno dopo di nulla.

È un Narciso moderno che  ama solo se stesso. La sua ridente scarsità culturale è divenuta col tempo il biglietto da visita, una carenza conoscitiva che ogni volta riesce ad elevare a pregio di riconoscibile unicità. Il suo inglese toscanizzato ha varcato i confini e ormai anche gli eschimesi si rifanno a lui.

L’ex sindaco di Firenze, è un riassunto, spesso accidentalmente caricaturale, del quadraginta homo italicus, certune volte impegnato e tal altre paragonabile allo yuppie anni ‘80; spesso è un po’ Berlusconi, sovente un ex democristiano alla Fanfani; spesso bamboccione, qualche volta di sinistra (pochissime), altre di destra. Bruttino nei suoi primi passi televisivi con Mike, meglio ora che ha messo qualche kilo di troppo, ma coerentemente convinto di piacere a tutti… anche se i sondaggi lo vedono in netto regresso.

L’ Homo Renzianus, non digerisce la vecchia nomenclatura di sinistra, ma questa sua presa di posizione non deriva tanto da pura convinzione, ma perché glielo hanno inculcato nella testa. Voleva il totale cambiamento dell’Italia con le riforme, fatte dalla mattina alla sera, ma quando poi si è accorto che ha tutti contro si è comunque dimostrato contento del lavoro non fatto, tanto è ultra convinto  che il voto alle prossime elezioni lo vedrà netto vincitore.

Insomma, un numero uno, non certo per le nebulose idee, ma per l’imballaggio sfolgorante con le quale le avvolge. Concludendo, possiamo tranquillamente affermare che siamo davanti al campione del mondo dell’incrocio umano, figlio e frutto delle teorie deterministiche che lo hanno cresciuto…

Lui il re dei quadraginta italicus, con una german matri che lo instrada a suo piacimento.

A volte ritornano; eccome se ritornano! Si rifanno largo i vecchi volti della politica che fu. Renzi e la sua rottamazione non riuscita

Altro che rottamazione, altro che volti nuovi, altro che svecchiamento della politica. Matteo Renzi non ha mantenuto nemmeno questa sua promessa, una delle prime. Da un po’ di tempo a questa parte, come spettri inquietanti, si sono ripresentati a telecamere e fotografi di giornali i volti raggrinziti e stantii di Berlusconi e, addirittura, di Romano Prodi, brutte avvisaglie di un possibile ritorno a ciò che subivamo.  Improvvisamente, la seconda Repubblica ha rimesso il nasone fuori e come da un film di George Romero, stanno riapparendo come spiriti soprannaturali facce e gesta che conoscevamo da tempo immemore.

A differenza degli zombie e di certi mutanti, cercano di ripresentarsi tranquilli, tirati a lucido magari da qualche ritocchino di chirurgia plastica, ma nonostante tutto non riescono a non fare una certa impressione sinistra. Il miscuglio di anni, dai ’60 ai giorni nostri, si nota in maniera inquietante. Sono ancorati qui, senza imbarazzo, senza vergogna, senza tentennamenti, se non nella camminata piuttosto anzianotta.   Berlusconi, sembrava aver messo da parte ogni suo ritorno ai fasti di un tempo, ma da qualche mese lo si vede su quasi tutti i giornali e le sue TV, di cui torna a sfruttare i tanti passaggi che le stesse gli regalano, ossequiandolo come tempo fa.

Ciriaco De Mita, invece, impazza su televisione, radio e compagnia bella, rilasciando interviste al ritmo forsennato di uno che vorrebbe ristabilire quell’ordine, che secondo lui, una volta faceva dell’Italia un Paese serio e rispettato. Ma quando mai!  Giulio Tremonti, ex ministro dell’economia, si è messo a scrivere articoli sul Blog di Grillo, schierandosi apertamente, come i Cinquestelle, contro il fiscal compact. Critica tutto e tutti, insomma non ha cambiato di una virgola il suo atteggiamento da maestrino di quando era uno che contava.  Marco Rizzo, l’ultracomunista per antonomasia, e ancora segretario del PC, urla a gran voce che il Paese deve abbandonare l’euro e la NATO, se vuole uscire dalla profonda crisi in cui è sprofondata. Le stesse, identiche parole, di un decennio fa.

Poteva mancare, forse, il ritorno -fra color che son vivi ancor- di Clemente Mastella, sindaco di Benevento, sempre presente alle feste Udeur e speranzoso di un rilancio in grande stile nella politica che conta? Intanto, l’immortale Gianni Letta, ombra di Berlusconi per anni e anni, sembra molto legato al siculo Gianfranco Micciché              – grande alleato di Totò Cuffaro ai tempi non proprio edificanti che portarono quest’ultimo ai sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio – e pronto ad istruirlo sul prossimo candidato alle elezioni siciliane.

E poi altri e altri ancora, ma ormai sono arrivato al limite di sopportazione perchè, come quando si guarda un film horror con la speranza che il bene abbia finalmente prevalso sul  cattivissimo di turno, improvvisamente, lo stesso si ridesta, nonostante le tre pistolettate al cuore, e ricomincia ad imperversare e…