Featured

La pubblicità americana che ha creato la società dello stupro e delle molestie sessuali. E oggi…tutto come prima!

Al giorno d’oggi quesa tipologia di pubblicità verrebbe sicuramente censurata per il contenuto estremamente sessista e razzista. La propaganda americana ha dato il là alla società dello stupro e delle molestie sessuali senza nessun ostacolo da parte delle autorità sol perchè l’oggetto/soggetto era una donna. Beh, certo, le violenze perpetrate verso il sesso femminile esistono dai tempi dei tempi, ma arrivare a pubblicizzarle appare abbastanza disgustoso.

“Soffiale il fumo in faccia e lei ti seguirà ovunque” recitava vigliaccamente uno spot del 1969.

image

Ancora più cinico lo slogan della Kellog’s del 1930 : “Più duramente lavorerà una moglie e più sembrerà carina”. Da vomito!

image

Le marche più famose di allora, dai pantaloni Mr Leggs ai saponi N.K.Fairbank, con un piccolo bimbo bianco che incuriosito chiede ad uno di colore perchè sua madre  non l’avesse lavato con il sapone pubblicizzato, fanno capire che la Guerra di Secessione è servita ben poco agli americani.  

image

Immagini ignobili e sconcertanti che gli statunitensi accettavano senza batter ciglio e che parevano sponsorizzare un’ideologia e non un prodotto da consumare. Una sorta di fascismo all’americana che se ne fregava altamente dei diritti umani; veri e propri stimoli -espliciti e diretti- verso l’acclamazione della violenza nei confronti dei soggetti più deboli. Guardate con attenzione questa locandina che evidenzia un uomo che si domanda se sia ancora illegale uccidere una donna!

image

Oppure questo spot che sosteneva il machismo più arrogante e perverso, raffigurante una donna schiava del marito.

image

Pubblicità più recenti sembrano continuare, non tanto velatamente, la pessima sinfonia degli anni che furono con immagini che raffigurano giovani donne sculacciate dal marito, calpestate e con la testa sotto i piedi di predatori casalinghi, assolutamente assoggettate al capo e ritenute addirittura incapaci di aprire una bottiglia di passato di pomodoro.

image.jpeg

image

“È bello avere una ragazza intorno”.

image.jpeg

“Il capo sa fare tutto, ma non cucinare; per quello ci sono le mogli!

image.jpeg

“Pensi una donna possa aprirlo?”

Non che nel 2017 le cose siano migliorate; no, non volevo scrivere questo. Anzi, pubblicità con modelle brutalizzate, come quella censurata di Dolce & Gabbana, quelle con fastidiosi doppi sensi tipo “Fidati…Te la do gratis- La montatura !” e via dicendo, sottolineano ancora di più quanto l’ Homo Erectus sia attualmente presente nella nostra iper-tecnologizzata società, sempre alla ricerca, stavolta, di prede umane preferibilmente di sesso femminile, stimolato giornalmente da certa propaganda “svestita” che diventa un pericoloso pungolo ad agire nel peggiore dei modi.

image

image

Featured

La tormenta elettrica che logora i nostri figli. Parliamo della Sindrome di Dravet, dei genitori che l’affrontano con i loro piccoli e le associazioni che sostengono la ricerca

Era mio dovere iniziare questo articolo con le testimonianze di coloro che stanno vivendo sulla propria pelle tutto il disagio nel veder soffrire gli adorati figli, parole che se, minimamente, hai del sentimento ti toccano in profondità. Persone dignitosamente addolorate per la malattia che non dà tregua a queste giovanissime creature, madri e padri che fanno e faranno di tutto per combattere la Sindrome di Dravet assieme ai loro bambini e, l’articolo odierno, tratterà proprio di tale infrequente malattia. Il primo video parla apertamente della malattia e della continua ricerca medica per migliorare le condizioni di chi ne è colpito. Il secondo è chiaramente nato dall’esigenza di riunire le famiglie raccogliendone i vari stati d’animo, le prospettive futuribili, la lotta incessante per arrivare a sconfiggere detta malattia.

La Sindrome di Dravet, dopo tre giorni filati di immersione medico-culturale per capirne e poterne scrivere con cognizione, è stata da me definita la tormenta elettrica, difficile da scongiurare in quanto è una rara forma epilettica, che determina gravi  problemi a livello neurologico. Questa tormenta può presentarsi nel primo anno di vita, in maniera improvvisa e del tutto inaspettata.

Era il 1978 quando, per la prima volta, venne diagnosticata con  l’acronimo EMSI, Epilessia Mioclonica Severa dell’Infanzia, dalla dott.ssa Charlotte Dravet. Finalmente, tutti quei bambini che si contorcevano e soffrivano, facendo a loro volta soffrire genitori e parenti, potevano sperare in cure mirate al miglioramento di tale malattia.

Purtroppo, sino ad ora, i medicinali usati hanno sì migliorato la vita di queste piccole creature, ma non debellato il mostro della tormenta elettrica.

Chi ha una persona colpita da siffatta patologia conosce a menadito i suoi sintomi, ma per i profani, per chi nientemeno non ne ha mai sentito parlare, è giusto spiegare come si manifesta.

I primi indizi della sindrome solitamente sono impersonali e possono diversificarsi da bambino a bambino. Le crisi hanno inizio prima del compimento del 12mo mese di età, in soggetti con sviluppo della componente psichica dell’attività motoria normale. Si tratta, principalmente, di crisi convulsive, definite cloniche e accompagnate da febbre. Dette convulsioni sono generalizzate o interessate, unilateralmente, a solo metà del corpo.

Le crisi si dividono in lunga o lunghissima durata, arrivando a toccare anche i 60 minuti. Esse richiedono un’immediato trattamento con farmaci anticonvulsivi. Anni fa, un simile quadro clinico, portava i medici a pensare si trattasse di convulsioni derivanti dalla febbre poi, grazie alla dott.ssa Dravet, siamo arrivati a diagnosticare la sindrome col suo cognome.

Purtroppo, col passar del tempo, le crisi possono aumentare e manifestarsi senza febbre o con temperatura moderata che non supera i 38 ̊C. Inoltre, di frequente, si presentano stati epilettici continuativi. Esistono altre tipologie di crisi che emergono nei primi anni di vita: crisi miocloniche e focali, assenze atipiche che i ricercatori imputano a certuni fattori ambientali quali stanze eccessivamente illuminate, luci ad intermittenza, patterns, cioè disegni geometrici regolari, linee punteggiate, righe e via dicendo. Anche l’eccitazione o un eccessivo sforzo fisico sono associate alle crisi.

Bene, adesso abbandoniamo per un attimo la vicenda medica e torniamo ai due video di cui sopra.

La prima cosa che traspare è che questi genitori sono dei veri e propri eroi dell’amore, talmente assorbiti dalla malattia che sembrano loro i veri esperti. Sono gli individui che meglio conoscono il loro bambino; quelli che giornalmente portano sulle spalle il macigno della sindrome e della sua cura. Quando uno li ascolta non può far a meno di replicarne questo esaustivo insegnamento di vita, un ascolto che dà immediatamente vita a 10, 100 discussioni. E si capisce che durante questi incontri le varie esperienze vengono amorevolmente condivise.  Sin dai tempi di Platone il presupposto della psicologia è “che è infinitamente meglio parlare con qualcuno di un problema che tenerlo chiuso nella propria anima”. Cosa questa che gli esseri umani portano avanti da sempre. Quando uno ha un grande peso lo condivide con altri ed  esso diventa più leggero. E’ ovvio, che questo sia il motivo basilare per cui i genitori dei bambini ammalati della Sindrome di Dravet si ritrovano tra loro, per condividere il fardello della malattia con altre persone che stanno vivendo un’esperienza simile.

Torniamo alla malattia. Nel secondo anno di vita spesso si manifestano un certo ritardo dello sviluppo psicomotorio e disturbi del comportamento, più o meno rilevanti a seconda dei soggetti. In primis si nota un ritardo nel linguaggio e a seguire un ritardo più globale. Il piccolo può presentare anche problemi comportamentali quali un maggiore nervosismo, iperattività, disattenzione, difficoltà di comunicazione, cose che rendono, in breve tempo, la socializzazione alquanto complessa. In aggiunta possono sorgere disturbi motori come un’andatura molto scoordinata, tremori alle estremità, gesti imprecisi.

Col trascorrere del tempo possono manifestarsi disturbi del sonno e problemi ai piedi. Verso i 4-5 anni e poi in adolescenza, di solito, le condizioni migliorano con diminuzioni, o scomparsa totale,  delle crisi focali, delle assenze atipiche e delle crisi miocloniche, mentre continuano le crisi convulsive che tendono a presentarsi, nella maggior parte dei casi,  all’inizio o al termine della notte.

A conclusione, un articolo riguardante la Sindrome di Dravet, dell’ American Academy of Pediatrics, 141 Northwest Point Boulevard,
Elk Grove Village, IL 60007-1098
USA   001/800/433-916  Fax 847/434-8000

Le crisi convulsive possono raggrupparsi in serie, per periodi, ma gli stati di male epilettici sono più rari. Sono sempre sensibili alla febbre ma gli episodi febbrili diventano molto più rari. Anche i disturbi psicologici si stabilizzano. Le acquisizioni continuano lentamente o riprendono se ci sono stati momenti di regressione. Il deficit cognitivo permanente varia, da moderato a grave, a seconda dell’evoluzione osservata nei primi 3-4 anni di vita. L’instabilità si attenua e lascia posto a una grande lentezza con comparsa di perseverazioni. La comunicazione rimane spesso difficile e talvolta si osservano tratti autistici. Il livello del linguaggio corrisponde al livello intellettuale globale ma la comprensione rimane migliore dell’espressione. C’è un altra cosa strana di noi adulti: pensiamo che il nostro ruolo di genitori sia di proteggere i nostri figli dal male. Questo è falso. Proteggere i nostri figli dal dolore non è il nostro compito di genitori. Il nostro compito di genitori è di tenerli per mano e di camminare con loro attraverso il dolore. E’ nostro compito insegnare loro ad affrontare il dolore. E se possiamo fare questo per i nostri figli nelle piccole cose, quando sono ancora piccoli, allora impareranno ad affrontare i problemi più grandi quando cresceranno. E quando saranno adulti, saranno più preparati per le difficoltà della vita.

Esiste un debole rischio di decesso precoce, legato alle infezioni respiratorie, agli incidenti (annegamento), agli stati di male e alla morte improvvisa inspiegata. Ma la maggior parte dei bambini affetti raggiunge l’età adulta. Il loro grado di autonomia dipende dal livello di apprendimento e dalle loro possibilità di comunicazione.

Dato il recente riconoscimento della sindrome di Dravet, la sua evoluzione a lungo termine è poco nota. E’ tuttavia incontrastabile che una diagnosi più precoce con una presa in carico terapeutica più adeguata conferisca un’evoluzione sempre più favorevole.

Qual è la causa della sindrome di Dravet?

EEra sconosciuta fino al 2001 perché tutte le indagini complementari risultavano negative (TAC, Risonanza Magnetica (RMN), ricerche metaboliche…). Dal 2001, si sa che la malattia è associata a un difetto genetico. Si tratta di una mutazione del gene SCN1A o di una microdelezione che coinvolge il medesimo gene, portatore della subunità 1A del canale del sodio. Questo gene regola le funzioni dei canali attraverso i quali passano gli ioni di sodio nel cervello, che svolgono un ruolo molto importante nel suo funzionamento. Le mutazioni disturbano questo funzionamento, provocando le crisi.

Mutazioni di questo gene esistono anche in altre forme di epilessia, pur non essendo dello stesso tipo. Si tratta di forme più lievi (epilessia generalizzata con crisi febbrili plus, più nota anche come GEFS+). Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno altro membro della famiglia soffre di questa sindrome perché si tratta di mutazioni “de novo”. Ciò significa che le mutazioni non sono trasmesse dai genitori ma si formano (o sopravvengono) nell’embrione durante la vita intrauterina.

È necessario sapere che una percentuale non trascurabile (25%) di bambini affetti da sindrome di Dravet tipica non è portatrice di questa mutazione. Come per altre malattie genetiche, ciò significa semplicemente che esistono altre mutazioni probabilmente non ancora scoperte.

Allo stato attuale delle nostre conoscenze, ciò non cambia la prognosi. Persistono molte incognite e le ricerche continuano attivamente in molti centri specializzati sparsi nel mondo intero.

Come diagnosticare la sindrome di Dravet?

La diagnosi deve essere stabilita su basi cliniche. L’età di esordio delle crisi, il loro ripetersi nonostante il trattamento, l’assenza di cause rilevabili (TAC, RMN…), il normale sviluppo iniziale, l’assenza di segni elettroencefalografici (EEG) di un’altra malattia o la presenza di fotosensibilità sui tracciati EEG devono far pensare a questa diagnosi a partire dai primi mesi dell’evoluzione. Un’analisi genetica può essere proposta al momento della diagnosi ma è risaputo che il risultato negativo della stessa non può escluderla. Non è quindi necessario attendere la risposta per prescrivere il trattamento più appropriato e ciò nel più breve tempo possibile. Non sono sempre presenti tutti i tipi di crisi. In particolare, le crisi miocloniche possono essere completamente assenti o molto rare. Si tratta delle forme di “confine”, cosiddette “borderline”. Anche in queste forme sono presenti delle mutazioni, probabilmente meno frequenti e di minor gravità. La prognosi è la stessa e devono essere trattate alla stessa maniera. In alcuni bambini, lo sviluppo psicomotorio sembra normale ed imparano a parlare quasi normalmente. Tuttavia ciò non esclude la diagnosi. È nel corso dell’apprendimento scolastico (lettura, scrittura, aritmetica) che le difficoltà rischiano di apparire e che i test metteranno in evidenza un deficit cognitivo leggero o moderato.

Come viene trattata la sindrome di Dravet?

Il solo trattamento possibile è un trattamento sintomatico, ossia quello delle crisi. Sono stati utilizzati molti farmaci antiepilettici. Nessuno di essi ha consentito il controllo completo delle crisi, perlomeno nei primi anni, ossia il periodo attivo dell’epilessia.

Un’associazione di vari farmaci è abitualmente necessaria, in particolare una triterapia. Bisogna sapere che, così come per altre forme di epilessia, alcuni antiepilettici possono aggravare le crisi invece di ridurle e questi farmaci sono noti ai medici.

È necessario evitare le infezioni ripetute e trattare gli episodi febbrili in maniera adeguata. Bisogna saper utilizzare i prodotti per via rettale o endovenosa al fine di evitare gli stati di male epilettici.

Esistono delle alternative che però, per il momento, non si sono di- mostrate efficaci per un numero sufficiente di pazienti: dieta chetogena, stimolazione del nervo vago, immunoterapia (gamma globuline). Non esistono interventi chirurgici possibili per questa sindrome perché l’epilessia è al contempo multifocale e generalizzata.

In futuro si può sperare che una migliore conoscenza delle anomalie genetiche, delle funzioni delle varie proteine implicate e della loro influenza sui meccanismi che scatenano le crisi permettano di selezionare i farmaci su basi più razionali.

La presa in carico dei disturbi associati è indispensabile, possibilmente da parte di un’équipe specializzata che conosca i problemi delle epilessie a comparsa precoce. Valutazioni regolari eseguite con l’ausilio di test psicometrici aiutano ad adattare i metodi educativi ed, eventualmente, riabilitativi (psicomotricità, kinesiterapia, logopedia), mentre un sostegno psicologico permette di aiutare i bambini e i loro genitori a gestire questa epilessia così pesante nella quotidianità, per la presenza di frequenti crisi che compromettono la qualità della vita.”

In fondo questa malattia, e forse tutte le malattie, sono il lato più oscuro, più notturno della vita, una residenza più onerosa. Ogni persona che viene al mondo ha una doppia residenza, nel reame della salute e in quello delle malattie. E’ logico che se tutti potessero, sceglierebbero il passaporto buono, ma prima o poi ad ognuno viene ordinato, almeno per un certo periodo, di riconoscersi cittadino del reame meno buono.

Il Raccontafavole

 

Featured

Esame di Maturità 2017. E io parlo del mio, avvenuto nel 1978

In queste ore, i maturandi 2017 sanno già vita, morte e miracoli in merito alle tracce dei temi della prova scritta d’italiano.

Ah, quanti ricordi di quei giorni, i giorni della mia maturità.

Li ho impressi nella mente come fosse ieri, sebbene sia passato tanto tempo.

Arrivai al Liceo accompagnato da mio padre, con i pantaloni a sigaretta della Lewi’s, che allora erano un vero must della moda, e la camicia celeste di lino appiccicata alla pelle per il sudore. Immancabili le College con nappine blu ai piedi.

Sudore dovuto forse alla paura, sicuramente perchè avevo pochissime chance di ottenere un buon risultato; anzi era già un successo la mia presenza alla prova. Comunque, per la cronaca, quel dì alle 8,10 di mattina c’erano già 27 gradi.

Quella situazione fu, anch’essa, una lezione di vita: non indossai, da allora, più camicie di lino. Appuntatevi questo consiglio perché, ne sono certo, vi tornerà utile.

Avevo sottobraccio il vocabolario d’italiano, pieno zeppo di appunti e sottolineature, come se fosse, poi, stato possibile utilizzarli.

Poi, fermato con una cintura di cuoio, trascinavo svogliatamente il diario, tutto scarabocchiato e con “L’urlo di Munch” come copertina; insomma, un bel colpo d’allegria, non c’è che dire!

E, proprio, per farvi realizzare il malessere post-adolescenziale del periodo, avrei scelto, in caso impossibile di Tema Libero, “Il Pessimismo Cosmico”. Leopardi era l’unico che sapeva capirmi veramente.

Mi sono ritrovato nell’androne della scuola nervosissimo, e anche i volti dei miei compagni erano diventati irriconoscibili a causa della paura.

Panico e bigliettini infilati nelle tasche e nelle mutande la facevano da padrone.

Una volta arrivato al corridoio che avevano assegnato alla mia classe, infinitamente lungo, tetro e pieno di banchi, mi sono seduto come al solito in penultima fila, diciamolo pure, posizione estremamente tattica: in prima mai, lì si sedevano i più bravi; in seconda assolutamente no, era l’habitat naturale per i geni del sapere e poi eri sempre troppo esposto; la quinta fila risultava perfetta, in quanto non era l’ultima, che controllavano assiduamente, ed era ben coperta.

Il primo risultato da ottenere, dunque, era la fila. E, in fondo, succede anche oggi, chi opta per l’ultima fila ha sempre qualcosa da nascondere e tu non devi destare sospetti.

Ho passato in quel banco momenti di vera e propria angoscia.

Il primo giorno, alla prova di italiano, ho scelto il tema sull’Unione Europea, nonostante fossi propenso a quello di letteratura, ma solo in caso fosse stato assegnato il Leopardi.

In un modo o in un altro lo consegnai a petto abbastanza in fuori, conscio di aver fatto una buona prova.

E, come quando si è in attesa del patibolo o della scossa mortale, giunse come una malattia incurabile il giorno della prova di matematica.

Se ben ricordo mi portarono un foglio ove c’era da svolgere un problema sui fasci delle parabole: arabo, aramaico, anzi di più, buio assoluto. Non finii neanche di leggerlo, tanto non avrei mai saputo da dove iniziare, solo un nuovo miracolo della Madonna di Lourdes di passaggio a Pistoia, avrebbe potuto farmi scrivere qualcosa in merito a quei geroglifici tortuosi che solo a guardarli mi facevano venire l’urto del vomito.

Fu una vera e propria Caporetto, un Fort Alamo, una disfatta alla Custer… Per i curiosi, il compito fu consegnato quasi in bianco, sì perchè scrissi a vanvera delle equazioni inesistenti con calcoli del tutto folli.

La prova d’inglese andò decisamente meglio… e come non avrebbe potuto.

Il 24 luglio ci furono gli orali.

Qualche giorno prima della fatidica data, mi ricordo di essere stato avvolto da un’aura mistica, buttando giù caffè d’orzo e Brioss Ferrero; mi coricavo intorno alle due e mezzo del mattino, vista anche la concomitanza con i campionati Mondiali di Calcio in Argentina, che non volevo assolutamente perdere.

La mia metamorfosi in Giacomo Leopardi, chino sulle sudate carte, si stava materializzando giorno dopo giorno.

L’orale d’italiano andò benino, a matematica scena muta, a inglese così così.

Una volta uscito da quell’incubo, mi precipitai con tre miei amici, leggero come una piuma di struzzo, nella vicina piscina del “Panda”, locale molto in voga tra i giovani di allora.

Fui promosso con 36, che per me assunse il valore di un 360 cum laude.

Cosa ho imparato dalla maturità?

Che mentre nei sei dentro la vivi, anzi la “sopravvivi”, ti sembra una montagna invalicabile, specialmente per gli anti-secchioni come il sottoscritto; nella realtà, a tempo debito, ti rendi conto di avere affrontato un vero e proprio test attidudinale, comportamentale e tutto si trasforma in ricordi indelebili che racconterai sempre col sorriso, come un soldato scampato miracolosamente a un campo minato.

Però, ti verrà subito in mente, dopo lo schivato pericolo, che nella vita, a meno tu non voglia diventare un professore di matematica o un ingegnere nuclerare, i fasci di parabole ti serviranno meno che a niente e, allora, ogni volta che ci penserai non potrai fare a meno di realizzare il più bel gesto dell’ombrello della tua vita, con la dovuta esclamazione a supporto:

” Fànculo parabole del ca…”

Con il trascorrere del tempo capirai che quella prova altro non era che una lunghissima serie di esami, di test, di tentativi, di persone sconosciute che valuteranno il tuo operato e quei giorni ti parranno solo il tuo primo vero tagliando alla vita.

Anni del liceo che ti lasceranno, sicuramente, una struggente malinconia.

Che non devi azzardarti a indossare camicie di lino e, magari, a sostare qualche minuto in più sugli inutili tomi di matematica.

A quento punto, tantissimi auguri ragazzi, prendetevela comoda, anzi godetevela, perchè i veri, grandi problemi -e non di algebra- verranno dopo.

Featured

Il mondo incantato di Iris Apfel, la signora dallo stile unico e inimitabile

Iris Apfel Style 

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Iris Apfel Illustration Art

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

 

Iris Apfel Home 

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Iris Apfel Quotes

Questo slideshow richiede JavaScript.

Iris Apfel Jewelry

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questa, una parte del mondo della grande Iris Apfel.

Featured

Metamorfosi. Dio o demone? (Da Il Raccontafavole)

Com’era arrivato a questo? Non lo sapeva. Era lì sudato con la pistola appoggiata alla testa. Le urla, ormai, le sentiva attraverso la porta chiusa.

Tutto faceva pensare che non avrebbero tardato molto ad entrare, ed allora sarebbe successo l’inevitabile.

Ma, cosa desiderava veramente in quel preciso momento?

Essere giudicato da una moltitudine di uomini e donne con sete di vendetta, o direttamente da  Dio?

Forse, finire tutto con un colpo alla testa sarebbe stata la migliore soluzione, e non ci sarebbe stato nulla da spiegare a nessuno, seduto davanti a un tavolo di tribunale.

Molte volte aveva deciso di annulare una vita, tanto spesso che sentiva dentro di sé il potere sovrannaturale di interrompere o far continuare un’esistenza…così, perché ne apprezzava la cosa.

Ma, ora, la situazione si era capovolta, e non aveva tempo per una scelta appropriata.

Le grida si facevano sempre più vicine e distinte; quanto sarebbe rimasta ancora chiusa quella porta?

Avrebbe dovuto aprire o far scattare il grilletto della sua pistola.

Le domande si ripetevano nella sua mente, sempre seduto con le ginocchia al petto e gli occhi semi chiusi. Continuava a sudare e ricordava le cose che aveva fatto in passato.

Tutto cominciò come una nuova esperienza: un paese vicino al suo, una prostituta straniera, una piccola stanza di hotel immersa in un irrespirabile fetore; sì, un luogo come quello in cui si trovava.

Poi, l’improvviso bagliore del coltello nel buio, solo un colpo netto che raggiungeva la ragazza, ponendo fine alla sua giovane vita. A differenza di ora, invece, non vi furono urla, solo un lieve, prolungato gemito.

Fu molto più facile di quanto si aspettasse, ma non era come nei film che aveva visto.

Quella notte si sedette accanto al cadavere per ore, fino a quando il sole risvegliò l’altro lato della città.

Nessun pentimento, nessun raccapriccio, stava cominciando un nuovo cammino e la sua vita finalmente aveva un senso.

Dopo quella notte, non riuscì più a spegnere la sua sete di sangue.

Da allora cominciò a studiare meticolosamente i suoi progetti: una città in cui non lo conoscevano, l’avvicinamento di una vittima che lui avrebbe giudicato più debole, tipo un barbone, una donna, un ubriacone; ecco, questo era il suo repertorio principale.

Guadagnava la loro fiducia, e subito dopo, per un attimo, si trasformava in Dio sulla terra.

Si giustificava con se stesso definendosi colui che dava loro la possibilità di redimersi, perdonando, poche volte, o ponendo fine alla loro miserabile esistenza.

In certune occasioni le sue disgraziate vittime supplicavano di finirla al più presto, perché amava anche torturarle; anelavano la fine di quel vero e proprio inferno.

Dal suo punto di vista, erano favori che faceva, un ultimo favore.

Intanto, immerso nei suoi pensieri, iniziava a sentire i pesanti colpi sferrati dall’altra parte della porta, che aveva bloccato con una sedia proprio sotto la serratura.

E pensava a quei disperati, intenti a fargliela pagare quanto prima, che si sarebbero presentati innanzi, con troppa rabbia e dolore nel cuore.

Egli conosceva certi stati d’animo, nascostamente era entrato nelle case delle persone uccise durante le veglie funebri; sapeva ciò che provavano.

Lui scuoteva la testa, sembrava voler porre fine una volta per tutte alla storia; una pallottola in testa e amen.

L’”assassino delle viuzze“, questo era il nomignolo che gli aveva affibbiato la stampa per i suoi continui attacchi  in zone non centrali delle città.

Capirono presto che era opera sua: sempre l’uso del coltello e sempre nei bassifondi di remoti villaggi dimenticati.

Non gli era mai piaciuto quel soprannome, ma sapeva che la società doveva, in qualche modo, battezzarlo, così avrebbe avuto meno paura, perché quelle morti avevano una spiegazione, ciò che si conosce fa meno terrore dell’ignoto.

Lui, non riusciva a capire perché lo chiamassero “assassino”.

Non poteva pensare che tutti fossero così ciechi, che non si accorgessero che stava facendo un favore all’intiera umanità.

Non era forse vero che le persone che lui torturava e uccideva, venivano descritte dalla chiesa come anime perdute che avevano smarrito la retta via?

Dava loro solo una mano, metteva fine a quella sofferenza e le instradava per vie migliori.

Che ironia, stava pensando, quelle persone al di là dello sbarramento vogliono finirla con lui per quello che aveva fatto, per come aveva giudicato quelle scorie, e ora lo trattano allo stesso modo.

Gli gridavano improperi da dietro la porta, e lui chiudeva gli occhi, tanto già conosceva il contorno di quei volti colmi di rabbia, quelle persone che urlavano e sputavano allo stesso tempo, armati di bastoni e coltelli. 

Alcuni erano vicini di casa, altri venuti da fuori, e c’erano persino dei bambini.

Qual era la differenza? Solo che, ora, si trovava dalla parte sbagliata.

Adesso, avevano loro il potere, e avrebbero giudicato colui che prima si sentiva Dio.

E lui capiva, e non li odiava, adesso la forza era tutto nelle loro mani.

Come quando adescò, per ore, un ubriaco all’interno di un bar.

Accidenti a quel vecchio marinaio ubriacone, pensava!

Non vedeva l’ora che chiudesse quel locale per uscirne insieme, e porre fine a questo anziano esploratore di mari.

Bevvero whisky e birre quella notte, come fossero vecchi colleghi e ascoltò tutte le sue stupide storie da vecchio lupo di mare.

La metà di ciò che narrò erano panzane allo stato puro, ma dentro di sé lo invidiava, per la sua fantasia e per quello che forse, veramente, aveva vissuto.

Lo guardava deglutire l’alcool come fosse acqua minerale e rifletteva sul fatto che  aveva vissuto una vita intensa, ma che ora non aveva più nulla, solo l’umiliazione nei bar, tentando di raccontare storie per accaparrarsi qualche birra in più; era un faro la cui luce si stava consumando lentamente.

Il bar chiuse, e si ritrovarono in un vicolo, un ultimo abbraccio fra “colleghi”, e ancora una volta la brillantezza dell’acciaio del coltello in aria; negli occhi di quel marinaio l’eterna gratitudine.

Osservava la porta senza spostare di un millimetro lo sguardo, ormai era solo questione di secondi.

Un ultimo tremendo colpo e vide le mani, gli occhi ardenti di rabbia, nella lieve oscurità.

Improvvisamente, sentì il freddo della pistola alla tempia. Aveva dimenticato completamente l’arma; alzò la testa.

Ed essa sembrò parlargli : “Sì, sono qui con te, oggi ti giudico io, non ti preoccupare, ti farò quest’ ultimo favore, prima che oltrepassino quella porta premerai il grilletto; oggi decido io caro amico; come vedi occupo il tuo posto”.

Quando lo raggiunsero era già chinato col capo sul tavolo e una grossa macchia di sangue ne contraddistingueva i contorni.

Le sorprese non finirono lì.

In quel momento capirono, perché non riuscivano a dare un’identità al “killer delle viuzze”, perché non restava traccia alcuna dopo i suoi attacchi e perché molti casi venissero archiviati così presto.

Nell’alzargli la testa riconobbero il volto ossuto di Nat Coleman, lo sceriffo della Contea, colui che presenziava alle veglie funebri sulla soglia della porta e stringeva le mani ai familiari delle vittime.

Piaciuto questo Articolo? Condividilo…

1 commenti per questo articolo

  • Inserito da Loredana il 12/01/2013 17.10.21

    Un altro invidioso del ruolo e dei compiti di Dio…arrogarsi il diritto di giudicare e somministrare punizioni, come se si fosse al di sopra delle parti. Bravo, Raccontafavole, un bel ritratto spaventoso di serial killer giustiziere, anche se con le fattezze inaspettate del “Bene”, in questo caso corrotto.

Inserisci un Commento

Nickname (richiesto)
Email (non pubblicata, richiesta) *
Website (non pubblicato, facoltativo)
Capc inserisci il codice
Inserendo il commento dichiaro di aver letto l’informativa privacy di questo sito ed averne accettate le condizioni.

Il sacro Battaglione di Tebe, come racconta Plutarco,era formato da 300 soldati omosessuali

Il Battaglione Sacro di Tebe, una compagnia di soldati fortissimi, come racconta Plutarco, era formato da 300 omosessuali.
Oggigiorno, grazie alla bibliografia scritta che ci ha lasciato lo storiografo, possiamo conoscere un’infinità di fatti accaduti in un’epoca nella quale le battaglie, per conquistare nuove nazioni, erano una routine giornaliera. Le città-stato che componevano quella che conosciamo oggi come la Grecia, si disputavano ogni palmo di terreno per difendersi dagli attacchi nemici che venivano portati da potenti eserciti di elite. Forse il più noto di tutti è stato l’esercito spartano, che era composto dai soldati più disciplinati e impegnati per la causa che, probabilmente, abbia mai raccontato la storia.

Ma un’altra città pretendeva di ottenere l’egemonia di possedere il più valoroso e perfetto esercito di quanti ce ne fossero nella regione: Tebe, i cui interessi politici passavano per la nota inimicizia con Sparta. Il militare di origine nobile Górgida fu chiamato a formare un battaglione la cui disciplina e forza fosse simile a quello che, un secolo prima, tanti trionfi riserbò al re Spartano Leónida. Con l’eccezione che il Battaglione Sacro di Tebe consisteva di 150 coppie di soldati omosessuali, i cui legami sentimentali, spiega Plutarco, rafforzavano l’impegno di questi quando combattevano.  Ogni coppia era composta da un maschio adulto e un giovane iniziato (molto comune in quei tempi tale unione). Il veterano, conosciuto come Heniochoi, o guida, istruiva il giovane allievo, chiamato Paraibatai (compagno), non solo nelle arti d’amore, ma anche nelle strategie militari che doveva rispettare sul campo di battaglia.

Plutarco, racconta ed evidenzia come i due affiliati dello stesso battaglione, se ci fosse stata una relazione tra loro, avrebbero lottato instancabilmente per essere degni dell’amore e il rispetto del proprio partner, non volendo essere in imbarazzo agli occhi della persona amata. Per tale motivo, i due avrebbero lottato sino al limite. Se uno fosse stato ucciso durante la battaglia l’altro sarebbe stato oggetto di feroci ritorsioni. E così è stato, per oltre tre decenni (il periodo in cui l’esercito non perse una sola battaglia) divenne il complesso militare più potente, superando anche quello spartano. Ma, l’unica sconfitta arriverà nella storica battaglia di Cheronea, nella quale la strategia utilizzata da Filippo II di Macedonia, accanto a suo figlio Alessandro Magno, altro storico gay, amante di Efestione, riuscirà a debellare l’esercito più insigne della sua epoca.

Mentre il resto dell’esercito tebano si dette alla fuga, le 150 coppie che componevano il Battaglione Sacro di Tebe, rimasero compatte e lottarono fino all’ultimo momento, anche se era già chiara la loro tragica fine.
Filippo di Macedonia, dopo la vittoria, riconobbe l’enorme merito e il coraggio di quel gruppo di uomini che combatterono ferocemente fino all’ultimo istante di vita per non deludere la patria e il proprio compagno di battaglia e…d’amore.

 

Annunci

Prostituzione, un lavoro -diventato col tempo- tipicamente borghese

Negli ultimi tempi, la depenalizzazione delle teorie sulla prostituzione è diventata popolare, anche in settori del femminismo che in passato si erano completamente opposti a qualsiasi lavoro sessuale. Secondo questo punto di vista, detto lavoro viene liberamente scelto (ad eccezione di determinati casi), è parte dell’identità del lavoratore e, in molte circostanze, è un’opzione di occupazione molto più redditizia, e quindi più accettabile rispetto ad altre. Come spiegato da molte escort o semplici prostitute di strada tale “impiego” è più congeniale di un lavoro presso un McDonald’s o un teleselling qualunque.
Ed è un argomento convincente. Legittimando la prostituzione, affermano i suoi sostenitori, i lavoratori saranno liberati dalla stimolazione sociale e godranno di una migliore protezione contro i rischi insiti nel loro lavoro. Ma non tutti sono d’accordo, nemmeno le prostitute.

Alcune femministe e comuniste, hanno ultimamente protestato in vari Paesi Occidentali ( Roma, Regno Unito, Francia…) contro la polarizzazione della “depenalizzazione libertaria” e contro il “progetto parallelo di sanificazione e legittimazione” del lavoro sessuale. Molte di loro, cresciute in quartieri malfamati da madri single, hanno detto ai clienti di appartenere a famiglie borghesi, felici e conservatrici. Hanno spiegato in varie interviste rilasciate ai media che la tendenza attuale è il risultato dei “progressi tecnologici e la pratica postmoderna di concentrarsi su esperienze individuali (piuttosto che le tendenze collettive o generali) e che occorre guardare ciò che le cose sembrano essere e non ciò che sono realmente. ”

In altre parole, la tendenza a concentrarsi sull’identità personale e sulla sfera privata delle lavoratrici, piuttosto che sulla prostituzione come business, consumo e riproduzione dei rapporti di potere, è un processo di “ingegneria politica”. Lo sanno bene, perché tali prostitute sono passate dalla classe operaia all’apparente sicurezza della classe media … il che è anche peggio. Se lo desideri, puoi anche essere una borghese. La storia del lavoro sessuale è iniziata liberamente, o liberamente come una donna in una relazione in cui subisce abusi. Cioè, senza sapere esattamente il suo lato oscuro. In generale, molte di loro spiegano, che tutte le loro compagne di liceo venivano dalla classe operaia e finivano per prostituirsi con l’idea di fare soldi facili e veloci.

Inoltre, non c’è bisogno di qualificazione. La storia stessa di molte squillo proviene da un ambiente di bassa classe, cresciute in un quartiere pericoloso grazie al solo stipendio della madre single. Tuttavia, sono solite dire ai clienti che le loro origini sono borghesi e che hanno deciso di dedicarsi alla prostituzione per soddisfare il  “vorace appetito sessuale”. Perché? Non è solo un lavoro, ma una buona vita data dagli alti incassi giornalieri. E qui si arriva inevitabilmente alle “escort indipendenti”, che possono farsi pubblicità su Internet personalmente e non dipendere dalle vecchie strutture della prostituzione. Né papponi né madama. Il semplice fatto di aumentare le loro tariffe le rende automaticamente parte dell’élite: i tic della classe media divengono spesso essenziali, con le escort che promuovono la loro istruzione universitaria, la loro etichetta raffinata, i loro viaggi e i loro hobby.

Il lavoro nel bordello è brutale per i loro corpi, ma lavorare come escort indipendenti spesso esaurisce il loro spirito. Ora sono un prodotto da propagandare.   Hanno dettagliato la propria formazione universitaria, la passione per scrittori come Will Self, la preferenza per i vini rossi. Qualunque cosa affermi la loro identità di prostituta borghese. Per molte prostitute è stato facile fare il salto da puttana di strada a lavoratrice indipendente, perché forse è come passare dall’essere un lavoratore salariato a un imprenditore. Tuttavia, l’entusiasmo per condizioni di vita materiali leggermente migliori e una presunta “civiltà” di settore durano poco, perché, come è successo a tante professioniste libere, improvvisamente si sono rese conto che il nuovo ambiente di lavoro richiedeva ancora di più da loro.

Per competere in questo nuovo ambiente virulento, l’esposizione diventata una necessità, una droga pericolosa. Devi essere sempre “in prima pagina”, altrimenti sei dimenticata. Scattare decine di fotografie con nudi molto aggressivi, scrivere blog, connettersi alla web-cam … diversificare. È sempre più comune che le squillo comincino a comparire nei film porno, o che le attrici porno inizino a prostituirsi. L’ aver girato un film è, dopo tutto, una buona rivendicazione pubblicitaria. Alla fine, tuttavia, questa retorica ha uno scopo politico, legato al liberalismo (libertario). Proprio come il termine “lavoratore tessile” nasconde la realtà dei laboratori di sfruttamento del Terzo Mondo, il concetto di “sex worker” serve a “legittimare l’industria del sesso come un affare moralmente neutrale”. Il desiderio di una completa depenalizzazione è, infatti, il diritto degli affari a espandersi senza l’intervento dello stato o la preoccupazione per le lavoratrici. Ed ecco perché la prostituzione è di nuovo come tante opere contemporanee, in cui la felicità, lo stato e la realizzazione personale o l’accesso ad una presunta vita da classe media mascherano la triste realtà del lavoratore, che trova poca consolazione nel suo attuale stato sociale.

 

L’Italia senza politica e rappresentanti politici. Fine della democrazia rappresentativa

Con questi politici e, quindi, questa politica, gli elettori evitano come la peste bubbonica le urne, di conseguenza ai partiti vengono a mancare gli iscritti e la fiducia verso la politica è ai minimi termini. Chi ancora protesta e vorrebbe generare conflitti e tensioni viene emarginato e il tutto ridimensionato ad un problema di ordine pubblico. In poche parole, gli italiani non hanno una politica a cui affidarsi. Simmetricamente, la politica dimostra al mondo intiero di non avere assoluto bisogno dei cittadini e contrasta il loro disinteresse con leggi elettorali che donano ben infiocchettati seggi al primo partito, cosicchè chi si ritrova in minoranza si rinnova in maggioranza nelle istituzioni, e con le pochissime riforme volute da un cerchia oligarchica quasi sempre a livello sovranazionale.

Tutto ciò porterà, anzi sta portando, alla fine della democrazia rappresentativa, da sempre fondata su uno strettissimo vincolo tra i cittadini e i loro rappresentanti politici. Siamo in una situazione disperata, senza via d’uscita, del tutto negativa. E, all’orizzonte non si intravede la minima possibilità di ripresa o di un nuovo inizio poichè i vari Di Maio, Salvini, Renzi, Berlusconi, Martina, Meloni e via dicendo, stanno facendo di tutto affinchè le strade degli italiani e quelle della politica non tornino mai più a congiungersi.

Primavera, aumenta il desiderio e facciamo più sesso. Fondamentale l’aumento delle ore di luce

Sebbene sia d’attualità affermare che la primavera attiva il desiderio e siamo più ricettivi verso l’amore e le relazioni sessuali, tutto ciò ha comunque solide basi scientifiche. Benchè non sia la stagione dell’anno un fattore esclusivo per innescare il nostro desiderio e la voglia di contattare altre persone, la primavera ha qualcosa che altera il nostro sangue, anche se sembra che le cose stiano cambiando. L’aumento delle ore di luce è molto incoraggiante. Innumerevoli persone in inverno entrano e escono dal lavoro senza salutare il sole. Ciò influenza il loro umore e, quindi, tutte le aree della loro vita, compresa la sessualità e il desiderio. Il sole, che è un afrodisiaco e antidepressivo naturale, ci consente di processare il 90% di vitamina D. Il restante 10% verrà trattato con una dieta adeguata. La vitamina del sole, come è noto, oltre a intervenire in vari processi salutari e necessari per il nostro corpo, è molto positiva anche con i livelli dell’umore e del testosterone.

Questo ormone maschile svolge un ruolo molto importante nella sessualità ed è associato al desiderio. Un altro ormone importante che aumenta la sua produzione in primavera è il cosiddetto luteinizzante che viene associato con l’ovulazione, aumentando la temperatura delle donne durante questa fase e offrendo un migliore colore e aspetto, che è conosciuto come il “rosso invisibile”. Secondo alcuni studi, rende le donne più attraenti, essendo un segno involontario della fertilità e fa capire che è il momento della fecondazione. E’ normale sentirsi più belle e seducenti durante l’ovulazione, e la cosa è a conoscenza di molti, e, curiosamente, è la stagione più propizia per dipingere le unghie e labbra rosse, indossare la minigonna o una profonda scollatura e notare che la voce cambia ed è più seducente per gli altri, soprattutto per il sesso maschile eterosessuale, come riportato da vari studi dell’antropologa Helen Fisher. Naturalmente, gli ormoni più caldi, il testosterone e la luteinizzazione, contribuiscono ad aumentare il desiderio sessuale di uomini e donne, anche se non sono un fattore determinante, perchè influenzano ogni persona in modo diverso.

Se l’atteggiamento amatorio non è accompagnato da stimoli ambientali non sufficienti, perché non desideriamo il nostro partner, o perchè non funziona la sua arte erotica, il nostro desiderio sessuale non farà scattare la molla della passione che viene allora sostituita dal cibo, dallo sport o da qualsiasi attività che ci motiva. Come sempre in una questione di sessualità, il modo in cui usiamo il cervello è la chiave primaria. Non possiamo dimenticare che siamo animali e sebbene il nostro zelo sia o possa essere permanente abbiamo vette e strapiombi del desiderio, come è naturale. Le temperature ci influenzano, ma entriamo più facilmente in calore se c’è una predisposizione a questo. I centri di pianificazione familiare, dove le persone vanno a cercare e chiedere la pillola post coitale, o quelli in cui si realizzano i test per le infezioni trasmesse sessualmente dopo la rottura di un preservativo, per esempio, offrono dati interessanti. In questi luoghi un numero maggiore di persone si reca nei mesi primaverili ed estivi, nelle notti di venerdì e di sabato. Inoltre, la menopausa di solito appare con maggiore probabilità in inverno, con il picco più basso in estate. Anche il luogo in cui siamo è importante. Nei paesi dove ci sono grandi differenze stagionali in relazione alla luce solare, il tasso di concepimento più alto si verifica in estate, meno in inverno e la maggior parte delle nascite si verifica in primavera.

Negli anni ’40, le città settentrionali, molto più fredde in generale durante l’anno, di solito mostravano un picco di nascite alla fine dell’inverno, il che indicava che il picco del concepimento si sarebbe verificato in tarda primavera e all’inizio dell’estate. Negli anni ’80 il modello si è modificato, evidenziando più nascite alla fine dell’estate, essendo il concepimento alla fine dell’autunno. Queste sono solo esplorazioni, siamo noi  quelli che possono influenzare la nostra sessualità, indipendentemente dal luogo, dalla stagione e dal resto delle circostanze. E faremmo meglio a farlo sin da subito, dal momento che le varie stagioni, ormai da anni, non si differenziano poi così molto a causa dell’effetto serra e via dicendo. Se lo vediamo dal lato positivo, con le stagioni invernali, primaverili, estive e autunnali, l’apice del desiderio e delle relazioni sessuali dovrebbe essere  l’intiero anno. Se non fosse per le conseguenze negative del cambiamento climatico che abbiamo prodotto sul pianeta, sarebbe meraviglioso. Ci prenderemo cura del mondo e la nostra sessualità prospererebbe quando lo desideriamo. La considero un’ottima idea, non credete?

Iris Apfel e il suo magico mondo “alla moda”. Da arredatrice a icona del fashion più estroso. Seconda e ultima parte

Grande icona della moda, ma per la maggior parte della sua vita designer di interni. E il vecchio mestiere non le manca affatto! Per Iris la moda è molto più divertente e bizzarra. Inoltre, per lei, anche l’arte e la decorazione mancano di originalità. Le case che appaiono nelle riviste sono tutte uguali, sembrano stanze di un hotel di lusso, eleganti ma senza personalità. In una abitazione dove vivi ci deve essere qualcosa fuori posto; se no, non ha anima. Da sempre afferma che sarebbe stato interessante lavorare ( lei che vi ha lavorato davvero) alla Casa Bianca per nove presidenti degli Stati Uniti.
C’è una certa confusione in ciò, quello che ha fatto è stato restaurare cose come tende o arazzi, perché con suo marito avevano un’azienda in cui riproducevano vecchi tessuti con metodi artigianali. Nessuno può toccare la decorazione della Casa Bianca, c’è un dipartimento che lo controlla, tranne che nelle stanze private dei presidenti. L’unica cosa che si può fare è ripristinare i mobili o le carte sul muro nel modo più affidabile. Puoi contribuire con idee, ma il risultato deve essere il più vicino all’originale, anche se è orribile.

Iris Apfel collection.

 

 

 

 

È ridicolo vedere donne oltre i 50 anni con abiti disegnati per giovani corpi. Perché nessuno fa vestiti da sera con le maniche? “ Quante volte esprime tale suo desiderio. La moda per la Apfel è lo specchio di tutto ciò che accade, dalla politica ai movimenti sociali, dall’economia alla cultura popolare del nostro tempo. Per questa stupenda signora il periodo più interessante dal punto di vista della cultura e dell’arte va dagli anni ’50 agli anni ’80. Sono stati anni molto creativi e innovativi. Adora quelle volte in cui le donne cercavano di essere belle: quando avevano un appuntamento andavano dal parrucchiere, si rimettevano a posto. “Trovo sconvolgente vedere la gente tutto il giorno in infradito e vestita come per andare in spiaggia. Penso ci aiuterebbe ad essere migliori vestirsi bene e prendersi più cura di noi stessi“, ripete continuamente. Andare tutto il giorno in ciabatte per lei non è il massimo della comodità. Allo stesso tempo non occorre prepararsi come per andare ad un matrimonio. Puoi essere presentabile anche con semplicità e un tocco di eleganza.
Per Iris è preferibile essere a proprio agio in qualunque situazione, anche ad una sfilata; bisogna solo essere felice di ciò che indossi.

 

 

 

È sciocco impazzire per la moda. Ma nemmeno dobbiamo raggiungere gli estremi attuali. Importanti divengono gli accessori, a giudicare dall’impressionante collezione che si vede nel documentario a lei dedicato. Tutto ciò dimostra che è sostanzialmente più interessata allo stile che al fashion. Perché è qualcosa che viene da dentro e che non puoi ottenere con i soldi. La moda può essere comprata da chiunque; lo stile deve essere lavorato, è un’attitudine e non ha a che fare con l’abbigliamento che è più o meno bello. Chi ha uno stile sa combinare ciò che indossa e non ha bisogno di pagare molto per distinguersi dagli altri. Dice dei suoi gioielli:
Non ho molti gioielli buoni, non mi interessano diamanti, oro o pietre preziose, preferisco gioielli innovativi e speciali. A Barcelona Fashion, ​​per 50 dollari ho comprato diverse collane e braccialetti e due bottoni di madreperla. Non ho nulla contro l’alta gioielleria, ma è troppo classica. Non è per me.” Quando si invecchia, dunque, si diventa più prudenti …
Molte persone pensano che invecchiare sia una sorta di peccato o qualcosa di spiacevole. Per lei tutto ciò è pazzesco e questa idea sta uccidendo l’industria della moda. Ci sono sempre più persone anziane con un alto potere d’acquisto, senza responsabilità familiari, con una vita sociale attiva e buona salute. Iris non capisce perchè le grandi ditte continuino a fare vestiti per donne di 18 anni, che non possono permetterselo perché molto costosi, e non pensano a quelle sopra i 50 anni. È ridicolo vedere signore di questa età con vestiti disegnati per giovani corpi. Perché non fanno abiti da sera con le maniche? Infatti, durante un’intervista ha detto: “Tesoro, se paghi $ 15.000 per un vestito, hai il diritto come minimo di avere le maniche”. 

 

 

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Iris, sempre in un’intervista ad una rivista di moda, ha confermato che una delle sue più arricchenti esperienze è il corso che porta avanti all’Università del Texas.
Qui ha scoperto che nelle scuole di moda, almeno negli Stati Uniti, non insegnano agli studenti come gestire la vita e credono che la moda sia una bolla isolata dal mondo. Lei cerca, allora, di infondere in questi giovani che esistono molte altre sfaccettature interessanti e che la moda non finisce solo sul tappeto rosso. Li porta a New York per incontrare persone che si dedicano a questo business nei suoi diversi aspetti. Così vedono che possono dedicarsi al marketing, sviluppare licenze, fare lavoro nei musei, nelle riviste … E il tutto è spiegato dai migliori professionisti del settore, persone di alto livello che sono liete di riceve questi ragazzi. Molti le hanno detto che è stata la migliore esperienza della loro vita. Li aiuta ad immergersi in un mondo che non conoscono completamente, apre le loro menti. Ricevono lezioni di vita.
E Iris Apfel dice ai suoi studenti di provare a scoprire chi sono veramente e cosa vogliono ottenere; che non devono saltare i passaggi o seguire le tendenze che segnano gli altri. E non avere tante riviste di fashion tra le mani. È molto più importante essere onesti con se stessi e mettere passione in tutto ciò che si fa, qualunque cosa sia, perché se così non fosse, non ne varrebbe la pena. ” Cerco anche di infondere in loro che devono iniziare dal basso, perché un lavoro meraviglioso non li aspetta certo dietro l’angolo. Quelli che si immaginavano famosi appena cominciato poi si sentiranno dei  frustrati si arrenderanno  e torneranno a casa tra lacrime e lamenti. Devono imparare bene il mestiere, ma non lasciare cadere i loro anelli se il boss chiede loro di passare la scopa.”

Iris Apfel e il suo magico mondo “alla moda”. Ultranovantenne, ma famosa solo nel 2005 quando… Prima Parte

La fama, quella vera, quella a livello internazionale è arrivata oltre gli 80 anni. Da virtuosa decoratrice di interni ma non ancora popolare è diventata col tempo l’oggetto del desiderio dei fotografi più ragguardevoli e con la copertine delle riviste di style che l’hanno immortalata a icona di classe mondiale. Tutto inizia nel 2005, quando il Metropolitan Museum di New York organizza – per sostituire un personaggio che aveva deluso i promotori dell’evento- una mostra della Apfel con gran parte degli abiti, degli accessori e di altri oggetti della sua collezione privata. Il budget pubblicitario è limitatissimo, ma avrà un impatto molto positivo quando arriveranno gli ospiti invitati alla manifestazione: alcuni cominceranno a fotografare tutta la mostra, altri telefoneranno a designer e case di moda per comunicare la piacevole sorpresa. Dopo pochi mesi le catene delle boutique di moda cominciano ad interessarsi e vogliono scoprire chi effettivamente ci sia dietro questo nuovo stile che fonde varie tendenze della moda di ieri e di oggi. Da qui alla fama il passaggio sarà breve, quando Iris sarà ospite d’onore a Barcellona dello 080 Barcelona Fashion, dove viene eletta il personaggio più rilevante di quell’evento di moda.

Coloro che ancora non conoscono il suo nome, Iris Apfel, avranno più familiarità con quell’immagine dai corti capelli bianchi, enormi occhiali rotondi e una faccia foderata di rughe tanto bella quanto rivelatrice. Sono quelli di una donna di 96 anni che accetta la sua età e non si è mai messa nelle mani del chirurgo plastico per camuffarla. I suoi amici indicano anche una saggezza di cui non si vanta, ma che è interpretata come agile e spesso carica di senso dell’umorismo. Pensa che sia divertente essere una specie di ragazza di oltre novant’anni, sebbene si distingua da queste ragazze, tra molte altre cose, per il fatto che non ha ancora smesso di lavorare. “Tutti i giovani premono su quei tasti piccolissimiNon capisco niente. Ecco perché le relazioni non durano. Dal punto di vista della tecnologia, vivo nel diciassettesimo secolo. È evidente che la mia vita è cambiata dopo la mostra. Incredibilmente, ho incontrato migliaia di persone interessate a me, le quali mi hanno dato l’opportunità di esprimermi attraverso la moda, qualcosa che non avevo mai fatto prima. Sono stata in grado di progettare scarpe, borse e persino una linea di trucchi MAC. È stato meraviglioso.”

Iris con il marito Carl Apfel   image

La passione più grande di Iris è quella di essere viva. Ama creare cose nuove, molto diverse l’una dall’altra. Sostiene senza mezzi termini di essere felice di avere abbandonato la decorazione e di essersi dedicata alla moda. E’ una delle sue attività più soddisfacenti che le permette di ergersi a professoressa all’Università del Texas quale tutor di studenti di moda. Ha scritto libri ed è stata la protagonista di un documentario del compianto Albert Mayles. Dirà di tale esperienza:” Com’è andata?
Ero a malapena consapevole che mi stavano filmando. Albert mi stava seguendo con la cinepresa da tutte le parti, ma senza disturbare. Non aveva sceneggiatura o niente di premeditato; registrava ciò che stava emergendo. Era una sparatoria lunga, ma con colpi brevi, e con il materiale che avevo avrei potuto fare due o tre film in più. Sono felice del risultato.” 
Inoltre compare anche suo marito, Carl (morto il primo agosto 2015 a 101 anni). Cosa li ha tenuti insieme per quasi sette decenni?  Il senso dell’umorismo. E questo per loro è sempre stato molto importante, a cui dare molto spazio.

Questo slideshow richiede JavaScript.

È la curiosità che la spinge ad andare avanti. Non avrebbe mai voluto un amico non curioso. Importante come l’umorismo da cui attinge anche per creare i suoi capi. Ogni giorno scopre qualcosa di nuovo, anche se la curiosità implica molto di più, perché la costringe ad uscire, a scoprire cose, a indagare. Non vuole assolutamente che si confonda la curiosità con il gossip: non le interessa sapere chi sta dormendo con chi o con chi fa colazione quell’attore la mattina. Non sopporta i social network. Afferma che stanno uccidendo le relazioni personali. I giovani non parlano più tra loro. Sono in grado di leggere, scrivere, fare operazioni matematiche, ma solo premendo dei  pulsanti con macchine che fanno e pensano per loro; sembra sia l’unica cosa che sanno fare. Asserisce con convinzione: “Se devono andarsene, non lo dicono, lo digitano anche se si trovano di fronte l’un l’altro, comunicano attraverso i loro telefoni cellulari. È pazzesco, non capisco niente. Ecco perché i matrimoni e le relazioni non durano.” Iris sa, però, che il suo nome è molto ricercato su Internet, ma non vi presta attenzione. Dal punto di vista tecnologico è come se vivesse in ben altri secoli del passato. Ammette che si possono trovare cose meravigliose sul web, ma il suo uso è troppo esagerato. Per lei il vero problema è che le persone non pensano più e hanno perso la curiosità. Se vuoi sapere qualcosa al diavolo i libri, basta premere il pulsante e tutto è già fatto. ” Mi sembra che tutto ciò stia mettendo in pericolo l’umanità.”

Del Fashion pensa :”Per me è preferibile essere a proprio agio che seguire come automa la moda, basta essere felici di andare ben vestiti. È sciocco impazzire per la moda “. Iris sostiene che in questo momento il mondo è un posto triste, per tutta la distruzione che sta avvenendo. Non vede un futuro roseo. Beh, sì, ci sono grandi scoperte scientifiche, ma non crede che ci sarà alcuna esplosione artistica a breve termine. È abbastanza scioccante che con la sua voglia di vivere veda tutto questo nero. Dice :” È che ogni giorno ci svegliamo con un attacco terroristico, è molto spaventoso.” Anche il mondo della moda per lei è molto noioso e triste, non c’è creatività o originalità. L’unica cosa che interessa ai designer è la sicurezza…e non la rischiano. Pensano sia sufficiente disegnare un’immagine su carta e inviarla in Cina per essere riprodotta in un abito. Prima potevi comprare cose molto diverse in ogni posto ed eri in grado di distinguere di dov’era una persona semplicemente dal modo in cui si vestiva. Per Iris, ora siamo in uniforme. Quanti jeans abbiamo nell’armadio? Non vuole essere fraintesa perchè anche a lei piacciono e ne fa uso. In effetti, è stata una delle prime donne nel suo paese a indossarli. Ma tutti i vestiti li vede molto simili. “A New York, le donne indossano sempre il nero“, è solita dire. Tranne lei. Quando lo fa porta accessori e scarpe che contrastano e attirano l’attenzione. Le piacciono gli abiti originali, i colori, le stampe. Adora le giacche Custo che indossa spesso. È audace.  Il suo stile non è qualcosa di studiato, premeditato, ma si è sviluppato nel tempo.
Mai nella sua vita ha fatto nulla di intenzionale, nemmeno nel mondo degli affari. Porta avanti le cose come sente di doverlo fare in ogni momento e suppone che si evolveranno in seguito. Ma non è mai consapevole.